Speciale Hawkeye - Do the evolution! (Part 1)

Le origini del Pianeta delle scimmie

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Introduzione: dall’uomo alla scimmia

“Maledetti! Maledetti per l’eternità! Tutti!”. Il grido disperato di Charlton Heston/George Taylor di fronte ai resti semidistrutti della Statua della Libertà, sconvolgente scena rivelatrice nel film Il Pianeta delle Scimmie del 1968, è rimasta impressa nella memoria cinematografica collettiva, facendo scuola e generando ogni genere di citazione e parodia, da I Simpson e Futurama a Balle Spaziali di Mel Brooks. La scena è talmente celebre che ci sentiamo di parlarne senza il timore di fare spoiler, ma una premessa è necessaria: in generale tutto il franchise de Il Pianeta delle Scimmie (La Planète des Singes in originale, e in inglese Planet of the apes) è ricco di rivelazioni e colpi di scena, spesso funzionali a comprendere il significato di certi temi. Impossibile parlarne senza rivelarli, totalmente o in parte, per cui siete avvisati, se non avete visto i film, non avete letto il libro e intendete farlo, non proseguite oltre per non rovinarvi la sorpresa.

Torniamo a noi. Dopo aver vissuto una shockante disavventura su un pianeta popolato da primati intelligenti e per lo più tirannici, che trattano gli uomini come bestie e cavie da laboratorio, l’astronauta terrestre Taylor, protagonista del film, riuscito a fuggire, si trovava davanti lo scenario che abbiamo descritto, rendendosi conto di essere ricaduto sulla Terra stessa, sconvolta dalle esplosioni atomiche, a centinaia di anni dalla sua partenza, durante i quali era rimasto in stato d’ibernazione. “It’s evolution, baby!
Coup de théâtre magistrale - il francese non è casuale - dai risvolti pacifisti e ambientalisti, della serie “di questo passo, guardate come andremo a finire!”. Siamo nel ’68, non c’è bisogno di aggiungere altro.
E pensare che nel libro dello scrittore (francese, appunto) Pierre Boulle, da cui il film è tratto, questo elemento, così forte, non c’è. Lì, la vicenda si ambientava su un pianeta diverso, per quanto simile alla nostra Terra.
Catastrofismo ed evoluzionismo vanno spesso a braccetto, ma nel 1963, data di pubblicazione del romanzo, la visione non si è ancora formata con chiarezza. Il passaggio carta/pellicola - che prevede, in questo caso, anche una trasposizione culturale, dalla Francia ‘umanista’ di Boulle ai ‘positivisti’ USA, in piena attività in materia di aeronautica spaziale, che un anno dopo avrebbero fatto sbarcare l’uomo sulla Luna - è solo il primo step di un altro processo evolutivo: quello che ha interessato lo stesso ‘franchise’, diventato nel corso di quasi cinquant’anni un cult per migliaia di appassionati e una inesauribile fonte di guadagno per i registi e i produttori pronti a scommetterci su.

Attraverso cinque film legati tra di loro, serie tv e cartoon, un reboot “abortito” firmato Tim Burton, fumetti, giocattoli e videogiochi il concept originale è andato via via assumendo nuovi risvolti e sfumature, adattandosi ai contesti storici, politici, geografici e anche ‘commerciali’ con cui si trovava di volta in volta ad interagire, approdando infine alla sua ultima espressione, il nuovo, riuscito reboot L’Alba del pianeta delle scimmie, uscito per Fox il 23 settembre. Noi questo percorso lo seguiremo, e anche noi in qualche modo ‘evolveremo’ nella percezione di una saga che, pur nascendo e sviluppandosi con scopi evidentemente legati al mercato, nasconde tra le righe temi di rilievo e memorie collettive di un’antica civiltà: la nostra.

