I dieci migliori film del 2018: da Roma a Il Filo Nascosto

Stiamo ormai vivendo le ultime ore del 2018, è dunque arrivato il tempo di dirvi quali sono stati, per noi, i dieci migliori film dell'anno.

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Il momento tanto atteso di dirvi quali sono stati, per noi, i migliori film del 2018 è infine arrivato. Dopo aver raccolto i migliori cinecomic, le commedie, gli horror, i film d'azione e sci-fi e d'animazione, è tempo di giocare un campionato completamente differente e scomodare quegli autori che, a loro modo, hanno lasciato un'impronta forte nel corso dell'anno. Un segno che difficilmente invecchierà con l'arrivo del nuovo anno, o verrà dimenticato, accantonato.
Prima di iniziare però qualche precisazione necessaria: abbiamo deciso di inserire, come tradizione, opere uscite in Italia nel 2018, non film che abbiamo visto in anteprima o ai maggiori festival, e che magari sono ancora in attesa di distribuzione.
Inoltre non si tratta di una vera e propria classifica, dal "peggiore" al "migliore": sono tutti prodotti d'eccellenza, difficili da catalogare, che toccano corde differenti del nostro animo, motivo per cui abbiamo ordinato tutto in senso alfabetico. Iniziamo dunque, ricordandovi che potete ampliare la selezione nei commenti sottostanti.

Chiamami col tuo nome

Uscito alla fine di gennaio, leggermente in ritardo rispetto alla distribuzione internazionale, la penultima fatica di Luca Guadagnino (poiché l'ultima, Suspiria, è in arrivo l'1 gennaio 2019) ha sorpreso ed emozionato sia il pubblico americano che europeo. Merito sì dello stile asciutto, essenziale eppure profondo del regista italiano, ma soprattutto della sceneggiatura premio Oscar di James Ivory, che ha raccontato con respiro universale la complicata storia d'amore fra Elio e Oliver, interpretati magnificamente da Timothée Chalamet e Armie Hammer, due delle prove d'attore più potenti dell'anno insieme a quella di Michael Stuhlbarg. Un lavoro di grande delicatezza e potenza.

Cold War

In una tiepida mattina di maggio, allo scorso Festival di Cannes, siamo stati letteralmente travolti da una "guerra fredda" inaspettata. Un conflitto di sentimenti, culture e passioni che ci ha strappato il fiato, diretto dalle mani sapienti di Pawel Pawlikowski.
Il regista polacco ha raccontato, dedicando il tutto a suo padre e sua madre, l'amore come pochi, a oggi, riescono a fare. Ha messo in scena un rapporto senza confini, sospeso fra necessità e desiderio, avvolgendo il tutto in un bianco e nero poetico difficile da ignorare.

Dogman

Per l'Italia il 2018 è stato un anno di eccellenze cinematografiche, Matteo Garrone però è riuscito a fare, secondo noi, "il miglio in più", confezionando un lavoro magistrale che indaga sui più reconditi istinti umani. Da una parte Marcello, persona umile che si guadagna da vivere giorno per giorno, in un ambiente difficile e abitato da loschi figuri, dall'altra Simone, ex pugile con manie di prepotenza.
Due poli opposti che, scontrandosi, generano caos, violenza e meraviglia. Quest'ultima si può ritrovare anche nelle immagini e nella direzione del regista romano, che quadro dopo quadro ingoia lo spettatore in un racconto sanguigno e feroce, aggettivi che ben si sposano con l'animo umano.

Il Filo Nascosto

Ago, filo, stoffa. Paul Thomas Anderson, Jonny Greenwood, Daniel Day-Lewis, ancora insieme a creare l'immenso. Un film oltre ogni schema e categoria che matura visione dopo visione, impossibile da raccontare brevemente, in poche parole. Un'esperienza da vivere su grande schermo in due tempi differenti: un primo che richiede comprensione intellettuale, accettazione di un linguaggio che fa delle azioni e del non detto la sua vera essenza, un secondo in cui abbandonarsi completamente alle emozioni, al flusso dei (non) sentimenti del protagonista.
Una figura che non chiede mai - alle amanti, alle clienti come allo stesso spettatore - di essere giudicata, soltanto di essere compresa nel profondo. Parliamo di cinema multi-strato di livello eccelso, di arte in movimento allo stato puro, che sfrutta l'immagine, la musica e lo stomaco per veicolare contenuti universali, destinati a non invecchiare.

