Speciale Hawkeye - Sherlock Holmes, i mille volti della ragione

I mille volti della ragione

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L’amore per il cinema, la letteratura e quant’altro possa essere definito “cultura popolare” ci pone spesso di fronte a paradossi. Il caso di Sherlock Holmes è uno dei più eclatanti. Personaggio amatissimo, partecipe di un’infinita serie di incarnazioni e declinazioni, è conosciuto nei suoi tratti basilari anche da chi non ha mai letto uno dei romanzi o visto uno dei film che lo vedono protagonista. Il suo profilo leggendario, con pipa e cappello da cacciatore, così come la celebre frase “Elementare, Watson!”, che rivolge con estrema sufficienza all’amico, coinquilino e assistente spiegandogli la soluzione di un caso, contribuiscono a identificare immediatamente i tratti del personaggio a cui, per antonomasia, ci si rivolge per la risoluzione di misteri e lo scioglimento di criptici enigmi. Eppure, con tutte le sue mutazioni nel corso della sua lunga carriera nel mondo dei media, è egli stesso un enigma, per risolvere il quale ci vorrebbe qualcuno dotato dell’intuito e dell’intelletto di...Sherlock Holmes. Noi sappiamo di non averlo, ma, in occasione dell’uscita di Sherlock Holmes: Gioco di Ombre, sequel di un successo del 2009, firmato come il primo da Guy Ritchie e interpretato ancora da Robert Downey Jr. e Jude Law, in uscita da Warner Bros. il 16 dicembre, proveremo a condurre la nostra personalissima indagine sul detective di Baker Street, con lo scopo di guadagnare su di lui una visione d’insieme più chiara e magari gettare sul personaggio e sullo sterminato ‘franchise’ che lo circonda una luce nuova, diversa, originale.
Proveremo a farlo seguendo il suo stesso metodo e l’assioma che per la prima volta espone nel romanzo ‘Il segno dei quattro’: « Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità. »

Un profilo

Editorialmente parlando, il personaggio, creato come tutti sanno dallo scrittore Sir Arthur Conan Doyle, appare per la prima volta in ‘Uno studio in rosso’ del 1887. Quello che i puristi chiamano ‘Il Canone’, ovvero gli scritti di Conan Doyle e solo quelli, è composto da quattro romanzi e cinquantasei racconti, la base che ha fatto assurgere il personaggio al ruolo di icona della letteratura gialla, nel particolare sottogenere ‘deduttivo’. L’autore riversa nelle sue storie anche la passione per la letteratura del terrore e del mistero, come ne ‘Il mastino dei Bakersville’ o ‘Il vampiro del Sussex’. Una chiave di lettura importante, su cui ritorneremo.

Le avventure di Holmes sono raccontate, nella loro quasi totalità, dal suo amico e biografo, dottor John Watson, una sorta di alter ego dello stesso Conan Doyle (anch'egli laureato in medicina), che così descrive il detective:
« il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un'aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell'uomo d'azione. Le mani, invariabilmente macchiate d'inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili strumenti della sua filosofia. »
(da Uno studio in rosso)

