I 10 film più belli e importanti del decennio

Con il 2020 ormai alle porte, ripercorriamo insieme l'ultimo decennio cinematografico inquadrando i migliori titoli usciti dal 2010 ad oggi.

speciale I 10 film più belli e importanti del decennio
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Le classifiche sono sempre molto difficili da fare in campo cinematografico. Comportano una lunga e calcolata cernita di titoli analizzati secondo un numero ben preciso di fattori, che vanno dalla rilevanza tematica a quella cinematografica, dall'impatto con il grande pubblico a quello con la critica. Compito arduo e sofferto, il nostro, che ci ha costretto a lasciare fuori dalla top 10 del decennio innumerevoli film che avremmo invece voluto inserire. È comunque frutto di un confronto attivo e diretto in redazione che ha creato un dibattito acceso e positivo sui titoli meritevoli di esserci, guardando oltre ogni pregiudizio, cercando di assecondare le diverse sensibilità soggettive con gli elementi invece più oggettivi della settima arte.

Ne è venuta fuori una selezione condivisibile e al contempo del tutto opinabile, vicina alle nostre dinamiche tanto mainstream quanto giudiziose, aperta alle contaminazioni del cinema indipendente, alle sperimentazioni, alla forza narrativa di una storia e allo spettacolo visivo della stessa. Troverete grandi autori (ovviamente) e soprattutto film a loro modo rilevanti, perfettamente inquadrati in una sospensione culturale bilanciata, mai tesa verso il blockbuster a tutto tondo o alla complessa architettura intellettuale di artisti minori ma comunque importanti. Insomma, parafrasando Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, "Questa è la nostra classifica. Ce ne sono tante come lei, ma questa è la nostra". Non vi resta che scoprirla.

La La Land

Damien Chazelle con La La Land fa al cinema quello che Lin Manuel Miranda ha fatto con Hamilton a teatro: aggiorna in chiave pop e appassionata il musical, rendendolo mainstream. Il genere soffre da sempre e ingiustamente di una ghettizzazione a priori, valutato con pregiudizio e luoghi comuni persino da molti cinefili. Con la storia di Sebastian Wilder (Ryan Gosling) e Mia Dolan (Emma Stone), il regista di Whiplash dà uno scossone ai preconcetti e confeziona un musical emozionante spendendosi particolarmente a livello registico, inoculando nella sua visione le splendide musiche di Justin Hurwitz e i testi di Benj Pasek e Justin Paul.
È un racconto d'amore e di scoperta, di sogni e di crescita che va oltre i cliché del romanticismo e guarda in faccia la realtà con intenzioni sentimentalmente spietate e mai stucchevoli. Un film sognante e dai toni fiabeschi che ribalta ogni certezza sui lieto fine, giocando in modo virtuoso tanto con l'estetica quanto con i temi trattati. E in fondo parla di vita, dei tanti traumi che la compongono, delle molte gioie che la animano, ma anche di scelte, conseguenze, di rimorsi e di ricordi. Un titolo rivolto ai sognatori per farli finalmente svegliare dal loro torpore incantato. Qui la nostra recensione di La La Land

The Tree of Life

Considerato il miglior film di Terrence Malick insieme a La sottile linea rossa, lo splendido The Tree of Life offre un approfondimento esistenzialista e filosofeggiante della vita partendo dal concetto di "nucleo". Il regista utilizza il mezzo cinematografico per addentrarsi in un lungo, articolato e visionario interrogarsi sul senso stesso dell'esistenza, inframezzando momenti di estasiante e significativa bellezza della natura (terrena o spaziale) con il racconto di formazione di Jack O'Brien, cresciuto con in testa mille domande a causa del conflitto educativo tra il padre severo e violento e la madre, personificazione di grazia, poesia e dolcezza.

