Essere Hikikomori oggi, chi sono i giovani che si isolano

La finestra aperta sul mondo degli hikikomori ci fornisce lo spunto per raccontare meglio la condizione dei giovani di oggi in riferimento al fenomeno

Essere Hikikomori oggi, chi sono i giovani che si isolano
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Dal giapponese "stare in disparte", il termine hikikomori nasce in corrispondenza della diffusione del fenomeno di una volontaria esclusione sociale che risale alla metà degli anni Ottanta. Nella seconda metà degli anni Duemila in Giappone si può contare l'1% della popolazione in questa condizione: significa più di un milione di persone. Da un lato l'Università di Okinawa parla di poco meno di mezzo milione, Saito, invece, parla di due milioni: disparità importanti, a creare un delta che è condizionato da fattori diagnostici ed epidemiologici che creano difficoltà anche nell'individuare uno specifico caso di hikikomori. Per questo, a oggi, il Giappone si è mosso per delinearne nel miglior modo possibile un identikit. A gettare luce sull'argomento in chiave italiana sono stati Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva col documentario Sky Essere Hikikomori (qui trovate la nostra recensione di Essere Hikikomori).

Chi è l'hikikomori?

Una ribellione a quelli che possono essere i dettami della cultura e della tradizione, molto forti in Giappone. Per diventare un hikikomori bisogna ritirarsi completamente dalla società per più di sei mesi questo è il primo requisito stabilito dal governo nipponico per iniziare a parlare di quella che non è una sindrome riconosciuta, ma un fenomeno, una condizione, che si manifesta anche nel rifiutare la frequenza della scuola o del lavoro.

Non devono essere diagnosticate nell'individuo che abbraccia la scelta di essere un hikikomori né schizofrenia, né ritardo mentale, tantomeno altre patologie che possano essere ricondotte a una condizione psichiatrica rilevante. Un aspetto fondamentale per specificare, secondo il governo giapponese, che la persona è sana a tutti gli effetti e che la scelta compiuta è autonoma e presa nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Infine, l'aspetto preponderante dell'essere hikikomori è il voler interrompere qualsiasi tipo di relazione sociale, sotto ogni punto di vista. Su quest'ultimo punto si dipana la grande differenza che ritroviamo nell'identificazione degli hikikomori in giro per il mondo. In Giappone la definizione non lascia scampo a interpretazioni, mentre in Corea le cose cambiano: i mesi di isolamento scendono a tre, non più a sei, e hanno la possibilità di mantenere un dialogo con i propri genitori, diventando così dei wittori, che in coreano significa "solitari".

In Italia il fenomeno si ritrova in un individuo ogni 250, numeri altissimi confermati anche dalla Società Italiana di Psichiatria, che parla di 3 milioni di italiani tra i 15 e i 40 anni che soffrono di quella che si avvicina a essere una patologia. Le stime, al momento, sono però confuse quanto quelle elaborate in Giappone, tanto che spesso si finisce per associare in maniera errata l'hikikomori a una dipendenza da internet. Stime più attendibili e recenti riferiscono un totale di centomila casi in Italia.

Come vive l'hikikomori?

Lo stile di vita dell'hikikomori prevede un ritmo invertito di sonno e veglia, dedicando le ore notturne alle attività - poche - e le ore diurne al sonno. I rapporti sociali vengono sostituiti da quelli mediati tramite internet, anche se spesso insorge una contraddizione sotto quest'aspetto: rifiutare i rapporti dovrebbe portare a un distaccamento anche dalle interazioni virtuali, cosa che invece la tecnologia moderna sembra aver sdoganato.