Holmes risulta quindi essere una persona molto attiva già dalla prima descrizione in cui le sue caratteristiche fisiche ne tracciano un quadro preciso, che verrà poi ben delineato nel corso di questo primo romanzo, nel quale il personaggio darà poi sfoggio delle sue abilità intellettive, descrivendo minuziosamente la sua attività di consulente investigativo, ovvero di ultima speranza per coloro che sono bloccati in casi apparentemente irrisolvibili.
Le caratteristiche salienti di Holmes sono ben riassunte, ancora una volta, dal suo puntuale coinquilino e amico, in una sorta di ‘scheda tecnica’ che sembra costruita con gli stessi parametri con cui, un paio di secoli dopo, il creatore di Dungeons & Dragons Gary Gygax avrebbe permesso a milioni di giocatori di ruolo di modellare secondo valori numerici i punti salienti dei personaggi che avrebbero interpretato nelle loro campagne:
« Sherlock Holmes - I suoi limiti
Conoscenza della letteratura - Zero.
Conoscenza della filosofia - Zero.
Conoscenza dell'astronomia - Zero.
Conoscenza della politica - Scarsa.
Conoscenza della botanica - Variabile. Sa molte cose sulla belladonna, l'oppio, e i veleni in genere. Non sa niente di giardinaggio.
Conoscenza della geologia - Pratica, ma limitata. Distingue a colpo d'occhio un tipo di terreno da un altro. Rientrando da qualche passeggiata mi ha mostrato delle macchie di fango sui pantaloni e, in base al colore e alla consistenza, mi ha detto in quale parte di Londra se l'era fatte.
Conoscenza della chimica - Profonda.
Conoscenza dell'anatomia - Accurata, ma non sistematica.
Conoscenza della letteratura scandalistica - Immensa. Sembra conoscere ogni particolare di tutti i misfatti più orrendi perpetrati in questo secolo.
Buon violinista.
Esperto schermidore col bastone, pugile, spadaccino.
Ha una buona conoscenza pratica del Diritto britannico.
Capacità di usare la logica - Ottima.
»
In realtà questa lista, compilata da Watson pochi giorni dopo aver conosciuto Holmes, si rivela fuorviante. In numerosi racconti il detective rivela di possedere invece una buona conoscenza della politica (come nel racconto Uno scandalo in Boemia), ma anche di avere un vasto interesse letterario e filosofico, citando la Bibbia, Shakespeare e perfino Goethe. Le sue conoscenze in campo pratico sono tali da avergli permesso di scrivere dei trattati sugli argomenti più svariati, come un saggio navale e una monografia sul tabacco (come lui stesso afferma nel racconto Il mistero di Valle Boscombe). Inoltre, come rivelano successivamente gli appunti di Watson, Holmes è un eccellente schermidore e pratica il pugilato a mani nude. Nel racconto "L'avventura della casa vuota", afferma inoltre di conoscere il baritsu, un sistema di lotta giapponese derivato dal jujitsu, rendendolo uno dei primi occidentali ad aver praticato le arti marziali orientali.

Questo aspetto in particolare, di Holmes come uomo d’intelletto che però, all’occasione, sa anche menare le mani, che molti considerano una stranezza dato che poi si è perso nelle prime incarnazioni filmiche del personaggio, è ripreso invece proprio dagli ultimi film di Guy Ritchie, in cui lo Sherlock interpretato da Robert Downey jr. è in grado di stendere gli avversari con un letale mix di strategia e arti marziali, mentre le sue abilità di spadaccino le abbiamo potute vedere messe in pratica nel piccolo cult Piramide di Paura di Barry Levinson, del 1985, che immaginava una sua avventura giovanile.

Leggenda vuole che il personaggio sia ricalcato sulla figura di Joseph Bell, un brillante medico che Doyle conobbe veramente e per il quale, come si può intuire leggendo i resoconti di Watson, provava grande ammirazione a causa delle sue eccezionali capacità deduttive. È proprio con questo genere di romanzi che le tecniche di abduzione, sempre definite nel Canone di “deduzione”, vengono per la prima volta considerate alla stregua di una “scienza”. Tra l’altro, pare che Bell, di cui Doyle fu assistente prima di laurearsi, abbia effettivamente aiutato la polizia in alcuni casi (tra i quali quello di Jack lo squartatore) lasciando così il suo contributo alla nascita della medicina legale.

I luoghi di Sherlock

Celebre è l’indirizzo fittizio dove vive l’investigatore con il suo coinquilino, Baker Street 221B.
Conan Doyle sapeva benissimo che, ai suoi tempi, i numeri civici della via arrivavano solo fino al 100. Un riordino venne effettuato negli anni 30, e il 221B fu assegnato ad un edificio in stile art-deco in cui, fino al 2002, ebbe sede la Abbey Road Building Society, che cominciò così a ricevere lettere indirizzate a Sherlock Holmes da tutto il mondo. La società decise di approfittarne, aprendo una segreteria di Sherlock Holmes, apponendo una targa di bronzo in corrispondenza del famoso numero civico e sponsorizzando, nel 1999, la sistemazione di una statua del detective nella vicina stazione della metropolitana.
Il Museo di Sherlock Holmes, situato in Baker Street in un edificio del 1815 simile all'appartamento letterario di Holmes, riporta attualmente al suo ingresso il numero 221B, sebbene in realtà il suo civico sia il 234. Attualmente la posta del 221B è indirizzata al museo, 13 numeri più avanti, che ha fatto richiesta nel 1994 affinché il numero fosse riconvertito in 221, incontrando l'opposizione dell'azienda che occupava quell'indirizzo.

