Hellboy, gli aspetti più infernali del film con David Harbour

Pur andando controcorrente, è impossibile non riscontrare problematiche importanti nel reboot di Neil Marshall, soprattutto produttive e di scrittura.

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La recensioni della critica (soprattutto) americana sono calate come un'enorme mannaia sul reboot di Hellboy, stroncandolo.
Se avete letto la nostra recensione del film di Neil Marshall, avrete certamente capito che siamo - in particolar modo chi scrive - schierati invece dalla parte del progetto, che si rivela una carnevalata grottesca ed esasperata di quel cinema gore che oggi vede poco la luce.
Ha il coraggio e la freddezza di mettere in scena squartamenti micidiali e trovate ripugnanti senza battere minimamente ciglio, sfruttando al meglio il bollino Rated-R e guardando allo splatter e a un cinema gloriosamente anni '70 e '80, quello di Mario Bava, George R. Romero e a tantissimi altri.

Insieme al metal tanto caro a Marshall e un ritmo serrato, Hellboy eleva proprio questo ricercato cattivo gusto a principale ispirazione del reboot, rivelandosi un prodotto non adatto a tutti i palati, certamente non così mainstream come altri cineacomic e forse bisognoso di più visioni per essere apprezzato per quello che, forse, realmente è. Detto questo, il film ha comunque tutta una serie di problematiche e difetti impossibili da ignorare e sui quali è difficile soprassedere, specie guardando anche ai report di una produzione travagliata, che ha continuamente cercato di tarpare le ali al regista, spesso persino riuscendoci.
[ATTENZIONE, SPOILER A SEGUIRE]

Un diavolo per capello

Non staremo qui a ripercorrere tutto il turbolento polverone legato ai diverbi tra Marshall e Loyd Levin, ma è importante capire quanto una lotta intestina per il controllo di una produzione possa far male a un film tanto atteso come Hellboy. Soprassedendo dunque sul comportamento di David Harbour, che in quanto attore e dipendente ha scelto di restare dalla parte di chi lo pagava, è necessario capire che tra il regista e i produttori non è corso buon sangue. I litigi sono stati molteplici, i tentativi insurrezionalisti di Levin e Gordon continui, il controllo di Marshall praticamente nullo, tanto che non ha partecipato alla fase dell'editing né alla promozione del film.
Questo significa che il cineasta ha tentato di fare del proprio meglio con ciò che aveva (confezionando peraltro un paio di sequenze d'azione davvero fenomenali), ma al contempo la sua firma è stata macchiata dalla bava rabbiosa dei due produttori/antagonisti, che si sono divertiti a cancellare per buona parte del film ogni traccia della visione di Marshall.
Questo ovviamente si vede, specie da metà del secondo atto fino a deflagrare definitivamente nel terzo e ultimo. Se l'incipit in Messico e tutta la parentesi del Club di Osiride con la caccia ai giganti è infatti riuscito e soddisfacente, è dall'entrata in scena di Ben Daimio (Daniel Dae Kim) che iniziano i problemi seri.

La scrittura comincia a subire una fase di stanca che si trascina dolorosamente fino alla fine, seppur la parentesi Baba Yaga riesca a solleticare il nostro cuore affezionato e palpitante per l'opera di Mike Mignola. Si notano infatti un susseguirsi di battute slapstick di impatto inconsistente, che fanno il paio con un ritorno all'azione che non risulta più così frentico e ricercato, in pieno divertissement, come per la lotta tra luchador o l'uno contro tre tra Red e i Giganti (una perla!).

Si preferisce approfondire una trama in realtà non così consistente e - per i fan del fumetto - decisamente telefonata, che non inventa o non sposta nulla rispetto alle intenzioni di Mignola, guarda caso supervisore della sceneggiatura di Andrew Cosby. Questo rende una storia generalmente inutile (perché in una baracconata gore conta lo spettacolo, non il contenuto) drammaticamente protagonista, nonostante l'introduzione di mini-storie accosti saggiamente la struttura dell'adattamento a quella del fumetto. Il percorso inanellato dai protagonisti diventa man mano sempre più veloce e gli eventi e i personaggi cominciano ad accalcarsi inutilmente gli uni sugli altri: da Londra a Pendle Hill fino a una grotta sulle scogliere Britanniche ci vogliono venti minuti di tempo, durante i quali si sussegue il ritorno di Nimue e un primo scontro fisico tra lei ed Hellboy, mentre Alice a Daimio giocano al rallenty spettrale con alcune streghe morte.

Sbagli digitali

E poi Merlino e l'Apocalisse di cinque minuti, vistoso pretesto per spappolare qualche cranio e regalare agli amanti di Clive Barker o di HR Giger i loro mostri infernali e bavosi (uno ha persino il look di una vagina che sputa fuoco).
Da metà film in poi, insomma, si perde quell'equilibrio iniziale tra narrazione e spettacolo, che procedono così paralleli e slegati, costringendo il pubblico a scegliere a cosa interessarsi, se alla storia o se al godibilissimo e sofisticato splatter show messo su da Marshall. C'è da dire che gli errori più solidi di Hellboy sono quasi interamente da imputare alla produzione, guardando anche al montaggio che si fa man mano sempre più insofferente alle tempistiche lente, preferendo essere l'equivalente di un cerotto strappato velocemente che incontra la resistenza di qualche pelo superficiale.
Anche concentrandosi sull'impianto stilistico vintage e di genere, è comunque impossibile non notare degli effetti speciali (VFX, tecnia e CGI) vecchi di almeno sei anni, che rimandano direttamente a film come R.I.P.D. o ad Hansel e Gretel: Cacciatori di Streghe (quest'ultimo piccolo cult splatter amato da molti ma accolto negativamente, al tempo, dalla critica).

Prendendo in esame proprio la Caccia ai Giganti, ad esempio, la brillante costruzione della scena e della coreografia è sorprendentemente minata da una computer grafica raffazzonata, dove si nota ogni stacco del (pur bel) piano sequenza digitale, una profondità di campo inesistente e costruita in Green o Blu Screen e la fluidità artificiale di un sangue fin troppo colloso. Fa arrabbiare, perché quando il Red di Harbour è messo direttamente in scena con effetti pratici o prostetici, funziona meravigliosamente, anche in scene concitate e di combattimento, il che significa una parsimonia di talento e investimento proprio in fase post-produttiva, nell'impalcatura digitale della CGI.

In conclusione, al netto di quanto scritto, da questo lato della barricata ci auguriamo in tutta onestà che il film possa piacere al grande pubblico per le intenzioni di fedeltà e lo spazio gore riservati a Mignola e al personaggio di Hellboy, ma al contempo ci ritroviamo a detestare uno spreco di potenziale di questa portata. Dovesse davvero sbarcare in sala il Mignola Universe, ci auguriamo che a curare il progetto sia uno studio di grandi dimensioni, capace di coinvolgere adeguatamente artisti VFX di spessore.

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