House of Gucci: la vera storia dietro il film di Ridley Scott

Riscostruiamo la vera storia dell'omicidio di Maurizio Gucci, un delitto tanto assurdo quanto improvvisato, orchestrato da Patrizia Reggiani.

House of Gucci: la vera storia dietro il film di Ridley Scott
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Se l'intento di House of Gucci era quello di far discutere, l'obiettivo è stato pienamente raggiunto. Quello per molti critici può essere tranquillamente annoverato tra i peggiori film di Ridley Scott, uscito a distanza di pochi mesi da uno dei migliori film sul Medioevo che abbiamo analizzato nella nostra recensione di The Last Duel, sembra appartenere alla dicotomia in pieno stile Dr. Jekyll/Mister Hyde che da sempre punteggia la carriera del visionario Ridley Scott.

Non aiuta certo l'ambizione di questo suo ultimo lungometraggio; raccontare su scala pluridecennale le vicende personali della famiglia Gucci che portarono all'assassinio di Maurizio, presidente della casa di moda dal 1983 al 1993. Il lungometraggio prende forma dal racconto di Sara Gay Folden in La saga dei Gucci - Una storia vera di moda, avidità, crimine, bestseller del 2001 che racconta gli anni precedenti l'omicidio di Maurizio Gucci (un frangente non molto riuscito, vista la recensione di Tom Ford di House of Gucci). Un Ridley Scott fuori forma quello che descrivevamo nella nostra recensione di House of Gucci, con una Patrizia Reggiani (Lady Gaga nel film) che rischia di essere declinata quasi come vittima, quando in realtà fu la fredda mandante di quel fatidico omicidio che cercheremo di analizzare insieme sulla base delle carte processuali.

L'omicidio Gucci

L'appuntamento con la morte per Maurizio Gucci ha una data e un luogo ben precisi: il 27 marzo 1995, alle 9 del mattino circa, in via Palestro 20, Milano. L'elegantissimo miliardario quarantasettenne fa il suo ingresso nell'androne del palazzo, saluta il portiere Giuseppe Onorato e sale i primi gradini.

Nessuno bada all'uomo dietro di lui che l'ha probabilmente pedinato dall'inizio. Solo Onorato se ne accorge, ma non bada molto a quel signore altrettanto elegante, per lo meno fino a quando dal cappotto di cammello non estrae una pistola con silenziatore e inizia a fare fuoco. Maurizio Gucci viene colpito alla spalla e al gluteo. Con grande stupore dell'assassino, sul luogo è presente anche Onorato, che si fa scudo con un braccio mentre due pallottole lo raggiungono colpendo l'arto (morirà nel 2020, dopo aver da poco ricevuto un risarcimento da 100 mila euro). Non andrà altrettanto bene al rampollo dei Gucci, raggiunto da un fatale colpo alla tempia nel tentativo di voltarsi. Le indagini si rivolgono subito al patrimonio di famiglia, alle diverse ipoteche sparse sugli immobili di tutto il mondo, ad alcuni debiti contratti con le banche svizzere.

Ma è su Patrizia Reggiani, l'ex moglie di Maurizio che gli investigatori si ritrovano infine ad indagare. Dopotutto era stata proprio lei a paventare propositi omicidi a destra e a manca negli anni e nei giorni precedenti; forse se ne sarebbe addirittura occupata personalmente, se avesse avuto una mira decente e un'idea della gittata di un'arma da fuoco. Nessuno però le crede, si pensa a parole intrise solo di astio e non di concreti propositi.

Lei, che continuava a portare il nome dei Gucci nonostante le fosse stato proibito col divorzio. Lei, che aveva sposato Maurizio nel 1972 senza il benestare del capofamiglia della dinastia della moda, che non vedeva di buon occhio l'unione. Lei, che aveva vissuto di eccessi col marito, ma che si era scontrata con la dura realtà della separazione prima, nel 1983, e della successiva volontà dell'ex di divorziare, scatenando tutto il suo rancore e accendendo la miccia per gli eventi futuri.

Una squadra improbabile

L'operazione organizzata dalla Reggiani fu, però, tutt'altro che perfetta e a prova di indagini. Basti pensare ch coinvolgeva, Pina Auriemma, un'amica dedita allo spiritismo dilettantistico che, incaricata di trovare il giusto sicario, si era rivolta al portiere di un albergo da una stella, Ivano Savioni, il quale a sua volta aveva coinvolto Orazio Cicala, uomo fallito e con una serie di debiti di gioco da saldare.

Cicala decise che a fare il lavoro sporco sarebbe stato tale Benedetto Ceraulo, sicario siciliano. Per rendere l'idea della disorganizzazione di questa sgangherata compagine, basti pensare che per l'omicidio era stata rubata una macchina, poi rimossa per divieto di sosta, motivo per il quale la fuga dal luogo del delitto sarebbe poi stata attuata con la Renault Clio del figlio del Cicala. Questo fa capire quanto l'insensato omicidio di Maurizio Gucci sia in realtà legato a una serie di effimere necessità da parte dei diretti interessati. Un quadro tragicomico nel quale si scontrano gli interessi dei vinti e dei miserabili, come ha ben espresso la voce rotta del PM dell'inchiesta, trovatosi in difficoltà nel dover ammettere che "quell' uomo è stato ammazzato perché Orazio Cicala voleva soldi da giocare al casinò; Benedetto Cerauolo voleva portare la figlia in una casa più grande; Ivano Savioni per pochi spiccioli; Pina Auriemma per poter continuare ad essere la dama di compagnia che era. Ecco, queste sono le ragioni per le quali è morto Maurizio Gucci".

Negli anni, tutti gli imputati coinvolti confessarono il proprio ruolo e quello della Reggiani, che venne condannata a 29 anni come mandante dell'omicidio insieme a Cicala. Savioni a 26 anni per aver organizzato il tutto (ad aprire il vaso di Pandora era stato un suo dettagliato resoconto ad un presunto narcotrafficante colombiano con 120 cadaveri alle spalle - in realtà un agente sotto copertura), ad Auriemma 25 per favoreggiamento, mentre a Cerauolo spettò l'ergastolo (il portiere non riuscì a riconoscerlo, ma non poteva dimenticare i suoi occhi, il suo naso, la sua bocca, la sua carnagione e i suoi capelli). In tutto Patrizia Reggiani aveva sborsato 600 milioni per uccidere il marito.

Un quadro sconvolgente e quasi dissacrante nei confronti dell'immane tragedia che ha colpito quella famiglia che ai tempi, dopo un periodo difficile, aveva già venduto il 100% delle quote di Gucci al fondo Investcorp, perdendo di fatto ogni controllo sul brand. Maurizio aveva assunto la direzione della società dopo la morte del padre nel 1983, contribuendo alla crescita di Gucci con l'inserimento in organico di personalità del calibro di Domenico Sole, Dawn Mello e Tom Ford.

Lo zio Aldo (Al Pacino nel film) era stato allontanato all'inizio degli anni Ottanta per aver sottratto alcuni milioni, così come Paolo (Jared Leto) per aver sfruttato illecitamente il marchio (nonostante avesse dato un contributo fondamentale all'azienda, contrariamente a quanto suggerisce l'opera di Scott). Una situazione che aveva sconvolto la narcisista Reggiani, che non era disposta a perdere su tutta la linea e che piuttosto sarebbe stata disposta a perdere il padre delle sue stesse figlie, vergando la pagina del suo diario di quel fatidico 27 marzo 1995 con una sola parola: Paradiso.

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