I Magnifici 7 e gli altri: Guida al Western Moderno

Con l'uscita in sala del remake de I magnifici sette, riscopriamo alcuni titoli recenti ambientati nel selvaggio west.

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Con l'uscita in sala de I magnifici sette diretto da Antoine Fuqua e remake di uno dei massimi esponenti classici del filone, è giunta l'occasione per riscoprire altri western moderni che, chi più chi meno, hanno saputo riportare l'epica di frontiera su grande schermo dopo che in molti, tra critica e pubblico, ne avevano annunciato una prematura fine. Ma mai il genere americano per eccellenza, pur vivendo di stagione rosee e altre assai aride, soccomberà dinanzi allo scorrere del tempo, tra sguardi autoriali (come il recente The Hateful Eight di Quentin Tarantino) e contaminazioni che, pur a rischio di snaturarne le atmosfere, provano a speziare parzialmente l'impianto classico: tra sci-fi (come nel a dir poco controverso Cowboy & Aliens) e sprazzi horror (perlopiù legati a produzioni di serie b/z, ma non mancano piacevoli eccezioni come Bone Tomahawk, da poco recensito su queste stesse pagine). In questo articolo però ci limiteremo a riportare alla memoria dei western puri e duri come il Dio della frontiera comanda.

Open Range - Terra di confine

La carriera di Kevin Costner nel western viene soprattutto ricordata per Balla coi lupi (1990), film che lo consacrò al grande pubblico anche per le sue doti dietro la macchina da presa e non a caso vincitore di 7 premi Oscar, incluso quello per la miglior regia. Ma il popolare attore americano ha sempre bazzicato il genere nel corso della sua carriera, fin da quando giovanissimo partecipò come star emergente a Silverado (1995), per poi continuare negli anni a venire con il gargantuesco Wyatt Earp (1994) e il post-apocalittico e sottovalutato L'uomo del giorno dopo (1997), quest'ultimo di nuovo in veste di regista e attore, fino alla più recente e apprezzata miniserie televisiva Hatfields & McCoys (2012). Il titolo forse meno ricordato, ma probabilmente anche il più nostalgico ed ispirato omaggio ai classici, che lo ha visto anche in questo caso da entrambi i lati della cinepresa è proprio Open Range - Terra di confine, opera del 2003 in cui il Nostro è accompagnato da un vecchio leone quale Robert Duvall. Su una narrazione classica, nella quale il duo di protagonisti si trova a lottare contro una legge corrotta dal facile denaro, Costner costruisce una vera e propria epica di genere, tra paesaggi sconfinati che brillano in tutta la loro magnetica desolazione (con campi larghi magnificamente fotografati nelle riprese) in una glorificazione degli spazi aperti a metafora di istinti di libertà. Un'apoteosi del Mito del west che procede a passo lento e quieto per trascinarci verso una sparatoria finale che non fa rimpiangere i Capolavori del filone, il tutto filtrato da uno sguardo malinconico che amplifica il già potente impatto emozionale di una storia figlia del miglior cinema fordiano.

Appaloosa

Cinema fordiano a cui guarda anche Ed Harris nel suo Appaloosa, fondendolo però con ispirazioni provenienti sia da Sergio Leone che da altri grandi maestri del filone americano, Howard Hawks in primis. Anche qui protagonisti sono due uomini (Harris e un baffuto Viggo Mortensen), due cavalieri solitari ed erranti che si portano dietro la fama di giustizieri: diventati sceriffi nella piccola cittadina del titolo, si troveranno ad affrontare la banda del crudele fuorilegge interpretato da Jeremy Irons che da anni spadroneggia nella zona. Un'opera sobria e avvincente che, ricordando cult quali Un dollaro d'onore (1959) ed El Dorado (1966), è incentrata sull'amicizia virile tra i due cowboy, regalando scene di grande intensità emotiva nelle due ore di visione, accompagnate da un'ispirata colonna sonora (con la titletrack cantata nei titoli di coda dallo stesso attore-regista) e vi è spazio anche per una sottotrama romantica vedente quale elemento di possibile discordia la pianista di Renèe Zellweger. Assalti al treno, duelli all'ultimo sangue, indiani e quant'altro riportano all'immaginario classico del genere, in un ritmo lento e compassato che gioca tutto sulle atmosfere con una grande attenzione alle psicologie dei personaggi, interpretati da un cast perfettamente in parte.

