Speciale Hawkeye - Benvenuti...al Jurassic Park!

Destino d'estinzione? No, prolifico franchise!

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Nelle scienze biologiche applicate, per clonazione si intende la tecnica che permette di produrre copie identiche di organismi viventi tramite manipolazione genetica. Fino al 1996, quando Ian Wilmut riuscì a clonare con successo un esemplare di pecora, la famosa Dolly, era un tema puramente fantascientifico. Ma ci sono menti, come quella dello scrittore Michael Crichton, per certi versi paragonabile al genio intuitivo di Jules Verne, che sono in grado di intuire, anche grazia allo studio e alla preparazione, quel che poi davvero avverrà in campo scientifico. Jurassic Park, celebre romanzo iniziatore di un franchise di grande successo, soprattutto al cinema, in cui si immagina che un gruppo di scienziati riporti in vita dei dinosauri grazie appunto alla clonazione, per farne attrazioni di un parco di divertimento per ricchi, è del 1990. Oggi sembra già molto, molto meno fantascientifico. Ma si sa, la sci-fi tende a scadere in fretta. Il Giorno del Giudizio di Terminator, 29 agosto 1997, è passato da tempo, così come l’anno di Fuga da New York o il distopico 1984 di Orwell.

Destino...d'estinzione?

Il caso di Jurassic Park è però ancora più peculiare. I problemi etici che la pratica di clonazione si porta dietro qui sono accentuati dal fatto che non solo si dà la vita a esseri viventi, sostituendosi al Creatore nel più classico eccesso di hybris frankensteiniana, ma ci si rivolta anche contro le leggi dell’evoluzione e della scienza, perché a essere clonati sono i dinosauri, esseri di cui non Dio, non l’Uomo, ma la Natura stessa aveva decretato milioni di anni fa l’inesorabile destino d’estinzione. Per di più in nome, almeno nel romanzo, esclusivamente del soldo e del capitale. Quindi, un tema classico: Natura vs. Cultura. Come in King Kong, ma con la presunzione aggiuntiva di mettere direttamente le mani in pasta.
La clonazione contro l’estinzione, dunque, il che equivale a dire contro l’evoluzione? Difficile stabilirlo. Chi provasse a sostenere il contrario correrebbe il rischio di ritrovarsi di fianco il vecchio spettro dell’eugenetica, e del resto, lo stesso complesso narrativo di Jurassic Park è stato criticato per la presunta superficialità scientifica con cui ha semplificato determinati temi.
A puro titolo di esempio, grazie ad analisi effettuate su carote estratte dalle profondità oceaniche è stato possibile determinare la concentrazione di anidride carbonica e ossigeno presenti nell'atmosfera ai tempi dei dinosauri. I risultati hanno evidenziato una crescita del 7%, circa 50 milioni di anni fa, che avrebbe contribuito allo sviluppo dei grandi mammiferi. In sostanza i dinosauri, che respiravano un'aria differente dalla nostra, molto probabilmente avrebbero dei seri problemi a muoversi e a sopravvivere nel nostro ecosistema, anche ammesso che si riuscisse davvero a clonarli. Stesso discorso si può fare per la flora batterica, che ha subito un'evoluzione naturale durata ben 235 milioni di anni prima di arrivare al nostro sistema ambientale. È molto probabile quindi che se un dinosauro potesse rivivere nell'era attuale si ammalerebbe in brevissimo tempo, e morirebbe.
L’estinzione/evoluzione, insomma, vincerebbe comunque. E allora, a meno di non voler intervenire sull’embrione per renderlo ‘adattabile’, la clonazione in sé non basta per evolvere, limitandosi a riprodurre un individuo, o un’intera specie, esattamente com’era in origine. Su questo ritorneremo.
Ma, parafrasando e invertendo i termini di un celebre slogan anni ’80, “questa è fantascienza, non scienza”. Ci si fa caso, però, proprio perché Crichton ai temi della scienza è molto attento. Lo scrittore è noto per aver preso spesso spunto dalle tesi e dalle ipotesi di studiosi e scienziati che poi ha integrato nei suoi racconti, e proprio questo gli ha permesso molte volte di anticipare, come abbiamo visto, la realtà in campo di scoperte scientifiche e tecnologiche. Leggenda vuole che lo spunto iniziale di Jurassic Park gli sia stato fornito proprio da un matematico, Marvin Minsky, durante una passeggiata sul mare.
Verosimiglianza scientifica a parte, Jurassic Park significa però anche e soprattutto ore di spensierato intrattenimento al cinema, corredato di quintali di ‘sense of wonder’ spielberghiano e da effetti speciali all’avanguardia, ora come allora - e dal primo film sono passati 18 anni - che adesso, con l’uscita del cofanetto in Blu-Ray, potremo godere nello splendore dell’alta definizione. Sarà un piacere montare di nuovo, assieme ai protagonisti, sulla jeep elettrificata che li porterà nel cuore del parco, in un percorso ricco di brividi ed emozioni che noi, come sempre, correderemo con un percorso ‘concettuale’ parallelo, attraverso tutte le possibili declinazioni di un franchise che ha fatto sognare e sussultare almeno un paio di generazioni.
E come sempre lo faremo in modo ludico, applicando un metodo comparativo, un po’ come si fa in Antropologia e Storia delle religioni, mettendo i prodotti uno di fianco all’altro, cercando di delinearne le affinità ma soprattutto le sostanziali differenze, se ce ne sono, che significano cambiamento, sviluppo. Evoluzione? Lo vedremo.
La tesi che portiamo avanti è che il cinema commerciale non sia mai solamente commerciale. Registi e sceneggiatori, in quanto esseri umani, sono portatori, a volte consapevoli altre meno, di immagini e concetti provenienti da un complesso culturale sofisticato, che in questo caso si estende fino ai confini stessi delle scienze cosiddette ‘positive’. E qual modo migliore di iniziare il nostro viaggio, se non con le parole, scontate forse, ma assolutamente evocative, dello scienziato John Hammond, che con il volto e la voce dell’attore Richard Attenborough introduceva nel film di Steven Spielberg gli avventori del parco al mondo selvaggio e misterioso da lui ricreato in provetta?
Benvenuti...al Jurassic Park!