La tesi che portiamo avanti è che il cinema commerciale non sia mai solamente commerciale. Registi e sceneggiatori, in quanto esseri umani, sono portatori, a volte consapevoli altre meno, di immagini e concetti provenienti da un complesso culturale sofisticato: mitologia, religione, legislazione, dottrine scientifiche. Tutti questi elementi fanno parte di noi - noi esseri umani, ma anche e soprattutto noi ‘uomini occidentali’ - che li ereditiamo da secoli di conoscenza e tradizioni. E quelli di noi che hanno la capacità di raccontare storie non possono fare a meno di includerli nelle loro creazioni.
Partendo da questo presupposto, cercheremo di guadagnare un punto di vista diverso e originale sul complesso narrativo ‘scimmiesco’, gettandovi sopra una luce inedita. Sviluppando e arricchendo, insomma, il nostro modo di concepire il Pianeta delle Scimmie e tutto ciò che concettualmente lo circonda. Lo faremo in modo ludico, passando in rassegna tutte le possibili e ‘ricordabili’ manifestazioni del franchise. Il metodo, solitamente applicato in Antropologia e Storia delle religioni, sarà comparativo: mettendo i prodotti uno di fianco all’altro, ne noteremo le affinità ma soprattutto le sostanziali differenze, che significano cambiamento, sviluppo. Evoluzione, ancora una volta. E’ lì che cerchiamo il nostro guadagno. Se dopo aver letto questo saggio, rivedrete i film della serie notando qualcosa che a una prima visione vi era sfuggito, allora saremo riusciti nell’intento. Preparatevi, dunque, l’evoluzione ha inizio!

Le origini della specie: il libro di Boulle

La Planète des Singes - questo il titolo originale del romanzo di Pierre Boulle - è stato edito per la prima volta nel 1963. E’ il tredicesimo libro dell’autore, che segna anche un parziale distacco dai suoi temi prediletti - come la guerra e la prigionia, di cui lui stesso, catturato lungo il Mekong nel 1943, ha avuto esperienza - affrontando per la prima volta il genere fantascientifico-distopico.
In verità, come vedremo, sebbene in ottica meno realistica, tali temi tornano anche nel corso del romanzo destinato a diventare un classico della sci-fi, tradotto in Italia per la prima volta nel 1965 da Luciano Tibiletto con il singolare titolo Viaggio a Soror. Il pianeta delle scimmie.
Dato che in molti non ne conoscono la trama o, come è comprensibile, la confondono con quella del film, che se ne distacca in diversi punti, cercheremo di sintetizzarla in breve, proprio per ricercare queste differenze ed operare su di esse riflessioni che ci aiuteranno a capire meglio libro e film.

Ambientata nel futuro, l’opera usa l’espediente letterario del “romanzo epistolare”. Le vicende infatti sono narrate attraverso un messaggio in bottiglia scritto da un pioniere interstellare, che racconta le sue avventure. Intrigante l’incipit: "Affido questo manoscritto allo spazio, non con la speranza di ottenere soccorso, ma per contribuire, forse, a scongiurare lo spaventoso flagello che minaccia la razza umana. Dio abbia pietà di noi!"..."La razza umana?" Sottolineò Phyllis stupefatta. "È scritto così" confermò Jinn”.
Jinn e Phyllis sono presentati come una coppia di facoltosi e sfaccendati turisti, che conducono la loro navicella per lo spazio in una romantica gita intersiderale e, durante la crociera, notano una bottiglia fluttuante all’esterno dell’abitacolo. Acciuffato il recipiente, Jinn, esperto in lingue, comincia la lettura del manoscritto che vi trovano dentro.
Il romanzo è diviso in 3 parti, a loro volta suddivise in complessivi 37 capitoli, e più precisamente: 17 la prima parte, 9 la seconda e 11 la terza. Il primo e l’ultimo capitolo sono dedicati al prologo ed all’epilogo.