Il Grinta

Come nel caso del film di Fuqua ci troviamo qui a parlare di un recente remake d'eccezione, firmato nientemeno che dai fratelli Coen e rifacimento moderno del classico con John Wayne datato 1969. Qui però, ispirandosi più fedelmente al romanzo originario, i due geniali consanguinei realizzano un'opera assai più stratificata rispetto a quella con protagonista il Duca, dando spazio a sottotrame etiche e politiche capaci di rispecchiarsi anche nella contemporaneità. Un viaggio epico e nostalgico ma più disperato, a cominciare dalla caratterizzazione della figura cardine di Jeff Bridges, sceriffo alcolizzato con benda sull'occhio, pronto a ritrovare un motivo per vivere nella missione affidatagli da una ragazzina quattordicenne (l'esordiente e sorprendente Hailee Steinfeld) alla ricerca di vendetta per il brutale omicidio dei suoi genitori. In questa nuova versione de Il Grinta il Mito del West è soltanto un lontano ricordo e non sempre la giustizia trionfa, il pericolo è in agguato dietro ogni angolo e qualsiasi incontro potrebbe rivelarsi fatale: con un cast di supporto delle grandi occasioni includente Matt Damon, Josh Brolin e Barry Pepper, i Coen danno vita ad un mood crepuscolare non poco memore del loro Non è un paese per vecchi (2007), qui adattato all'iconografia del selvaggio west.

The Salvation

La Danimarca non è certo il primo Paese a venire in mente quando si parla di western, ma l'Europa comunque oltre ai nostri spaghetti ha prodotto sin dagli anni '60 e '70 titoli attinenti, perlopiù sconosciuti al grande pubblico. E' perciò una piacevole sorpresa The Salvation, film diretto dal regista Kristian Levring, già fondatore del movimento Dogma '95 insieme a Lars von Trier ed altri più o meno illustri colleghi. Ci troviamo qui dinanzi ad una rilettura che ibrida classico e moderno, echi autoriali e vampate di genere, con il corretto equilibrio, mettendoci di fronte ad una vicenda risaputa narrata però con uno stile avvincente e ricco di sfumature. Dopo una prima parte più lenta si assiste ad un'escalation action oriented assolutamente convincente, tra sparatorie e rese dei conti a rendere giustizia alla personalissima missione di vendetta del colono danese interpretato dall'ottimo Mads Mikkelsen, determinato a farla pagare agli assassini della sua famiglia. Un violento, ma senza eccessi, revenge-movie ambientato nel vecchio west, magnificamente fotografato e non privo di una beffarda ironia, popolato da ottimi personaggi come il diabolico villain di Jeffrey Dean Morgan e la prostituta sfigurata di una comunque bellissima Eva Green.

The Homesman

Più atipico invece è l'approccio di Tommy Lee Jones, pure lui come molti dei succitati colleghi in doppia veste di attore e regista in The Homesman, western filtrato da uno sguardo femminile e fortemente drammatico. Il popolare e rugoso interprete, già magnifico nel non troppo dissimile The Missing (2003), ispirata incursione nel filone di Ron Howard, qui infatti è uno sbandato condannato sommariamente all'impiccagione che, salvato da morte certa dal personaggio di Hilary Swank, si offre di accompagnarla in un difficile viaggio atto a condurre alcune donne che hanno perso la ragione in una clinica di cura dall'altra parte del Paese. Ed sono proprio le donne a dominare per buona parte di visione l'intensità emotiva della vicenda, lasciando però ruggire il vecchio leone hollywoodiano in una manciata di sequenze ruggenti al punto giusto; il ritmo narrativo rimane comunque molto lento e compassato, incentrato più sulle tormentate psicologie dei personaggi in un west dove l'onore e l'altruismo non hanno mai messo piede e il gentil sesso finisce per divenire schiavo di dinamiche sociali in mano all'universo maschile. Camei d'eccellenza incrociano l'improbabile coppia protagonista (da Meryl Streep a James Spader e molti altri) in questa missione fuori dai canoni che il cinema di frontiera ci ha sempre raccontato, in una pellicola che ci propone uno sguardo diverso e particolare sull'epica/epoca dei pionieri.

Il buono, il matto, il cattivo

Concludiamo con un viaggio in Oriente per riscoprire uno dei titoli più avvincenti e spettacolari degli ultimi anni, prodotto in quel de la Corea del Sud. Già pochi mesi prima Takashi Miike aveva realizzato un western dagli occhi a mandorla, un omaggio al personaggio creato da Sergio Corbucci e Franco Nero, con il sottostimato Sukiyaki Western Django (2007), nel quale compariva in un cameo anche Quentin Tarantino. Ma è Kim Ji-Woon, già regista dell'horror Two Sisters (2003) e del disperato noir A bittersweet Life (2005), solo un anno dopo a realizzare con Il buono, il matto, il cattivo (citante fin dal titolo il capolavoro di Sergio Leone) un'opera spettacolare e adrenalinica, magistralmente sospesa tra sortite ironiche e una componente action d'altissimo livello stilistico: il lungo inseguimento nella parte finale del film, accompagnato dalle note di Don't Let Me Be Misunderstood, è una scena che rimane ben impressa nella memoria cinefila, capace di segnare nuove vette. Ma le due ore di visione sono ricche di sorprese, in bilico tra toni violenti ed altri più leggeri, reggendosi su una narrazione classica riguardante una caccia al tesoro che comprende per l'appunto i tre personaggi principali che, nella resa dei conti finale, si sfidano all'ultimo sangue così come ne Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Un film ritmato e trascinante nella sua originalità citazionista.

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