L’embrione (l’idea)

Michael Crichton è un autore che ha sempre guardato al cinema. Del resto, prima che scrittore best seller, è anche apprezzato sceneggiatore e regista. I suoi romanzi, mix di azione e tecnoscienza, sono strutturati come script cinematografici, per i tempi e luoghi precisi in cui si svolgono le azioni e i particolari che li fanno aderire alla realtà. Gran parte delle sue storie si basano sul concetto di ucronìa, con scenari alternativi alle tesi di partenza, quella verificatasi nella realtà. In pratica rispondono alla domanda: cosa accadrebbe se una delle ipotesi originarie fosse sbagliata o non andasse per il verso giusto? Gli appassionati di fumetti, abituati a questo genere di storie, li chiamerebbero ‘What if?’, letteralmente ‘Cosa sarebbe accaduto se...?’
A volte c’è il gusto per il ‘falso storico’, magari includendo nel testo documenti scritti nell'esatto stile dell'epoca del racconto che creano incisivi effetti di verosimiglianza, tali da ingenerare nel lettore dubbi sulla loro storicità o imprimere significative evoluzioni alla trama. Certo è che il cinema gli ha restituito parecchio: molte sono le pellicole tratte dai suoi romanzi - Il 13mo guerriero, Timeline, solo per citarne un paio - che poi sono approdate al cinema con successi alterni al botteghino, ma con risultati in genere più che apprezzabili. Jurassic Park è certo una delle più celebri.
Innanzitutto, un po’ di scenario. Siamo nei primi anni ’90, epoca in cui irrompono in maniera massiva gli home computer e concetti come Internet, Rete e Network cominciano a diventare di uso comune. Gli scrittori e i registi di fantascienza immaginano scenari futuristici ‘virtuali’, come nel caso de Il tagliaerbe, tratto in realtà da un racconto di Stephen King del 1975, oppure improbabili fusioni e connessioni tra uomo e macchina, nella più classica estetica cyberpunk, a partire dalle cameroniane suggestioni di Terminator e del suo sequel, del 1991.
In questo senso, il libro di Crichton risulta nella scelta del tema piuttosto originale, muovendosi in direzione totalmente opposta. La proiezione distopica è infatti rivolta piuttosto al lontano passato del nostro pianeta (l’era dei dinosauri) e per nulla virtuale. Anzi, i bestioni sono decisamente concreti, fisicamente tangibili e molto, molto pericolosi! All’inizio, però, Crichton pensava a dei dinosauri robotici, un po’ sullo stile di Westworld, film con Yul Brynner che lui stesso aveva diretto nel 1973. Sviluppò poi l'idea usando le sue conoscenze biomediche.