È un gioco di contrasti e parallelismi che riempie gli occhi di estasi e il cuore di graffi, studiando la gravità emotiva e visiva di ogni singola scena come Stanley Kubrick fece ad esempio con il suo 2001: Odissea nello Spazio. Che si parta dalla formazione di una stella nascente, dai micro organismi invisibili a occhio nudo o dalle complicate relazioni all'interno di un focolare domestico, quello che Malick vuole analizzare è il cuore e il significato stesso della realtà, a ogni suo livello, dalla sconfinata inquietudine dell'infinito alla minuscola persistenza dell'effimero, mettendo ovviamente al centro di ogni discorso l'uomo, le sue angosce, le poche certezze accumulate. Terrence Malick nella sua forma più eterea possibile, probabilmente. La recensione di The Tree of Life

Parasite

Dei tre film diretti da Bong Joon-ho nel corso dell'ultimo decennio, Parasite è senza dubbio il più importante. Lo è in ogni substrato tematico e in tutta la sua incredibile e raffinata forza visiva, che conferma con sicurezza uno dei massimi apici cinematografici del regista di The Host e Snowpiercer. L'autore sudcoreano ha sempre utilizzato il genere per soffermarsi con insistenza sugli aspetti più critici e ostici della contemporaneità, rafforzando al contempo il proprio ideale di cinema, sempre più certo e fiero delle sue sensibilità stilistiche fascinose, intelligenti e raffinate. Con Parasite riesce a cementificare tutto questo, a rendere del tutto chiara ed evidente la sua evoluzione artistica in un titolo che affronta con originalità e tatto decadente l'argomento delle disparità sociali e della lotta di classe. Critica i filtri dei social network e il bisogno di apparire, di esserci e mostrare anziché vivere. Parte dalla furbizia del parassita, che incapace di sopravvivere da solo si aggrappa di nascosto a un altro essere, derubandolo dei propri liquidi così da sostentarsi senza fatica.

Lo fa raccontando con ingegno la storia di una famiglia povera e scorretta, che vive di espedienti fino a quando non trova il proprio "ospite" da abitare, divenendo a tutti gli effetti un complesso organismo parassitario, silenzioso e difficile da individuare finché non si spinge oltre, arrecando danno. Joon-ho sottolinea però al contempo la cecità e la sicurezza di chi ha tutto, creando un contrasto esemplare in un film che gioca continuamente con i toni, che muta a più riprese e si trasforma sotto gli occhi del pubblico in un affresco agghiacciante dei nostri tempi. La recensione di Parasite

Mad Max: Fury Road

Iper-dinamico, sontuoso e tachicardico, Mad Max: Fury Road è il capolavoro assoluto di George Miller, magnum opus in cui ha riversato ogni briciolo del suo ingegno cinematografico. Porta alle estreme conseguenze il worldbuilding delle wasteland inizianto in Mad Max 2, introducendo una mitologia del tutto originale e una nomenclatura talmente astrusa da far invidia alla lingua nadsat di Anthony Burgess. Si parla di tirannia e libertà in un contesto del tutto esasperato, tossico e malato, dove le parole lasciano volentieri spazio all'azione e a un montaggio frenetico, spesso accelerato per essere ancora più incisivo e scombussolante.

L'azione è la vera, grande protagonista: coreografata con eccezionale visione, diretta con tatto clinico, rocambolesca, esplosiva e del tutto fuori di testa. Miller confeziona poi Fury Road con la stessa sensibilità artistica di un Goya che incontra Dalì, proponendo allo spettatore un viaggio in un mondo desertico e corrotto che sa regalare comunque sprazzi di grande esaltazione estetica, che tengono con il fiato sospeso, gli occhi sgranati e il cuore in gola dall'inizio alla fine. Cinema di genere e d'entusiasmo allo stato puro. La recensione di Mad Max: Fury Road