In Giappone solo il 10% degli hikikomori naviga su internet, mentre il resto occupa le giornate leggendo, oziando e contemplando l'esterno. Le condizioni di vita rasentano il vagabondaggio, ma all'interno di una sola stanza: consumano il cibo tra le proprie mura, limitano le occasioni per lavarsi e per prendersi cura di se stessi, non lasciano mai il proprio ambiente confortevole. Il perché una persona decida di diventare un hikikomori è ancora in fase di discussione, ma secondo i più si parte da un disturbo pervasivo dello sviluppo, tra cui potrebbero rientrare anche la sindrome di Asperger e l'autismo. In alternativa, come mostrato anche nel documentario Essere Hikikomori, si parla anche di reazioni all'ambiente esterno, con l'ipotesi che vi possano essere influenze derivanti da disturbi con l'integrazione sociale. In Giappone uno studio del 2007 ha dimostrato che c'è una correlazione con disturbi mentali secondari, con cinque casi su ventisette presi a carico con un alto disturbo pervasivo dello sviluppo: tra questi depressione, disabilità intellettiva e disturbo ossessivo-compulsivo. Per questo affrontare un percorso riabilitativo può essere utile per aiutare la persona a venire fuori da una condizione che spinge a non essere interessati a più niente, a vivere alla giornata e al non avere nessun tipo di attività che possa creare stress. Un annullamento totale del proprio essere.

Il ritorno in società

Un hikikomori potrebbe riabituarsi al mondo esterno in circa 12 anni, secondo uno studio del 2014 condotto in Giappone. Non è detto, tra l'altro, che al termine di tale condizione una persona sia in grado di rientrare a pieno titolo in società e possa trovare un lavoro o terminare un eventuale percorso di studi interrotto per molto tempo, in Giappone più di qualsiasi altro paese. A tal proposito diventa fondamentale cercare di sensibilizzare il mondo esterno su questo fenomeno, grazie all'aiuto anche della cultura di massa, che negli anni ha proposto diverse finestre aperte sul mondo degli hikikomori.

L'opera più significativa, al momento, è sicuramente Welcome to the NHK di Tatsuhiko Takimoto, che racconta l'associazione giapponese per gli hikikomori con protagonista Tatsuhiro Sato, che lotta per evadere dalla sua condizione. Quella del giovane ragazzo, 22enne che si identifica anche nei NEET, quindi persone che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro, è una lotta per combattere contro le proprie fobie, è una corsa che vuole rivendicare una condizione che non gli va più a genio.

In questo Sato diventa un simbolo della difficoltà che gli hikikomori possono trovare nel progredire nella loro situazione. Il protagonista di Welcome to the NHK, infatti, vede interrompersi il bonifico arrivato dai genitori ogni mese per il sostentamento e patendo la fame si vede costretto a cambiare la propria vita, diventando un freeter. Anche in questo caso facciamo riferimento a un termine giapponese che identifica dei ragazzi che cercano lavori precari per breve tempo, così da poter mantenere una libertà di fondo che li rende autonomi. Un qualcosa che li porta a non avere nemmeno una fissa dimora e che li spinge a lavorare solo per avere un'entrata in grado di fornire loro un autosostentamento. D'altronde la stessa parola arriva dall'unione di free (libero) e arbeiter (lavoratore) dal tedesco: un lavoratore libero.

Da Sato in avanti sono diversi gli hikikomori che arrivano nella cultura di massa, permettendoci di scoprire maggiormente la condizione di queste persone attraverso l'edulcorazione dell'animazione o della lettura, che si tratti di manga o di anime. Tra i più noti sicuramente Saiko Yonebayashi di Tokyo Ghoul:re o Jinta Yadomi, protagonista di Ano Hana, nel quale si racconta la storia di un hikikomori divenuto tale a causa di un trauma subito in età infantile. Storia che si ritrova spesso nella condizione di questo fenomeno, come raccontato anche nel documentario Essere Hikikomori, tra traumi nei rapporti con i genitori oppure condizionati da vicende del mondo esterno.

Più di recente, in Persona 5 è comparso un personaggio hikikomori, precisamente Futaba Sakura, che vive nelle medesime condizioni raccontate fino a questo punto (qui trovate la nostra recensione di Persona 5). Nel 2019, invece, a Venezia era stato presentato Happy Birthday, cortometraggio con protagonista una ragazza hikikomori. Un fenomeno, insomma, che lentamente sta conquistando il mondo dell'intrattenimento.

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