Holmes e le donne

Al contrario del suo ultimo interprete Robert Downey jr., che certo non manca di esercitare fascino sulle signore, l’Holmes originale è tutto fuorché uno sciupafemmine. Anzi, la sua fama è quella di un grande misogino. Una caratteristica che, oltre a suscitare ogni genere di malignità sul suo rapporto di convivenza con Watson (spesso scherzose e provenienti dal pubblico, mai dall’autore), lo porta a tenersi generalmente lontano dal genere femminile, soprattutto per mantenere la mente sgombra da pensieri inutili e svianti. “L’amore è un’emozione - dichiara ne ‘Il segno dei quattro’ - e tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica che io pongo sopra di tutto”. Nel Canone, questa sua affermazione è l’unica spiegazione per il suo atteggiamento schivo nei confronti delle donne. Qualche fonte ‘apocrifa’ si concede il lusso di approfondire questo aspetto, anche al fine di ‘ammorbidire’ il personaggio e renderlo più vicino ai gusti del pubblico abituato ai kolossal hollywoodiani, dove l’eroe ha quasi sempre una fidanzata da salvare. Nel già citato Piramide di Paura, ad esempio, si immagina che all’origine della ‘ginofobia’ del detective ci sia un trauma vissuto in gioventù, dopo aver visto morire Elizabeth, l’unica ragazza da lui veramente amata in tutta la sua vita. La versione Ritchie semplicemente sorvola su questo aspetto, mettendo il carismatico Holmes piuttosto nella condizione di sfidare le donne come se fossero sue avversarie, finalizzando però il tutto a un gioco di seduzione volto a scovare ‘quella giusta’, che sa tenergli testa, mentre la presunta sfumatura omosessuale della sua amicizia con il dottor Watson viene brillantemente risolta con siparietti comici in stile La strana coppia, classico della commedia con Jack Lemmon e Walter Matthau.
Tornando al Canone, solo nel racconto Uno scandalo in Boemia Holmes mostra di provare una grande ammirazione per Irene Adler, l'unica donna che sia mai riuscita a ingannarlo, ma certo non si può parlare d’amore in senso classico. Tra l’altro, il personaggio di Irene Adler è proprio il ‘love interest’ del film di Guy Ritchie del 2009, dove ha le belle sembianze di Rachel McAdams.

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La verità, a ogni costo

A suo modo, Holmes è un rivoluzionario. Ad esempio, nutre una sincera diffidenza sulle tecniche investigative di Scotland Yard, divertendosi alle spalle dell'Ispettore Lestrade, pur aiutandolo, soprattutto per soddisfazione personale. Ha poi un difetto che, con il prosieguo della serie viene via via cancellato da Doyle: ogni volta che cade in uno stato di inattività, per combattere la depressione e mantenere la sua mente in movimento, fa uso di cocaina e morfina:
« Sherlock Holmes tolse dalla mensola del caminetto una bottiglia e una siringa ipodermica da un lucido astuccio di marocchino. Con dita lunghe, bianche e nervose, fissò all'estremità della siringa l'ago sottile e si rimboccò la manica sinistra della camicia. I suoi occhi si posarono per qualche attimo pensierosi sull'avambraccio e sul polso solcati di tendini e tutti punteggiati e segnati da innumerevoli punture. Infine si conficcò nella carne la punta acuminata, premette sul minuscolo stantuffo, poi, con un profondo sospiro di soddisfazione, ricadde a sedere nella poltrona di velluto.»
(da Il segno dei quattro)
Successivamente tale dipendenza sarà sostituita dalla pipa (anche in questo con un certo disappunto da parte di Watson, perché arriva, soprattutto per le indagini più complesse, ad affumicare completamente il soggiorno del loro appartamento). Quel che può apparire come una contraddizione o un’ambiguità di fondo, è in realtà un tratto che ritroveremo molto spesso anche nelle storie di genere ‘pulp’ e noir, piene di detective amici della bottiglia, che risponde a suo modo a un principio di “ricerca della verità”. Alcool e droghe, assunti in una certa misura e adeguatamente filtrati attraverso la ragione e la cultura, possono “aprire la mente”, dando a chi li assume una percezione più ampia della realtà che lo circonda. Dai baccanali alla cultura dell’oppio, fino alle derive psichedeliche degli anni ’70, artisti, religiosi e poeti hanno sempre compreso nel loro carnet di esperienze percettive l’uso di sostanze stupefacenti. In questo caso, la versione Ritchie, che riprende in parte questa tendenza del detective alle dipendenze, è più fedele all’originale di molte altre versioni filmiche.