Il Filo Nascosto

Paul Thomas Anderson è uno dei geni più incontaminati del ventunesimo secolo, autore instancabile e mai anestetizzato alla superficialità. I suoi film sono monumenti alla settima arte e il Filo Nascosto rappresenta un'ala sofisticata e sublime dell'edificio cinema Andersoniano, quella dedicata ai contrasti esistenziali di una mente maniacale. Ambientato nel mondo della moda londinese degli anni '50, l'ultimo film del regista di Magnoliae de Il Petroliere è un trattato stilistico-cinematografico sulle relazioni personali, che contemplano sentimento, scontro e supporto, ma anche creatività, quotidianità e passione.
Raggiunge vette di assoluta perfezione artistica e concettuale anche grazie alle intromissioni di una vena grottesca a cui Anderson mai rinuncia nella sua filmografia, senza contare poi la sontuosa asimmetria caratteriale dei protagonisti principali, Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e Alma Elson (Vicky Krieps), anime distanti dai cuori affini. Il legante è la volontà di sottomissione all'altro, a un prezzo fisico e morale prestabilito e reciprocamente accettato.
È l'identikit di una coppia bella, fortunata e benestante ma disfunzionale che ha trovato l'antidoto vitale alla fisiologica e paradossale velenosità di un'esistenza benedetta da estro e ricchezza. La letterale ma artisticamente parafrasata messa in scena del proverbiale "soffrire per amore". Unico e squisito. La recensione de Il Filo Nascosto

C'era una volta a Hollywood

C'era una volta a Hollywood rappresenta la grande emancipazione cinematografica di Quentin Tarantino. È forse l'opera più libera e diversa dell'autore di Pulp Fiction e Bastardi senza gloria, con cui prova a scavalcare gli stilemi classici della propria scrittura per mettere insieme un film cornice dedicato alla Hollywood del 1969, quella del cambiamento interno ed esterno agli studios. Si muove allora in queste due direzioni, Tarantino, sfruttando i suoi Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) per dispiegare davanti agli occhi del pubblico il grande gioco del cinema e della vita, dentro e fuori dal set.


Non c'è cosa più vera della settima arte e non esiste cosa più assurda della realtà, che l'autore tenta infatti di modificare nel suo solito e dissacrante revisionismo storico, tarato sull'eccesso e il divertissement culturalmente rilevante e sovversivo.
Il film riscrive però soltanto idealmente la verità, dandoci modo di riflettere sulle tante possibilità scartate dall'esistenza, sul "come sarebbe potuto essere" e sul potere indiscutibile della finzione cinematografica, nel caso specifico comunque incapace di superare l'efferatezza e lo "spettacolo" della cruda realtà dei fatti. Un what if incisivo e di grande valore stilistico. La recensione di C'era una volta a Hollywood

Boyhood

Un Richard Linklater coraggioso e sperimentale, quello di Boyhood, film interamente dedicato alla crescita e alle metamorfosi della vita, scritto e ripreso a tappe nel corso di 12 anni, dal 2002 al 2013.
Nelle intenzioni del regista c'è la volontà di seguire la trasformazione umana che subiamo dal tempo e dall'esperienza, raccontata attraverso la vita di Manson e dei suoi genitori. Seguiamo il protagonista dai suoi sei anni fino al compimento dei diciannove, addentrandoci nelle sue relazioni familiari e personali, scoprendone un anno dopo l'altro il mutamento fisico e caratteriale, plasmato tanto dagli affetti a lui vicini quanto dai diversi ambienti che man mano lo circondano (così la scuola elementare o l'arrivo al college).
Pur essendo narrativamente e stilisticamente molto classico, Boyhood dimostra come cinema e realtà possano arrivare a intersecarsi alla perfezione e sostentarsi a vicenda, analizzando al contempo l'evoluzione dell'esistenza e dei graduali cambiamenti tecnologici, come ad esempio il passaggio dall'analogico al digitale, dai Nokia all'iPhone.
È un concept film ragionato che non prova neanche per un secondo a scadere nella commedia, dimostrando attraverso l'arte cinematografica la drammatica e sofferta realtà che comporta l'essere in vita. Un percorso accidentato lungo cui muoversi con circospezione, guardando sempre avanti, accettando e accettandosi. La recensione di Boyhood

Dunkirk

Raccontando l'incredibile storia vera dell'Operazione Dynamo, Christopher Nolan scrive una delle pagine più importanti del cinema di guerra contemporaneo.
Il suo Dunkirk è un attestato di stile che riduce i dialoghi all'osso per concentrarsi su di un'esperienza cinematografica sensoriale, messa in scena attraverso tre "luoghi e tempi" differenti, che sono terra, aria e mare. Sfrutta l'illusione uditiva della Scala Shepard e un montaggio sfasato su piani temporali sovrapposti per creare un costrutto narrativo teso e dal ritmo ben cadenzato, senza particolari sbavature.

