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I migliori film di David Fincher, da Fight Club a Seven

Approfittiamo dell'uscita di Mank su Netflix per ripercorrere la carriera di David Fincher attraverso i suoi migliori film.

speciale I migliori film di David Fincher, da Fight Club a Seven
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Fin dal passaggio dai primi video musicali alla Hollywood dei lungometraggi, David Fincher ha saputo affermarsi come una delle voci più idiosincratiche e indispensabili del cinema americano mainstream.
Intransigente perfezionista consapevole di essere all'interno di un sistema altamente imperfetto, capace di muoversi agilmente tra diversi generi cinematografici con l'implacabile audacia di Ridley Scott e l'ossessione per la meticolosità degna di un serial killer o di uno Stanley Kubrick (entrambi i paragoni furono sollevati per davvero, nel secondo caso quando il regista di 2001: Odissea nello spazio era ancora vivo), Fincher ha saputo segnare la Hollywood moderna nel corso di tre decenni a partire dagli anni '90.
Adesso si affaccia alla sua quarta decade con il nuovo capolavoro Mank, realizzato per Netflix e in uscita il 4 dicembre.
Metodico nella preparazione e stilizzato nell'immagine, ha un timbro immediatamente riconoscibile in ogni inquadratura dei suoi prodotti, spesso considerati fra i più belli della storia del cinema: dal coraggioso esordio con Alien3 all'ultimo Mank, ecco la classifica dei migliori film di David Fincher.

The Game

Per certi versi leggero precursore di Matrix, per come è al totale servizio di una realtà alternativa ricostruita all'interno di quella reale, The Game è ciò che accade quando David Fincher si mette semplicemente a giocare.
Un thriller ingegnoso solo apparentemente fine a se stesso, in grado di riflettere sulla natura illusoria del controllo, sulla forza del lasciarsi andare e soprattutto il valore non trascurabile della finzione, ovvero tutto quello che riguarda l'industria del cinema.

Fight Club

Praticamente il film perfetto per concludere il XX secolo e guardare al nuovo millennio con l'illusoria certezza di poter migliorare, Fight Club è probabilmente il film più noto e amato di David Fincher.
Evoluzione tutta anni '90 del tema dell'alienazione che già da Taxi Driver di Martin Scorsese aveva iniziato a far traballare le certezze della società statunitense contemporanea, il film con Edward Norton e Brad Pitt è un'esibizione di bravura da parte di tutti i talenti coinvolti, ma soprattutto un incredibile specchietto per le allodole.
Tyler Durden è ciò che chiunque vorrebbe essere e resistere al suo fascino è impossibile, ma il paradosso dietro la sua vera natura la dice lunga più sul Narratore (e quindi sullo Spettatore) che su di lui.

The Social Network

The Social Network è un'opera che viviseziona la modernità come un Quarto Potere del XXI secolo.
Sarebbe riduttivo definire il film del 2010 come il biopic di Mark Zuckerberg, casomai lo è di Facebook e dell'intera società che oggi ci vive dentro: solo l'immagine finale del film basta a riassumere la contemporaneità, bloccata nell'apatia di un'eterna attesa fra un refresh e l'altro, in una realtà digitale nella quale è molto più importante apparire che essere.

Seven

C'è una cosa che Seven riesce a fare come forse nessun altro titolo del cinema americano moderno, ed è far deflagrare tutta l'oscurità possibile di cui è capace l'essere umano per sbatterla in faccia al grande pubblico.
Con un incredibile trio di star composto da Brad Pitt, Morgan Freeman e Kevin Spacey, il film è una trappola per lo spettatore generalista, attratto dall'appeal di quello che sulla carta ha tutta l'aria di essere un thriller investigativo vecchio stampo trainato da grandi attori ma che fin dall'inizio - con uno dei cadaveri più grossi, disgustosi, gonfi e puzzolenti della storia del cinema - si dimostra tutt'altro.
In un momento imprecisato Seven vira all'horror e in quelle atmosfere abbandona protagonisti e spettatori, che si ritrovano senza punti di riferimento quando il film continua a fingersi una detective story prendendo continuamente la strada sbagliata.
Il killer si consegna invece di farsi inseguire fino alla risoluzione e il lieto fine è una cosa che proprio non appartiene alla città più nichilista, cinica e grigia che si sia vista sul grande schermo, piena di ombre anche quando si allarga nel deserto.

Zodiac

Più che la cronaca della caccia a un serial killer o la storia della vita delle persone che hanno provato a braccarlo, Zodiac è la ricostruzione di un'epoca destinata al trapasso, un incedere ineluttabile verso la modernità che dilata i tempi e va quasi a togliere la terra sotto i piedi ai protagonisti.
Come ci ricorda la scena della costruzione del palazzo in time-lapse o i repentini spostamenti cronologici verso il nostro presente non smettono di sottolineare, il tempo è il peggior nemico possibile per un'indagine e anche per l'uomo, fa appassire i ricordi e sbiadire l'inchiostro sui fascicoli.
L'unica cosa che può sconfiggerlo apparentemente è il cinema, le locandine inchiodano le calligrafie e le pellicole possono nascondere indizi fondamentali o prove inconfutabili, mentre i film sono in grado di ri-plasmare la realtà (come sembra voler dire la scena della citazione a Ispettore Callaghan - Il caso Scorpio è tuo!) e i registi, decenni dopo, tramite la loro arte trovano la forza di arrivare a conclusioni che al pubblico sembreranno definitive.

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