Morte e resurrezione di una leggenda

Il personaggio e il suo successo segnarono profondamente la carriera di scrittore di Doyle. Che però, comprensibilmente, cominciò a esserne geloso, dato che Holmes stava diventando molto più famoso di lui. Tanto che provò a sbarazzarsene, nel romanzo ‘L’ultima avventura’ del 1893, imbastendo un epico duello con l’arcinemico Moriarty, presso le cascate di Reichenbach in cui i due trovano apparentemente la morte. Il pubblico però la pensava in maniera diversa e, si sa, quando si parla di incassi, il pubblico ha sempre regione. Così, nel 1901, Doyle è costretto a inventarsi un ‘prequel’ - anche se allora non si chiamava così - il già citato ‘Il mastino dei Baskerville’, per permettere il ritorno del protagonista. Non basta ancora, così ne ‘L’avventura della casa vuota’, ambientato nel 1894, Holmes è vivo, vegeto e in ottima salute, grazie alla fortunata, e forse precalcolata idea di non far mai ritrovare il suo cadavere dopo l’apparente dipartita. In sostanza, nei suoi anni di ‘buio’, Sherlock si è semplicemente preso una vacanza, tenendosi nascosto e aiutando in segreto il governo britannico.
Dopo una carriera lunga ben 23 anni, 17 dei quali in collaborazione con Watson, Holmes si ritira poi nel Sussex a studiare l'apicoltura, quindi in una fattoria a cinque miglia da Eastbourne, dedicandosi alla filosofia e all'agricoltura, non prima di aver aiutato l'Inghilterra nel corso della Prima Guerra Mondiale.
Il personaggio è stato un punto di riferimento per molti dei successivi detective delle opere di fantasia, tra i quali Hercule Poirot, Ellery Queen, Nero Wolfe, e ancora Dylan Dog, i disneyani Ser Lock e Basil l’investigatopo, i televisivi Gil Grissom di CSI e Dr. House. Esempi più diretti sono Guglielmo da Baskerville, protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco, e il Conan Edogawa del manga Detective Conan di Gosho Aoyama. In questi ultimi casi, l’omaggio alla saga di Doyle è evidente a partire dai nomi dei personaggi.

Il metodo

Tornando al principio investigativo di Holmes, il suo presupposto, come abbiamo visto, è che, anche se ciò che rimane in una indagine svolta per esclusione può sembrare assurdo, se è l'unica spiegazione logica deve per forza di cose essere quella corretta, e solo accurati controlli potranno verificare quanto dedotto.
« Non c'è alcun ramo delle scienze investigative così poco praticato, eppure tanto importante, qual è l'arte d'interpretare le orme », è uso affermare.
Il detective di Baker Street è il primo, se non ad applicare effettivamente, a rendere popolare la criminologia, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali.
Holmes pone alla base una certa differenza tra l'osservazione dei particolari e la deduzione. Considera questi due aspetti come distinti, poiché l'osservazione porta ad alcune preliminari ipotesi, ma solo con la conoscenza di alcuni aspetti della vicenda si possono trarre delle conclusioni definitive. Tale metodo deriva direttamente da quello del dott. Bell, insegnante di Conan Doyle, che nella diagnosi medica propugnava prima l'attenta osservazione dei dettagli, poi la conclusione basata sulla raccolta di prove inoppugnabili.
Semplificando, potremmo dire che a una fase analitica di raccolta e disamina di particolari, Holmes ne fa seguire una sintetica che porta alle conclusioni.
Ecco perché il metodo di Holmes è spesso basato sulla raccolta sul campo di prove e indizi, cosa che lo differenzia nettamente dal fratello Mycroft, comparso per la prima volta in ‘L'interprete greco’, in grado di risolvere, lui sì, un'indagine senza mai muoversi dalla propria residenza. Sherlock afferma che le capacità deduttive del fratello sono addirittura superiori alle proprie, ma che Mycroft non le impiega per pigrizia (dato che non si sposta mai più di poche centinaia di metri da casa).
Sherlock pone infine una certa, importante differenza tra il guardare e l'osservare, specificando che l'abilità di cogliere i particolari può essere affinata con l'abitudine e l'esercizio.