I soldati di Nolan sono spiaggiati e sofferenti, circondati dai nemici e con una sola via di fuga, terrorizzati anche dai bombardamenti aerei. La salvezza viene dal cielo e le sequenze in aria sono le più avvincenti ed elaborate, mentre dal mare la patria inglese si avvicina lentamente all'alleata Francia.
Un film avvincente e dalla costruzione impeccabile, Dunkirk, che scarnifica il corpo cinematografico nolaniano di ogni eccesso artistico per mostrare il cuore stesso della suspense e di uno spettacolo elaborato al dettaglio per stupire. Un crescendo musicale eseguito con estrema grazia fino alla sua magistrale chiusura. La recensione di Dunkirk

La Grande Bellezza

Paolo Sorrentino è da sempre sensibile a tematiche borghesi: un mondo che vive in prima persona e che sente vicino, che esalta e distrugge a seconda delle sue esigenze creative. Non un manierista, il cineasta partenopeo, ma un uomo affascinato dalla bellezza dell'immagine e della parola, dalla grazia della poesia e dall'irresistibile forza dei contrasti, che sfrutta, alimenta e crea in tutti i suoi film, dove è infatti rintracciabile lo stesso gusto per il grottesco che lo accomuna ad Anderson.
Sorrentino è però anche una mente riflessiva che sa ragionare sulla contemporaneità e raccontarla in modo tanto pasoliniano quanto felliniano, sospesa tra sogno e realtà, tra incanto e verità.
La grande bellezza contiene in sé tutti gli elementi tipici del regista, che nella sua opera finora più importante racconta il disincanto nei confronti di una frivola e vuota esistenza riempita con errori e falsità con cui prima o poi si arriva a fare i conti. Avere il potere di far fallire una festa non comporta nulla nella vita reale, sedimentata - dice Sorrentino - "sotto il chiacchiericcio e il rumore", dallo squallore dell'uomo disgraziato ai piccoli e sparuti sprazzi di bellezza.
È un film sul nulla che apprezza e critica il nulla senza riuscire a prendere posizione, risultando ricco e pieno nella sua vacuità intellettuale. Non a caso cita Flaubert e i suoi scritti, dedicati tanto alla stupidità umana e al luogo comune quanto a una prosa sublime ricercata. Orgoglio italiano amato e odiato che merita senza dubbio riconoscimento. La recensione de La grande bellezza

The Irishman

Attraverso una storia fatta di amicizia, omertà, politica e tradimenti intercorsi tra gli straordinari Frank Sheeran di Robert De Niro, Russell Bufalino di Joe Pesci e Jimmy Hoffa di Al Pacino, The Irishman di Martin Scorsese racconta di un'epoca ormai sbiadita senza spettacolarizzazioni o esaltazioni dell'universo gangster, come fatto ad esempio in Casinò o in Quei bravi ragazzi, cantando invece un'ode a suo modo viscerale e delicata alla caducità del tempo e al paradossale rapporto con l'immortalità delle azioni compiute.

È il C'era una volta in America del regista di New York, ugualmente nostalgico e malinconico seppur diverso nell'approccio registico, che richiama alla mente sonorità e tinte del french noir e altri elementi presi in prestito dalla sterminata filmografia scorsesiana.
Un film intenso, profondo, lungo e disconnesso come la vita dei protagonisti, come la loro moralità e le relazioni che sono andati a creare, rafforzatesi o distruttesi nel tempo. La romantica epopea esistenzialista di una criminalità demitizzata, dove l'esigenza personale del regista incontra la tecnologia e il budget di un film studio, regalandoci un'opera complessa, ispirata e profondamente desiderata, quadratura del cerchio dei gangster movie. La recensione di The Irishman