Odissea nello spazio

A narrare la storia è Ulysse Mérou, un giornalista francese del XXVI secolo. Il suo nome ovviamente non è casuale: come l’eroe omerico, Mérou inizia il suo cammino - che si configurerà come una vera e propria Odissea - per assecondare la sua sete di conoscenza, alimentata dalla proposta del suo buon amico professor Antelle, geniale scienziato di fama mondiale che, nell’anno 2.500, lo invita a seguirlo in un’avventura pionieristica sul suo vascello spaziale, costruito con lo scopo di raggiungere un pianeta extrasolare.
“Eravamo immersi in un’avventura mille volte più straordinaria di quella dei primi navigatori terrestri - racconta - e volevamo preparare lo spirito ad affrontare le strane sorprese che hanno acceso la fantasia di parecchie generazioni di poeti a proposito delle spedizioni intersiderali”. Insomma, Ulysse e il suo amico vogliono compiere un’impresa grandiosa, che nessun altro ha realizzato prima di loro. Obiettivi ultimi: progresso ed evoluzione.
Il sistema astrale prescelto è quello di Betelgeuse, una stella distante circa trecento anni luce dalla Terra. Oltre allo studioso e al giornalista, incaricato di raccontare gli avvenimenti, a bordo ci sono Arturo Levain, giovane fisico discepolo di Antelle, ed Ettore, un piccolo e allegro scimpanzé, oltre a varie specie vegetali ed animali. Non è certo una vacanza: il viaggio dura circa due anni e, giunti in prossimità, i tre uomini scelgono come primo obiettivo e punto di sbarco un pianeta del tutto simile alla Terra, salvo ovviamente la conformazione fisica dei continenti e una temperatura leggermente più alta, ma sopportabile. Lasciato il mezzo principale a orbitare intorno al pianeta, ribattezzato dagli stessi Soror, approdano insieme ad Ettore, con una scialuppa, sul nuovo mondo. Durante il progressivo avvicinamento riescono a scorgere nitidamente una città artificiale, ma Antelle preferisce attraccare in un luogo più appartato, ma abbastanza vicino da poter raggiungere la città agevolmente. L’ambiente risulta familiare: il clima è quello di un paese esotico terrestre e, con grande stupore, gli uomini scorgono l’orma di un piede umano femminile. Seguendo le tracce, trovano un lago e ci si tuffano per rinfrescarsi, restando immediatamente folgorati dall’apparizione di una donna molto bella, nuda, che li guarda dall’alto della cascata. La avvicinano, ma ben presto si rendono conto che la donna non ha raziocinio ed è ridotta a uno stato animalesco, tanto che, spaventata dalla comparsa di Ettore, lo aggredisce e lo uccide a mani nude.
La calmano, entrando in confidenza con lei, e Ulysse la da anche un nome: Nova. Pian piano gli astronauti si introducono nel resto della comunità indigena: tutti gli umani sono allo stato brado, come Nova, con cui tuttavia Mérou inizia ad intrattenere un rapporto di tipo affettivo, anche se basato solo su una primitiva gestualità. I sororiani manifestano ancora altre strane “paure” che sembrano irrazionali: temono tutto ciò che è tecnologico e anche il modo di gesticolare e comunicare degli esploratori ‘civilizzati’, come se l’evoluzione li terrorizzasse. Ben presto arriva la spiegazione.

In gabbia

La mattina seguente, un brusco risveglio: colpi di fucile e tamburi: una battuta di caccia in cui il mondo sembra andare alla rovescia. Gli uomini sono prede e i cacciatori sono gorilla vestiti di tutto punto. Arturo resta vittima dei fucili, mentre Ulysses perde di vista Antelle, viene catturato e portato in un campo base, dove si trova davanti agli occhi uno spettacolo assurdo: gorilla e scimpanzé, vestiti in modo umano, mostrano le loro prede alle loro donne. Ulysses viene rinchiuso in una gabbia all’interno di quel che lui riconosce come centro di ricerche scientifiche. È a tutti gli effetti una cavia.
Una serie di esperimenti scientifici a cui Mérou è sottoposto gli danno l’occasione di dimostrare la sua particolare intelligenza e superiorità, facendosi notare dalla scienziata a capo del reparto, una graziosa scimpanzé di nome Zira, che a sua volta lo mostra all’orangoutan Zaius, direttore del laboratorio. Zaius è però piuttosto ottuso, e sebbene Mérou cominci persino a spiccicare qualche parola del linguaggio delle scimmie, ovviamente diverso da quello terrestre, il direttore attribuisce la cosa a qualche esperimento precedente o a un’opera di ammaestramento. Non vuole riconoscere, insomma, che un umano possa essere capace d’intelligenza e apprendimento. Ma almeno una buona notizia: nella sua gabbia, i suoi aguzzini mettono Nova, considerata ‘la sua femmina’, per un esperimento sul comportamento sessuale in cattività.

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In cammino verso il linguaggio

Zira si affeziona particolarmente a quello strano esemplare di umano, così sveglio e intelligente: lo tiene in condizioni privilegiate e gli fa spesso visita. Un giorno Ulysse viene folgorato da un’idea: si avvicina alla scienziata e si appropria di una penna, con la quale comincia a scrivere e disegnare. Tra i due inizia un vero e proprio rapporto di amicizia, ma la scienziata prega Ulysse di non esporsi a Zaius, perché teme che possa fargli del male. Ulysse insegna a Zira il francese e lei gli passa segretamente libri affinché possa acculturarsi con la lingua, la storia e la cultura scimmiesca.