Il canone

Come abbiamo detto, il Canone si compone di una serie di quattro romanzi e di 56 racconti, quasi tutti pubblicati sullo Strand Magazine. Il ciclo di storie è così suddiviso: Uno studio in rosso (A Study in Scarlet - 1887), romanzo, Il segno dei quattro (The Sign of Four - 1890), romanzo, Le avventure di Sherlock Holmes (The Adventures of Sherlock Holmes - 1892), raccolta di 12 racconti, Le memorie di Sherlock Holmes (The Memoirs of Sherlock Holmes - 1894), raccolta di 11 racconti, Il mastino dei Baskerville (The Hound of the Baskervilles - 1902), romanzo, nella cronologia del personaggio precede Le memorie, Il ritorno di Sherlock Holmes (The Return of Sherlock Holmes - 1905), raccolta di 13 racconti, La valle della paura (The Valley of Fear - 1915), romanzo, L'ultimo saluto di Sherlock Holmes (His Last Bow - 1917), raccolta di 7 racconti, Il taccuino di Sherlock Holmes (The Case-Book of Sherlock Holmes - 1927), raccolta di 12 racconti.
Esistono inoltre altri racconti di Doyle meno noti, come La fiera per il campo (The field bazaar, 1896).
La data di uscita, come abbiamo visto, non corrisponde all’ordine cronologico delle storie, stratagemma a cui oggi siamo abituati - pensiamo alla saga di Guerre Stellari o al secondo capitolo delle avventure di Indiana Jones, ambientato un anno prima del precedente - ma che ai tempi ancora lasciava molto sorpresi i lettori, che lo consideravano un espediente assolutamente innovativo.

Elementare, Watson!

Quel che molti non sanno che la celebre frase di Holmes (“Elementary, my dear Watson!”) non viene mai testualmente pronunciata negli scritti di cui è composto il Canone. In una pagina della raccolta ‘Le memorie di Sherlock Holmes’, nel racconto L'uomo deforme, e anche in una pagina del libro ‘Uno studio in rosso’, il detective, rispondendo a una domanda di Watson, si limita a far uso del modo di dire «Elementare!», riferito a un suo ragionamento. Nel racconto L'avventura degli omini danzanti, dalla raccolta Il ritorno di Sherlock Holmes, rivolgendosi a Watson dice invece: «Ogni volta che glielo si spiega, qualsiasi problema diventa per lei elementare»; infine ne ‘Il segno dei quattro’ dichiara: «La cosa è di una semplicità elementare». La frase «Elementare, Watson!» si deve invece alla cinematografia. Anche la classica immagine di Holmes con i il deerstalker (il cappellino da cacciatore) e la pipa calabash (la caratteristica pipa ricurva a forma di proboscide) è apocrifa: soltanto in un racconto Watson fa riferimento a un "berretto di stoffa aderente", ma non specificamente a quel modello, e in nessuna avventura si trova traccia della calabash, dato che il detective, piuttosto vizioso come abbiamo visto, fuma indifferentemente pipa, sigari e sigarette.
Sia il modo di dire, sia la pipa che il cappello, divenuti per il grande pubblico gli elementi distintivi di Sherlock Holmes, dunque sono in realtà invenzioni posteriori ai romanzi, in genere di origine teatrale, ripresi poi dal cinema. Fu l'attore americano William Gillette (1853-1937), uno dei primi e più celebri interpreti del detective a teatro, a mettere il deerstalker in testa all'eroe e la pipa ricurva in mano, anche se effettivamente era stato l'illustratore Sidney Paget il primo a disegnarlo con il caratteristico cappello da cacciatore. Gillette portò Holmes sul palco per oltre 1.300 volte, interpretandolo inoltre in un film muto e nel primo dramma radiofonico dedicato al detective di Baker Street.

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Fuori canone

A tal proposito, i romanzi e racconti "apocrifi" di Sherlock Holmes sono numerosissimi (davvero troppi per poterli riportare tutti), specie dalla fine del 2000 quando i diritti d'autore sul personaggio sono scaduti, almeno in Europa.
Tra i più noti vi è il best seller di Nicholas Meyer del 1974 La soluzione settepercento (The Seven-Per-Cent Solution), una storia in cui il detective si confronta con la sue dipendenza da cocaina con l'aiuto nientemeno che di Sigmund Freud. Da questo libro è stato tratto un film nel 1976, Sherlock Holmes: soluzione sette per cento (The Seven-Per-Cent Solution). Meyer ha scritto poi altri due romanzi holmesiani: The West End Horror (1976) e The Canary Trainer (1993).
Abbiamo già delineato i legami tematici tra Conan Doyle e la letteratura del brivido, per cui non stupisce più di tanto che perfino il maestro dell’horror Stephen King si sia cimentato con una storia a tema: ne Il caso del dottore (compreso nella raccolta Incubi e deliri), Watson, quarant'anni dopo la morte del suo amico e ormai prossimo a "compiere un secolo", racconta di come forse un'unica volta sia riuscito a battere Holmes sul tempo nella soluzione di un caso.

