I 5 migliori film tratti dai classici della letteratura

Prendiamo la macchina del tempo e torniamo tra Ottocento e Novecento, a quei classici della letteratura che hanno conquistato anche il cinema.

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L'adattamento cinematografico è un fenomeno che non ha una storia a sé, perché sin dagli albori la sceneggiatura non originale si è proposta come regina della scrittura, avallata anche dall'Academy. Eppure agli inizi non era una pratica molto diffusa: basti pensare ad Alfred Hitchcock che diffidava dalla letteratura, come raccontò nel famoso libro-intervista a François Truffaut. Nonostante la filmografia del regista inglese fosse piena di adattamenti, ma di romanzi popolari piuttosto che grandi opere, adattare i classici non è mai stato un lavoro facile. Lo stesso Hitchcock rifiutò di realizzare un film su Per chi suona la campana di Hemingway, per non avere vincoli ai quali sottostare.
La storia, però, ci racconta anche di adattamenti sublimi, in grado di massificare la conoscenza di alcune opere che altrimenti sarebbero rimaste chiuse nelle librerie degli accaniti lettori o degli studiosi, senza poter raggiungere un più vasto pubblico.
Abbiamo deciso di raccogliere, quindi, quelli che secondo noi sono i cinque adattamenti cinematografici che meritano almeno una visione, per poter godere appieno di quanto realizzato da chi, a differenza di Hitchcock, nelle trasposizioni ci ha creduto.

L'Idiota - Akira Kurosawa (1951)

È impossibile non iniziare questa selezione di cinque film tratti dai classici della letteratura da L'Idiota di Akira Kurosawa.
Il romanzo di Fedor Dostoevskij, uno dei capisaldi della produzione letteraria russa, è un'opera talmente immensa e raffinata che nessuna trasposizione cinematografica ha saputo soddisfare il messaggio che l'autore sovietico provò a lanciare.
D'altronde Dostoevskij scrisse la storia di un Cristo del suo secolo, basandosi su una meravigliosa parola russa, prekrasnyj, che sta a indicare un personaggio bello e buono contestualmente, il kalos kai agathos dei greci che in italiano, purtroppo, venne localizzato come "idiota".
Kurosawa decise di usare la parola "Hakuchi" per proporlo in versione giapponese, nella sua accezione di "persona mentalmente deficitaria".

Andrej Tarkovskij dichiarò che dopo aver visto L'Idiota di Kurosawa non si sarebbe mai azzardato a proporre la propria versione del romanzo di Dostoevskij.
L'idea del regista giapponese, però, si sposta sulla dicotomia tra il bene e il male, proponendo una versione più moderna di Caino e Abele, con Masayuki Mori che rappresenta il principe Myskin, l'epilettico protagonista del romanzo russo, e Toshiro Mifune nei panni di Rogozin, l'antagonista incontrato sul treno dall'Idiota.
L'opera di Kurosawa non venne subito apprezzata in Giappone, tant'è che bisognò attendere la vittoria al Festival di Venezia con il suo Rashomon per poter rivalutare L'Idiota, film che lo stesso Kurosawa avrebbe voluto realizzare prima della pellicola poi vittoriosa in Italia.
Per il Morandini, a oggi, resta il più sconvolgente film dostoevskiano mai realizzato, e trovandoci dinanzi a uno dei romanzi più sinceri e umani della storia della letteratura non possiamo sottrarci alla visione dell'opera di Kurosawa.

Oliver Twist - Roman Polanski (2005)

Nella sua lunghissima carriera, il regista polacco ha adattato numerosi romanzi, ottenendo sempre risultati di alto livello: pensiamo a Carnage, così come al recentissimo L'ufficiale e la spia, ma il suo adattamento migliore è sicuramente Oliver Twist, tratto dal romanzo di Charles Dickens.
L'autore inglese, nel pieno del 1800, arrivava alla scrittura del suo secondo libro dopo Il Circolo Pickwick, che gli aveva dato un alone quasi di comicità.

Desideroso di raccontare i risvolti della psiche umana, arrivò a realizzare Le avventure di Oliver Twist tra il 1837 e il 1839. Polanski riproduce la Londra vittoriana di quegli anni in un modo sporco: brutta e allo stesso tempo crudele, distrutta dalla fame, che divide miseramente i ricchissimi dai poverissimi.
In questo scenario, l'Oliver Twist del regista naturalizzato americano soffre i tormenti della crescita, pur ritrovandosi a vagare miseramente in una realtà quasi fiabesca.
L'aspetto che più colpisce è il rivedere nella vita del protagonista l'infanzia del regista, che da piccolo ebreo errante nella Polonia occupata dai nazisti si ritrovò a patire le stesse disgrazie della Londra vittoriana. Un horror sociale, come venne definito all'epoca.