E’ come se Ulysse dovesse ripercorrere da capo il percorso evolutivo che ha interessato il genere umano, reimparando a orientarsi nel mondo. Prima lo fa con dei disegni, come i graffiti che si trovano nelle caverne abitate da popolazioni primitive, poi passa alla scrittura, e infine riconquista la tappa fondamentale del percorso: il linguaggio, elemento che definitivamente distingue gli uomini dagli animali. O, nel mondo assurdo di Boulle, le scimmie dagli animali! Fatto sta che ora Ulysse, da animale in gabbia, è diventato una vera persona. Il suo valore di uomo culturale è sancito. Non gli resta che riguadagnare la libertà.

Zira, di nascosto, lo porta fuori dal centro di ricerche, accompagnandolo per un giro in città. In quell’occasione Ulysse fa la conoscenza di Cornelius, il fidanzato di Zira che per amore di lei accetta di sottoporsi a questo grande rischio. Le uscite di Ulysse aumentano: un giorno Cornelius e Zira lo portano in un zoo dove il terrestre ha un’esperienza traumatica: tra i molti animali, riconosce anche il professor Antelle, ridotto a una bestia irrazionale come tutti gli altri uomini di Soror, probabilmente a causa di una lobotomia. Nel frattempo Zira e Cornelius elaborano un piano per presentare Ulysse alla gente scimmiesca e rendere nota la sua origine aliena: in un enorme anfiteatro, dove si svolge un congresso scientifico, davanti ad un pubblico composto dalle più importanti cariche della civiltà scimmiesca, Mérou espone la sua storia e viene riconosciuto per ciò che è, sebbene non tutti lo vedano di buon occhio. “Illustrissimo signor presidente, nobili gorilla, sapienti orangoutan, arguti scimpanzé, scimmie tutte! Permettete che un uomo si rivolga a voi. So che il mio aspetto è grottesco, la mia forma ributtante, il mio profilo bestiale, infetto il mio odore e ripugnante il colore della mia pelle” è la dichiarazione, divenuta celebre, con cui si presenta alla società dei primati. Divenuto libero, viene insignito da Cornelius alla carica di nuovo direttore del laboratorio, come collaboratore. La sua prima richiesta è di liberare Antelle, ma ben presto, a causa del suo comportamento feroce, l’uomo che un tempo era un insigne scienziato deve essere nuovamente rinchiuso in una gabbia. Il percorso di Antelle è esattamente inverso rispetto a quello di Ulysse. Da massimo luminare della scienza, diventa un animale, privo di raziocinio e libertà. Un’arguta riflessione di Boulle sulla possibilità reale che il cammino evolutivo percorso dal genere umano non sia univoco né unidirezionale.

Finale a sorpresa

Passa del tempo e Ulysse si inserisce nella società scimmiesca: di giorno collabora con Cornelius mentre di sera partecipa a feste, visita musei o va a teatro. Un giorno Cornelius lo invita in un centro archeologico dove erano stati rinvenuti dei reperti straordinari. Giunti sul luogo degli scavi, un’antica città di circa diecimila anni, Cornelius e Ulysse trovano un oggetto che li lascia sgomenti: una bambola di porcellana con sembianze umane. Ciò che li colpisce è la minuzia dei particolari, ma anche il fatto che è vestita, ipotetica prova dell’esistenza di una civiltà umana raziocinante e precedente a quella scimmiesca. Tornati in capitale, Ulysse scopre che Nova è incinta.
Tramite un esperimento, Cornelius riesce a risvegliare dal loro torpore ferino un uomo e una donna, nei quali - spiega lo scienziato scimpanzé a Ulysse - è stata risvegliata la memoria della specie.
I due raccontano il momento in cui le scimmie presero il sopravvento su una popolazione umana arrendevole e inetta. Dopo poco tempo Nova partorisce, ma la gioia viene spezzata da un discorso di Zira e Cornelius: Ulysse è visto da molti come un pericolo, e se fosse venuta alla luce la notizia della nascita di un figlio in grado di piangere, e quindi verosimilmente di parlare, di una progenie evoluta insomma, lui e la sua famiglia sarebbero di certo stati condannati ad una fine tremenda.
Con un sotterfugio, Zira e Cornelius rimandano i tre umani in orbita dove, raggiunto il vascello spaziale che aveva portato Ulysse su Soror, possono dirigersi nuovamente verso la Terra. Passano due anni e Sirius, il bambino di Ulysse e Nova, non solo mostra le comuni capacità di un essere umano evoluto, ma anche una vivace intelligenza, e anche Nova migliora giornalmente, grazie soprattutto ad un istinto di imitazione nei confronti di Sirius.
Giungono sulla Terra. Un salto temporale li ha fatti sbarcare sulla Terra del futuro, 700 anni dopo la partenza di Ulysse. Ma non è questo a stupirlo, se lo aspettava. La brutta sorpresa è un’altra: Nova, alla vista di una macchina, viene presa dal terrore: alla guida c’è un gorilla. La Terra, pianeta simile a Soror, si è evoluta nella stessa maniera, e ora è governata da scimmie intelligenti. Ulysse lascia il pianeta e scrive la sua storia, affidandola poi allo spazio affinché qualcuno possa trovarla.