Holmes al cinema

Sebbene l’Holmes letterario sia un personaggio, come abbiamo visto, molto ben delineato, è il cinema a fornirne, come spesso capita - vedi il caso di Frankenstein - l’immagine definitiva, quella che resterà impressa nel corso degli anni nell’immaginario popolare collettivo. Anche se oggi i film su Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. hanno molto successo, quando si fa il nome del detective, a comparire immediatamente nella mente di tutti, non è la sua bella faccia da schiaffi, ma l’elegante profilo di Basil Rathbone dotato di caratteristici pipa e berretto. Holmes detiene un record in campo cinematografico: si tratta infatti del personaggio in assoluto più trasposto, per vie più o meno ufficiali. In questa sede un elenco completo delle opere che lo vedono protagonista sarebbe quantomeno fuorviante, per cui dobbiamo necessariamente far appello al nostro pensiero sintetico e limitarci a tracciare un’ipotesi di indagine sfruttando gli indizi principali che abbiamo a disposizione. Ad affiancare Rathbone nelle 14 pellicole che lo hanno visto nei panni dell’indagatore - da Sherlock Holmes e il cane dei Bakersville, del 1939, a Sherlock Holmes - terrore di notte, del 1946 - c’era Nigel Bruce nella parte di Watson.

Il suo primo film in assoluto risale però addirittura al 1900, in un cortometraggio, ovviamente muto e in bianco e nero, chiamato Sherlock Holmes Baffled, una sorta di parodia comica a cui fece seguito, nel 1905, l’altrettanto ridanciano Adventures of Sherlock Holmes, or, Held for Ransom, con l’attore Maurice Costello. Ne seguirono molti altri dello stesso genere, prodotti per lo più dalla Nordisk e dalla American Biograph, e nel frattempo il personaggio spopolava anche a teatro, dove uno dei suoi maggiori interpreti, assieme al già citato Gillette, era Harry Arthur Saintsbury, che nel 1916 riprese il ruolo anche al cinema, nel film The Valley of Fear. Tra il 1921 e il 1923 la compagnia inglese Stoll Films produsse ben 47 mediometraggi con l’attore del West End Ellie Norwood, assieme a Hubert Willis nella parte di Watson, e poi tra il 1933 e il 1936 lo scettro passò ad Arthur Wontner. In un film del 1922 intitolato semplicemente Sherlock Holmes il ruolo è di John Barrymore, affiancato da Watson/Roland Young. Si tratta della prima pellicola, a opera della Goldwyn, in cui viene impiegato un budget alto di produzione e fa la sua comparsa una star del cinema. Nel 1930 è la volta di cinque film inglesi con Arthur Wontner e poi, nel 1931, di Raymond Massey in The Speckled Band.

In linea generale si può notare come la maggior parte di queste pellicole, spesso votate alla parodia più che alla riproduzione fedele di quanto scritto da Conan Doyle, spesso preferiscano inventare nuove storie attorno al personaggio piuttosto che ispirarsi ai romanzi. Questa cifra seguirà un po’ tutta la carriera cinematografica di Holmes, solo che, se nei primi anni della sua presenza in sala il motivo di tale approccio era per lo più da attribuirsi a dei budget spartani, nel corso dei decenni successivi sarà proprio la sua fisionomia archetipica a renderlo particolarmente adattabile ai gusti del pubblico di ogni generazione, cambiando e rinnovandosi di volta in volta a seconda delle esigenze di spettatori e produzione.