Il grande Gatsby - Baz Luhrmann (2013)

Non è facile riuscire ad apprezzare il romanzo di Francis Scott Fitzgerald, che è indubbiamente un'opera non per tutti, soprattutto perché figlia di un periodo particolare, atipico.
Baz Luhrmann prova a raccontare un'altra grande storia, dopo Moulin Rouge e Romeo + Giulietta, facendosi prestare l'estro di Leonardo DiCaprio, realizzando la quarta trasposizione cinematografica di Gatsby, sebbene ce ne siano pervenute soltanto tre, di cui l'ultima del 1974.
Per Eliot il romanzo di Fitzgerald rappresentò il primo passo in avanti fatto dalla narrativa americana, con Ernest Hemingway che nel 1925 non aveva ancora iniziato a dettare legge.

Era l'età del jazz, l'epoca delle contraddizioni della vita americana, tragica e morbosamente patetica. Fitzgerald racconta una falsa autobiografia rivedendo in Gatsby i suoi anni tra alcolismo e sfarzi sessuali, con la sua esistenza condannata all'abisso.
Luhrmann non riesce a rendere onore all'opera letteraria, proponendo un film che non ha riscosso i favori della critica.
Non convinse nemmeno la versione del '74 di Coppola, ma l'impatto visivo che riesce ad avere il Gatsby del 2013 vale la visione, rendendo ancora più amara la vicenda raccontata dallo scrittore americano di inizio Novecento.
Tra sfarzi confermati e l'abilità indubbia del regista australiano a raccontare le feste, Luhrmann dimentica quell'introspezione che Fitzgerald voleva nel personaggio di Gatsby, ma lascia a voi la possibilità di godervi il film.

I Miserabili - Tom Hooper (2012)

Il protagonista del romanzo di Victor Hugo, forse il più famoso dell'autore francese al pari di Notre Dame de Paris, è un ex galeotto, figlio della Rivoluzione e delle Guerre napoleoniche, appartenente allo strato più infimo della società: quello dei miserabili, civili decaduti in miseria totale, ai quali Napoleone non riuscì a donare la rivoluzione che loro stessi speravano di poter avere.

Tom Hooper, un anno dopo l'Oscar per Il Discorso del Re, propone un musical per raccontare l'esplosione di dolore di quella parte di popolazione francese che si è ritrovata a dover lottare con la fame e con la morte.
Nel pieno del romanticismo, quello che raccontava lo strazio dell'esistenza umana, Tom Hooper riproduce la miseria, il cuore infranto, uno spettacolo che fa impazzire occhi e orecchie.
Senza dover necessariamente ricercare la critica o la satira politica, in maniera onesta e mai ridondante, Hooper dirige un film che insegue la tristezza dello spettatore, la inchioda spalle al muro e la infilza, ma con preavviso: perché guardare I Miserabili significa sapere già a quale destino si va incontro.

Dracula di Bram Stoker - Francis Ford Coppola (1992)

Chiudiamo la cinquina con un altro salto indietro nel tempo di quasi trent'anni. Francis Ford Coppola raccoglie il Dracula di Bram Stoker e propone la sua versione dei fatti.
Nel 1462, nel cuore della Transilvania, il cavaliere Vlad Tepes rientra a casa per scoprire, suo malgrado, del suicidio dell'amata moglie Elisabeta, uccisasi dopo aver ricevuto la falsa notizia della morte del marito.
Rinnegata la fede in Dio e nella Chiesa, Tepes decide di scatenare le forze del male per trasformarsi nel vampiro Dracula.

Coppola intacca l'opera di Stoker andando a inserire degli elementi sessuali e sensuali, così da raccontare le spose del Conte in maniera succinta, diversamente da come l'autore del romanzo aveva pensato di fare.
La stessa Lucy, ragazza casta e pura, dal regista americano viene trasformata in una ninfomane dai capelli rossi e dalla battuta erotica pronta.
Nonostante questa lettura leggermente travisata, il Dracula di Coppola rinnovò il genere dedicato ai vampiri, tra l'altro proponendo un cast di prim'ordine con Gary Oldman nei panni del Conte e Anthony Hopkins in quelli di Van Helsing, con Keanu Reeves e Wynona Ryder a far loro da supporto.
Prima ancora di arrivare alla miniserie di Steven Moffat pubblicata su Netflix in tre puntate quest'anno, è di Coppola uno dei più grandi Dracula della storia, quello che ha reso glorioso e mitico l'ultimo romanzo gotico realizzato nella letteratura europea.

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