La ‘sorpresa finale’ è una cifra stilistica che interesserà grossomodo tutto il franchise de Il Pianeta delle Scimmie. Nel libro il ‘twist’ è tenue e tutto sommato prevedibile. Il film di Schaffner lo potenzierà notevolmente e, da allora, tutti gli autori che hanno avuto a che fare con la serie si sono sentiti ‘in obbligo’ di dover offrire allo spettatore qualcosa di simile. Fa eccezione il recente reboot di Rupert Wyatt, come vedremo in seguito. Nel libro la sorpresa è addirittura doppia: durante l’epilogo Phyllis e Jinn, gli astronauti che all’inizio hanno trovato il messaggio di Taylor in bottiglia, finita di leggere la storia, restano indifferenti e la scambiano per una grossa burla.
E mentre Jinn, con le sue quattro mani, cambia rotta alla sua astronave, la sua amica Phyllis, scuotendo le sue orecchie pelose, prende il suo piumino da cipria e si ravviva "l'adorabile musetto di giovane scimpanzé", dicendo che un uomo non avrebbe avuto l'intelligenza di scrivere una simile storia. Insomma, Phyllis e Jinn sono scimmie evolute, e la posizione di Zaius ha vinto: umani intelligenti, secondo loro, non possono esistere.

Caste e razze tra le scimmie

E’ interessante spendere qualche parola su alcuni aspetti della società scimmiesca per come è descritta nel libro. La struttura è a caste. Tre, per la precisione, che corrispondono a tre razze: gorilla, orangoutan e scimpanzé.
I gorilla, simbolo vivente della forza, sono la classe dominante: i discendenti dei signori possidenti. Oggi sono dirigenti ed amministratori, con la passione per la caccia. Hanno scritto pochi ma significativi libri, come ad esempio “Necessità di una solida organizzazione alla base della ricerca” e “Organizzazione delle grandi cacce all’uomo nel continente verde”. La loro specialità è la potenza fisica, tipica dei guerrieri, ma sono in genere meno intelligenti degli orangoutan. Questi ultimi, per lo più casta di sapienti e scienziati, hanno nel Dottor Zaius il loro rappresentante. Saccenti e conservatori, sono dotati di un’ottima memoria ma di scarsa elasticità mentale. Scrivono libri scolastici, ma si limitano a ricalcare le orme dei testi precedenti senza aggiunte originali. Il loro sapere scientifico si mescola spesso e volentieri con il mito e la religione, per cui in qualche modo sono anche vicini a una casta sacerdotale.
Gli scimpanzé sono invece gli elementi attivi della scienza, i più evoluti, o almeno lo sarebbero dal punto di vista ‘umano’: tendono a far crescere la società, tentando anche di abbattere le barriere razziali fra le tre caste. Quasi tutte le scoperte scientifiche sono dovute a loro.
La civiltà delle scimmie esiste da diecimila anni e, nel libro, al momento della visita di Ulysse il progresso raggiunto ricorda molto quello del XX secolo terrestre (insomma, gli anni in cui è stato scritto il romanzo). Si pensa già ai viaggi spaziali, nonostante una certa arretratezza in campo scientifico da parte delle scimmie, che - si spiega - avrebbero rapidamente acquisito il sapere scientifico degli umani solo in base a un istinto d’imitazione. Analogamente viene spiegato l’accanimento scimmiesco in campo biologico attraverso l’origine, dato che le scimmie prima della loro evoluzione venivano sfruttate come cavie. Tuttavia, in campo sociale, la società scimmiesca appare perfino più civile e avanzata di quella umana “terrestre”: non esistono guerre né nazioni, il governo abbraccia tutto il mondo ed è formato da tre camere corrispondenti alle tre razze presenti su Soror.