Tra le altre parodie celebri ricordiamo La vita privata di Sherlock Holmes, del maestro Billy Wilder, con Robert Stephens e Colin Blakely, e il Senza Indizio del 1988, con Michael Caine e Ben Kingsley, che si distingueva in particolar modo per l’originalità del presupposto: qui il vero genio anti-crimine è infatti il Dr. Watson, mentre Holmes è un ubriacone che interpreta il detective per permettere all’amico di scrivere romanzi di successo. Più seri, anche se ugualmente ‘non canonici’, Sherlock Holmes: notti di terrore con John Neville e Donald Houston, in cui il detective si trova faccia a faccia nientemeno che con Jack lo Squartatore, e Assassinio su commissione, con Christopher Plummer. Di Piramide di Paura abbiamo già detto: diretto da Barry Levinson e interpretato da Nicholas Rowe e Alan Cox, il film immagina, con la coscienza di ‘tradire’ Conan Doyle - regalando perfino ‘scuse ufficiali’ dopo i titoli di coda - un’avventura giovanile di Holmes e Watson che, come i puristi sanno, nei romanzi si incontrano in età adulta. Qui il noir si fonde con l’horror: l’azione ruota intorno a una setta di pagani che provocano orribili allucinazioni tramite potenti droghe. Un tema ricorrente, quello degli stupefacenti, che qui assume connotati diversi, perché non è Holmes a farne uso - del resto è solo un quindicenne - anche se in una sequenza ne subisce comunque gli effetti, contro il suo volere. Da segnalare gli effetti speciali, per i tempi innovativi. Si tratta infatti del primo film in cui compare un personaggio (un guerriero di vetro) interamente realizzato in computer graphics. La creazione è merito del gruppo di lavoro dello statunitense John Lasseter, famoso per aver portato alla celebrità la casa di produzione Pixar e film quali Toy Story. Il film è impostato come una “storia delle origini”, che svela i motivi di molti tic, manie e tratti caratteristici del celebre personaggio: vediamo Holmes tentare di imparare a suonare il violino, giurare eterna fedeltà alla fidanzata defunta (vedi sopra, ‘Holmes e le donne’), indossare per la prima volta la sua celebre divisa, menzionare suo fratello Mycroft e fronteggiare il professor Moriarty, anche se la rivelazione della vera identità dell’arci-nemesi è rivelata solo nel finale a sorpresa.

Abbiamo già citato anche Sherlock Holmes: soluzione Settepercento, del 1976, interpretato da Nicol Williamson e Robert Duvall e tratto dal presunto “manoscritto perduto” (un apocrifo, ovviamente) del 1974, mentre il recente Sherlock Holmes della Asylum, compagnia nota per la produzione a bassissimo budget - e di solito con effetti comici - di ‘copie’ di grandi blockbuster, si rifà direttamente al film di Guy Ritchie, con risultati meno disastrosi del solito, grazie anche a una sorta di divertente mash-up con Jurassic Park che regala la vista di un tirannosauro in giro per le strade di Londra. Peculiare They Might Be Giants del 1971, con George C. Scott e Joanne Woodward, che tenta di modernizzare la saga trasportandola nell’epoca moderna. Solo che qui Holmes è un paranoico convinto di essere il celebre detective e il dottor Watson una bella psichiatra affascinata dal suo caso.

Holmes nei media

Un personaggio che nasce seriale non può che trovare un terreno particolarmente fertile in tv. Tra i vari serial che ne hanno sfruttato il potenziale ne ricordiamo uno particolarmente famoso, Le avventure di Sherlock Holmes, prodotto tra il 1984 e il 1985 da Granada Television, da cui saranno tratti tre spin-off tra il 1986 e il 1994. La serie vede Jeremy Brett nei panni del famoso detective, un'interpretazione considerata da molti la migliore mai realizzata per lo schermo. Il ruolo del fedele amico dottor Watson fu affidato invece alla magistrale interpretazione di David Burke, che al termine delle due stagioni della serie entrò a far parte della Royal Shakespeare Company. Nelle successive tre serie fu sostituito dall'altrettanto bravo Edward Hardwicke.

Lo scorso anno la BBC ha invece avviato la messa in onda di una nuova serie dal titolo Sherlock, prodotta in Gran Bretagna dalla BBC stessa. La prima messa in onda è datata 25 luglio 2010 ed è già stata confermata per una seconda stagione. Il nuovo prodotto si discosta dai precedenti per molti motivi, primo tra tutti l’ambientazione nell'era contemporanea. Le avventure di Shirley Holmes, una serie canadese sviluppatasi in 4 stagioni tra il 96 e il 2000, vede invece protagonista la pronipote del celebre detective, ovviamente assente in Conan Doyle.

Anche la radio ha dedicato a Holmes molti adattamenti, tra cui possiamo ricordare in particolare quello del 1938 che vedeva nei panni dell’investigatore nientemeno che Orson Welles. Altri avrebbero visto protagonista Rathbone, celebre interprete di Holmes anche al cinema, fino a uno del 1998, prodotto da Jim French con la benedizione della Fondazione Conan Doyle, e basato su storie originali.
L'investigatore è stato poi ripreso in forma animata come fonte d'ispirazione per diverse altre opere, tra cui Il fiuto di Sherlock Holmes, serie anime co-prodotta dalla RAI con la collaborazione di Hayao Miyazaki e Sherlock Holmes - Indagini dal futuro, con ambientazione fantascientifica. Non si contano i fumetti, ma non si può evitare di citare le apparizioni di Holmes, del fratello Mycroft e del Professor Moriarty nella celebre graphic novel La lega degli straordinari Gentlemen di Alan Moore.