La Forma dell'Acqua

Stilisticamente parlando, La Forma dell'Acqua è probabilmente il progetto meno complesso di questa lista, il più lineare, questo però non è necessariamente un difetto. Guillermo del Toro è infatti riuscito a girare un film dall'ampio respiro, adatto a ogni tipo di pubblico, pregno di una poesia d'altri tempi e di sfumature di genere diventate universali.
Sullo schermo prende vita la complicata storia d'amore fra un'inserviente e una creatura anfibia dall'aspetto umanoide, un canovaccio che, al pari del classico Frankenstein di Mary Shelley, si interroga sull'accettazione del diverso, sulla solitudine dell'essere umano, sulla potenza del linguaggio - che non sempre va sviluppato attraverso delle parole. Quattro premi Oscar su tredici candidature e un Leone d'Oro alla 74ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, per un'opera da vedere e rivedere all'infinito.

Mektoub, My Love: Canto Uno

Abdellatif Kechiche è sicuramente uno dei più validi e controversi autori del panorama attuale. Ogni sua opera riesce a spiazzare, in modo differente, il suo pubblico, eppure esiste un filo rosso che accomuna tutti i suoi progetti: l'assoluta semplicità di superficie. Il regista tunisino non si "piega" a creare una realtà fittizia all'interno di un set artificiale, filma il flusso naturale della vita, racconta in tempo reale tutto ciò che accade attorno ad Amin, ragazzo di origini tunisine che sogna di diventare un grande sceneggiatore a Parigi.
Momenti chiave come "tempi morti" e apparentemente meno significativi di altri, Kechiche ama riprendere tutto, trasportando lo spettatore in un mondo tanto normale quanto straordinario. Uno stile che in pochi, a oggi, riescono a replicare.

Roma

Città del Messico, quartiere benestante Roma, anni '70. Cleo, donna di servizio di una ricca e affollata famiglia, è il perno centrale di una storia che si sviluppa lungo diversi anni, attraversando crisi politiche, sentimentali e culturali. Bersagliata da sterili polemiche, per via della distribuzione internazionale finita nelle fameliche mani di Netflix, Roma di Alfonso Cuaròn è un'opera sospesa oltre il tempo e lo spazio, fotografata in un bianco e nero straordinario e ricca di sfumature, significati, emozioni, che dal personaggio principale si estendono a tutte le pedine della pièce.
Si raccontano così, con piglio quasi autobiografico, alcuni dei cambiamenti chiave della recente storia del Messico, sfruttando gioie e dolori di una famiglia "come tante", segnata da un padre assente e da donne eccezionali, in grado di superare qualsiasi ostacolo con fierezza e ostinazione.

Tonya

La vera storia di Tonya Harding è stata alquanto particolare e controversa. Il pattinaggio su ghiaccio è da sempre una disciplina sinonimo di grazia, eleganza, leggiadria, tutte qualità che la Harding non possedeva affatto ma che colmava con l'ostinazione e la forza d'animo, arrivando a eseguire un eccezionale triplo axel. Peccato che la sua carriera sia stata macchiata in maniera irrimediabile dal caso Kerrigan, pattinatrice rivale aggredita da persone vicine alla Harding, che hanno agito a sua insaputa.
Un biopic sui generis quello diretto da Craig Gillespie, girato con uno stile secco e grezzo, esattamente come il carattere di Tonya Harding, e colorato dalle interpretazioni straordinarie di Margot Robbie, sotto chili di trucco, e Allison Janney, madre matrona che ha segnato in maniera profonda il carattere spigoloso della figlia.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Martin McDonagh coglie alla lettera il significato della parola "autore" scrivendo e dirigendo un'opera di lucida follia, ambientata negli Stati Uniti più viscerali, crudi e autentici, dove il razzismo e il pregiudizio sono elementi all'ordine del giorno. Mildred Hayes si fa emblema di una società spinta a odiare il prossimo, ad attuare una vendetta privata per via dell'incapacità delle istituzioni, corrotte sino al midollo, salvo redimersi all'ultimo istante utile.
Una statuaria Frances McDormand viene spalleggiata da un Sam Rockwell da premio (Oscar), con Woody Harrelson nel mezzo a bilanciare i due poli per quanto possibile. Un progetto che racconta più di quanto appaia su schermo, fotografando un mondo in cui l'occhio per occhio sembra un principio tornato stupidamente di moda - e in cui il colore della pelle ha ancora un peso rilevante nella società.

Un affare di famiglia

Hirokazu Kore'eda è un nome che gli appassionati del cinema d'autore più sanguigno conoscono bene, del resto risuona spesso ai più grandi festival europei. Con Un affare di famiglia, il regista, sceneggiatore e montatore giapponese ha lasciato una nuova impronta indelebile nella storia del cinema contemporanea, vincendo una Palma d'Oro a Cannes ed emozionando il pubblico di mezzo mondo.
Una narrazione lineare, essenziale, lascia il posto ai sentimenti più puri, parte di una famiglia "allargata" che fa dell'amore, dell'accoglienza, dell'accettazione i suoi principi cardine.

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