Evoluzionismo e relativismo

Primi elementi di rilievo: l’uso che Boulle fa della scienza all’interno della finzione narrativa è assolutamente corretto e realistico, così come lo sono le teorie scientifiche a cui si fa riferimento, prima fra tutte la teoria darwiniana dell’evoluzione. Ma, proprio descrivendola così bene e capovolgendone i principi, Boulle in realtà se ne prende gioco. Le basi dell’evoluzionismo implicano che il processo porti univocamente all’affermazione della razza umana, considerata la specie al più alto grado di sviluppo biologico e culturale. Il concetto, proveniente, con il suo massimo esponente in Darwin, dal campo dalle scienze positive e naturali, ha poi influenzato quelle umanistiche. I primi antropologi ed esploratori, di fronte ai popoli indigeni con cui venivano man mano a trovarsi a contatto, li definirono, tanto spontaneamente quanto erroneamente, “popoli primitivi”, dando per scontato che essi si trovassero agli albori della loro civiltà, un po’ come lo eravamo noi occidentali ai tempi dell’età della pietra.
E questo anche quando quei popoli “primitivi” erano in grado di costruire - come gli Aztechi, ad esempio - piramidi di cui la nostra scienza ancora fatica a spiegarsi la natura architettonica. La definizione si radicò talmente che ancora oggi, che la concezione delle culture folkloriche e tradizionali è stata fortunatamente rivista e modificata, il termine è diventato di uso comune, e in campo accademico è difficile immaginare di cambiare nome alle cattedre dedicate all’insegnamento delle “religioni dei popoli primitivi”.
L’evoluzionismo in campo umanistico implica, insomma, dare per scontato che ci sia una e una sola civiltà - quella occidentale, in termini storici, quella umana e terrestre, ne Il Pianeta delle Scimmie - e che le altre debbano necessariamente trovarsi a uno stadio inferiore, necessitando magari di “aiuti” da parte di quella considerata superiore a livello evolutivo.
Le prospettive, in campo storico, cambiano con l’affermazione della teoria della relatività einsteiniana. Anche in quel caso, le scienze positive hanno influenzato quella umanistiche, contribuendo a una diversa visione dell’uomo e del mondo. Il passo è breve dalla relatività al relativismo (culturale). Non più la concezione di una sola cultura a vari stadi di evoluzione, ma l’esistenza di molte culture, diverse tra loro ma paragonabili per qualità e, perché no, intersecabili e confrontabili. Come in ogni opera distopica e satirica - perché, alla base, di questo si tratta - la prospettiva di Boulle ne Il Pianeta delle Scimmie si afferra tramite il rovesciamento: gli uomini sono convinti di essere “superiori” rispetto, ad esempio, a Ettore, lo scimpanzé che hanno portato con loro nell’astronave, ma anche rispetto ai poco acculturati selvaggi sororiani come Nova, che non sono in grado di parlare. Ma cosa accade quando la maggioranza della popolazione è costituita da scimmie parlanti e tu non sei capace di farti comprendere, perché non conosci la loro lingua? Accade che la bestia, il primitivo, il selvaggio, trofeo di caccia e cavia da laboratorio, diventi tu. L’operazione di Boulle è quella di relativizzare il concetto assolutista di evoluzione e, dunque, di annullarlo.
Tra l’altro, la teoria eisteiniana della relatività è direttamente chiamata in causa dallo scrittore, nella spiegazione parascientifica del gap spaziotemporale che porta i protagonisti a vivere interi secoli in due anni di viaggio: la navicella infatti, come spiegherà il Prof. Antelle a Ulysse, viaggia ad una velocità pari a c-ε, ovvero alla velocità della luce meno un valore infinitesimalmente vicino allo zero, e questo spiega la differenza temporale che avviene fra loro e la Terra. Una serie di esperimenti sugli animali (qui sostituiti dagli umani), denotano poi la conoscenza da parte di Boulle di alcuni particolari ricerche in campo scientifico, come ad esempio quelle di Pavlov sulla psicologia canina. Pur tuttavia, la riflessione al centro del romanzo resta di tipo umanistico e antropologico: al suo centro c’è l’uomo e il suo modo di concepirsi rispetto al mondo, in un ideale punto di incontro tra antropologia “biologica” (l’evoluzionismo) e antropologia culturale (relatività delle culture).