E se è difficile tracciare un profilo completo delle avventure cinematografiche di Holmes, l’impresa diventa praticamente impossibile spostandosi nel campo dei videogiochi, dove i diritti per lo sfruttamento di un personaggio letterario sono materia ancor più aperta e flessibile. Di vecchi titoli ce ne sono davvero un’infinità: da una cassetta per MSX vagamente ispirata al film Piramide di Paura - dal titolo Young Sherlock Holmes: The Legacy of Doyle - uscita solo in Giappone, alle avventure testuali per Commodore 64 sviluppate da P.A. Golden, praticamente ogni piattaforma esistente ha avuto la sua versione digitale delle avventure del detective. Ci limitiamo a ricordare qui i recenti titoli della Frogwares, Il mistero della mummia, L’orecchino d’argento, L’avventura, Sherlock Holmes versus Arsène Lupin, Sherlock Holmes contro Jack lo Squartatore e Il testamento di Sherlock Holmes, tutte avventure grafiche, certamente il genere di gioco più consono alle sue investigazioni. Non male anche Il mastino dei Bakersville di Blue Label Entertainment, direttamente ispirato al romanzo di Conan Doyle.
Sempre in campo ludico, il franchise si presta particolarmente, com’è ovvio, ai board game e ai giochi di carte e di strategia, che sono moltissimi. Da citare poi l’uscita di otto “librogame” - un genere di gioco molto in voga alla fine degli anni ’80, sostanzialmente libri interattivi su cui il lettore poteva parzialmente intervenire scegliendo l’andamento della trama con un sistema di bivi e di tiro di dadi - ispirati alla figura del celebre detective, tutti basati su storie create per l’occasione. Holmes però non ne era il protagonista, limitandosi al ruolo di mentore-guida del giocatore che interpretava un aspirante detective.

Conclusioni

Giunti al termine della nostra indagine, raccolti e comparati tutti gli indizi a nostra disposizione, il tentativo è quello di tracciare un profilo di Sherlock Holmes che ne riassuma le caratteristiche salienti. Dall’analisi alla sintesi, si direbbe kantianamente parlando. Ed è proprio la Ragion Pura kantiana, o se vogliamo la logica aristotelica, il modello a cui ci si deve rifare rifare volendo individuare un rimando simbolico a cui una figura come quella del detective di Baker Street potrebbe riferirsi. Holmes come incarnazione della razionalità presente in ogni essere umano degno di tal nome, che a essa dovrebbe sempre rivolgersi per combattere gli impulsi anarcoidi e distruttivi di cui costantemente l’uomo rischia di cadere in balia. A volte si tratta delle perversioni di menti criminali o dei complotti di avidi malfattori, ma, come abbiamo visto, possono colorarsi talvolta di sfumature soprannaturali (‘Il mastino dei Bakersville’ o ‘Il vampiro del Sussex’), collegate direttamente all’impulso naturale e magico proveniente dalle viscere della Terra e dall’oscura anima del mondo. Siamo di fronte a una dicotomia simbolica, archetipica, che gli antropologi conoscono bene: Cultura vs. Natura o, se vogliamo, Scienza vs. Magia. Insomma, la Ragione contro le forze del Male. A volte lo stesso Holmes cade vittima di tali impulsi, come quando fa uso di droghe, nella versione ‘canonica’, o quando si lascia andare agli abusi dell’alcool come nel parodistico film Senza Indizio. Nel film They Might Be Giants, addirittura, la sindrome paranoica che porta alla decostruzione del pensiero si fa palese. Qui Holmes non esiste, è solo una maschera, la proiezione di un povero pazzo che si convince di essere un personaggio letterario. Alle volte queste forze ‘irrazionali’ vengono invece combattute attraverso il potere catartico della risata, come nelle numerose versioni ridanciane delle avventure del detective, che hanno riempito per molti anni le sale cinematografiche, specie durante i primi anni della carriera di celluloide di Holmes. Ma come la Logica Trascendentale kantiana si articola in molte sottocategorie, così anche Holmes assume nel corso degli anni mille volti, mille connotati, restando fondamentalmente una caratteristica silhouette, un’uniforme immediatamente visualizzabile - pipa/cappotto/berretto - in cui ciascun uomo raziocinante può immaginare di calarsi quando c’è bisogno di far ricorso alla logica deduttiva per tirarsi fuori da un impiccio. Elementare, Watson!

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