Primati alla conquista di Hollywood

Non ci vuole molto perché Il Pianeta delle Scimmie approdi al cinema. Nel 1968, cinque anni dopo l’uscita del libro, il produttore Arthur P. Jacobs si accorge delle sue potenzialità e, ingaggiato un cast forte di nomi come Charlton Heston, Roddy McDowall, Kim Hunter, Maurice Evans, James Whitmore, James Daly e Linda Harrison, si mette alla ricerca di un regista. Inizialmente girano i nomi di J. Lee Thompson e Blake Edwards (chissà, forse quest’ultimo, padre de La pantera rosa, ne avrebbe fatto una commedia satirica?) ma infine a spuntarla è Franklin J. Schaffner, su insindacabile “raccomandazione” dello stesso Heston.
I cinque anni che separano il libro dal film sono, culturalmente parlando, un’eternità. Siamo nel ’68: è l’epoca del pacifismo, del ritorno alla vita a contatto con la natura, dell’antimilitarismo. E d’altro canto, l’uomo, proprio grazie agli USA, che producono la pellicola, sta per sbarcare sulla Luna. Il film non può che risentirne.
Al momento di iniziare la lavorazione, la sceneggiatura ha già subito varie riscritture. In verità molti studios avevano già rifiutato il progetto, considerandolo troppo difficile da realizzare. Ci era andato vicino Rod Serling, il creatore di Ai confini della realtà, ma ancora il budget stimato era troppo alto: la società delle scimmie a tecnologia avanzata, così come la descriveva Boulle, avrebbe implicato, in tempi in cui non esisteva la computer graphic, set grandi e costosi, modellini ed effetti speciali. Ecco allora che arriva la prima idea, che costituisce anche una fondamentale differenza rispetto a quanto letto nel romanzo: la società delle scimmie, nel film, è sì avanzata rispetto a quella dei primati che vediamo abitualmente in gabbia allo zoo, ma molto, molto più primitiva di quella descritta da Boulle. Capanne al posto dei palazzoni, insomma. E, incredibilmente, funziona.
Ma non si tratta dell’unica diversità. Innanzitutto il film, più che una trasposizione, è una vera e propria “americanizzazione” della versione su carta. Il protagonista si chiama George Taylor e non Ulysse, ed è un astronauta di mestiere, non un giornalista: l’eroe più “moderno” che a quei tempi si potesse immaginare. Le scimmie parlano inoltre un perfetto inglese - il che, visto anche la rivelazione nel finale, ha molto senso - mentre nel libro hanno un linguaggio loro e Ulysse deve impararlo partendo da zero. Anche qui c’è l’espediente dell’impossibilità comunicativa, ma è giustificato da una ferita alla gola subita da Taylor durante la battuta di caccia. Gli indigeni umani non sono nudi come nel testo, ma vestiti di stracci e pelli, e questo è evidentemente un modo per evitare censure sconvenienti a un film dal forte impatto commerciale. Un’altra differenza fondamentale è che, mentre nel libro il viaggio di Ulysse è collocato già in un lontano futuro - l’anno 2.500 - nel film Taylor parte dal 1972, appena qualche tempo dopo la data in cui il film viene effettivamente girato.

Nella pellicola appare forte il conflitto tra fede e scienza: le scimmie, e in particolare gli orangoutan, che sono quanto di più vicino a una casta sacerdotale, si orientano religiosamente seguendo il testo di quelle che chiamano ‘Sacre Scritture’, considerate una verità insindacabile, che sancisce la superiorità della scimmia rispetto agli uomini, di cui è negata la possibilità di essere stati un tempo civilizzati. Taylor è in grado di dimostrare il contrario, trovando, come Ulysse nel libro, tracce di un’antica civiltà umana, e in particolare una bambolina, non solo vestita di tutto punto, come nel libro, ma addirittura parlante. Il che enfatizza l’importanza del linguaggio e della parola come elemento caratterizzante la ‘persona culturale’, più ancora della capacità di vestirsi (che nel film passa in secondo piano proprio perché gli umani sono, seppur primordialmente, vestiti).

Ma Zaius nega, e così il Consiglio scimmiesco - emblematica la scena in cui i membri si tappano occhi, orecchie, e bocca, come le tre celebri scimmiette ‘non vedo’, ‘non sento’, ‘non parlo’ - anche se in realtà, si scoprirà, conosce benissimo la verità. Perché è così ottuso? Perché sa benissimo quanto gli uomini siano pericolosi, e quanto sia nella loro natura distruggersi l’un con l’altro. “L’uomo uccide l’uomo, una scimmia non uccide una scimmia”. La scienza cerca la verità, ma la verità è pericolosa. La fede invece, secondo Zaius, preserva l’ordine. Tanto che le Sacre Scritture recitano: “Guardati sempre dalla Bestia umana”.

Ma soprattutto, e ne abbiamo già parlato, è il finale a cambiare radicalmente, rispetto al libro, il senso della storia. Si tratta di un “colpo di scena” certamente derivato dalla ‘versione Serling’ della sceneggiatura. Il finale a sorpresa, presente nel libro in maniera meno marcata, era marchio di fabbrica inconfondibile proprio della serie Ai confini della realtà, che poi sarà imitato da grandi autori del fantastico come ad esempio M. Night Shyamalan per Il Sesto Senso, Unbreakable e The Village, o Alejandro Amenábar per The Others. Un finale spiazzante che rovescia il punto di vista dello spettatore facendogli cambiare la sua prospettiva su tutto ciò che ha visto finora.

Taylor scopre su una spiaggia dimenticata i resti della Statua della Libertà, parzialmente sepolta nella sabbia, rendendosi conto di trovarsi sulla sua stessa Terra, distrutta dalle esplosioni atomiche, molti anni in là nel futuro. L’immagine non solo diventa il simbolo del film, oltre che una visione di impatto fortissimo, ma potenzia la trama proprio dove il romanzo di Boulle mostrava segni maggiori di debolezza.

Nelle ultime parti del libro, infatti, l’idea che una minaccia grave incomba sull’umanità terrestre, è fondamentalmente legata a una supposizione del protagonista. Solo perché Soror è simile alla Terra, e perché i suoi umani sono stati arrendevoli, non significa necessariamente che le cose debbano andar male anche sul nostro pianeta. Certo, lo sbarco finale di Ulysse dimostra che ha ragione, ma in fondo non fa che confermare la correttezza della tesi evoluzionistica, per quanto applicata con parametri inversi (dall’uomo alla scimmia invece che dalla scimmia all’uomo). Nel film, è l’uomo stesso l’artefice del suo triste destino, e non presunte leggi di natura sulle quali non si può intervenire. Probabilmente, sono state le radiazioni scaturite dalle bombe a far sì che i primati si evolvessero e che gli uomini, per contro, si riducessero a uno stato primitivo. Lo spettro dell’atomica è presente e spaventoso, mentre nel libro alla guerra si accenna appena, dato che l’unica grande nazione scimmiesca esistente vive in uno stato di pace. La materia umanistica di Boulle, venata di antropologia scientifica e sociale, viene insomma trasportata con senso critico nella tecnocratica America della “corsa allo spazio”. Come dire: esploriamo nuovi luoghi, ma non è detto che ciò che troveremo ci piacerà.

La sequenza finale con Miss Liberty passa, in fase di storyboard, attraverso molte rielaborazioni. Una versione la vedeva ricoperta fino al naso in mezzo alla giungla, un’altra addirittura a pezzi. Anche il make-up della scimmie ha necessitato di parecchie prove prima di essere definitivamente accettato: per convincere gli studios che la pellicola si poteva realizzare, i produttori realizzarono una breve “scena test”, dove il personaggio di Heston veniva chiamato Thomas invece che Taylor, fedelmente ai primi appunti di Serling. Nei panni dei primati c’erano attori che poi non sarebbero comparsi nel film finito: Edward G. Robinson per Zaius, James Brolin per Cornelius, Linda Harrison per Zira. Proprio la Harrison, che era fidanzata con il capo della produzione Fox, avrebbe poi interpretato Nova nella versione definitiva e nel suo primo sequel, oltre che ottenuto un cameo nel remake di Tim Burton, al pari di Heston. Tra l’altro, fu proprio questo test a convincere Robinson, che era scritturato per interpretare Zaius, ad abbandonare a causa delle troppo pesanti sessioni di trucco, cedendo il posto a Maurice Evans.
Le riprese durarono solo tre mesi, dal maggio all’agosto del 1967, in Arizona del Nord tra il Grand Canyon e il fiume Colorado, mentre per il villaggio delle scimmie fu costruito un set a Malibu, vicino Los Angeles. Infine, le riprese finali con la Statua della Libertà sono state effettuate su una spiaggia californiana deserta, irraggiungibile a piedi, il che ha reso necessario spostare cast, crew e cavalli in elicottero. I resti della Statua, girati un un’altra location non distante, vennero poi aggiunti in post-produzione, fondendoli con un dipinto realizzato su vetro (quel che in gergo si dice ‘matte painting’). Il budget era di quasi 6 milioni di dollari. Rilasciato in USA l’8 Febbraio del 1968, ne guadagnò oltre 32. Ciò che piacque furono soprattutto i make up di John Chambers, effettivamente, per i tempi, molto realistici. Un successo strepitoso per critica e pubblico, punto di partenza di un lunghissimo e prolifico franchise, che nel 2001 è stato scelto per la preservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Leggete anche la seconda parte dello special!

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