L’individuo formato (il libro)

La trama grossomodo la conosciamo: ad Isla Nublar, un atollo sperduto al largo della Costa Rica, il miliardario Hammond costruisce un gigantesco parco di attrazioni biologiche. Grazie all'ingegneria genetica, nel suo Jurassic Park rivivrà un intero ecosistema, compresi i terribili dinosauri carnivori: il gigantesco Tyrannosaurus Rex e i famelici Velociraptor.
Quel che è da segnalare è che la versione letteraria, rispetto alla trasposizione cinematografica, che come spesso accade resta più facilmente impressa nell’immaginario collettivo, è decisamente più cupa, violenta e sconfinante a tratti nell’horror. Mentre nel film a morire in maniera atroce sono solo i personaggi più ambigui o sgradevoli, nel romanzo la vendetta dell’Ecosistema contro l’umana tracotanza è spietata e non guarda in faccia nessuno. Lo stesso Hammond, nel film un personaggio forse troppo entusiasta ma tutto sommato animato da buone intenzioni, nella versione Crichton è un cinico assetato di denaro, il che non fa che aggravare, almeno dal punto di vista morale, la sua profanazione di quanto stabilito da Natura. “Non vuoi che i dinosauri si estinguano? Allora loro estingueranno te”. Infatti, differentemente rispetto al film, Hammond alla fine muore, sbranato da un gruppo di Procompsognathus.

Il clone mutato (il film)

A Spielberg l’idea del romanzo piaceva tantissimo, tanto che ne aveva acquistato i diritti, insieme a Universal, prima ancora che l’opera fosse pubblicata. E non era certo l’unico a cui tutto quel rettilario faceva gola: per accaparrarsene la proprietà ,il papà di E.T. aveva strenuamente ‘lottato’ contro Warner che l’avrebbe affidato a Tim Burton, Columbia, che l’avrebbe dato a Richard Donner, e Fox che avrebbe invece optato per Joe Dante. Una volta acquisito l’embrione, però, c’era il problema di farlo sopravvivere, e crescerlo al meglio affinché desse i migliori frutti.
E il pargolo era sicuramente problematico: innanzitutto, i dinosauri al cinema, salvo forse nel campo dell’animazione, non avevano mai funzionato granché. Lo aveva dimostrato nel 1985 il flop di Baby: il segreto della leggenda perduta, in cui due paleontologi adottavano un cucciolo di brontosauro, sopravvissuto all’estinzione. Purtroppo il povero animalino, in tutta la sua animatronica bruttezza di cartapesta, suscitava ben poca tenerezza, e il film, che venne lanciato proprio come epigono del cinema spielberghiano di qualità (“un mix di E.T. e I predatori dell’arca perduta”, recitava entusiasticamente il flano) incassò al botteghino una batosta clamorosa, allontanando per anni i produttori di Hollywood dall’idea di ritentare un esperimento sul tema.
In seconda istanza, Spielberg voleva fare un film per famiglie, avventuroso e trainante, ma senza alcun tipo di divieto. I tratti andavano addolciti, e tutto quel sangue doveva sparire. Ci volevano altri elementi, in grado di lasciare gli spettatori a bocca aperta, di fronte a uno spettacolo nuovo ed entusiasmante. Non bastava insomma “clonare” il libro. L’embrione andava radicalmente modificato, il suo stesso genere andava cambiato. Dall’horror al fantasy. Non si tratta di un’evoluzione naturale, ma di un brusco mutamento imposto dall’alto. Ma questa è la realtà, fuori dal libro, fuori dal film, e la ‘tracotanza’ paga. E’ un successo clamoroso.
Non certo per la sceneggiatura di David Koepp (in collaborazione con lo stesso Crichton), scontata e a tratti lacunosa - ancora in molti si chiedono che fine abbia fatto la lattina di embrioni trafugata dal tecnico Nedry e dispersa nella foresta del parco, sviluppo narrativo di cui il film, così come i suoi seguiti, lascia cadere totalmente ogni evoluzione - ma sostanzialmente grazie a due fattori, tra loro correlati, che miscelati assieme portano lo spettatore a restare letteralmente ‘a bocca aperta’ di fronte a quanto scorre su schermo.
Il primo, di natura tecnica. Gli effetti speciali, grazie al contributo dell’allora nascente computer generated imagery (in seguito conosciuta come CGI), sono sensazionali. Il ‘virtuale’, su schermo, è più reale del reale, e i dinosauri, in tutta la loro colossale, realistica magniloquenza, mettono a dura prova le convinzioni dello spettatore navigato, convinto che “ormai al cinema si è visto già tutto”. E’ il primo film a farne uso massiccio. Certo, se ne erano visti assaggi in Piramide di Paura e Terminator 2, ma qui si trattava dell’intera durata della pellicola, e per di più le creature non erano un semplice contorno, relegato a qualche sporadica scena, ma la portata principale. Perfino i critici ne apprezzarono subito la qualità, riscontrando come gli effetti creati in post produzione ben interagivano con i personaggi e l'ambientazione.
Una novità assoluta, che nemmeno Spielberg, inizialmente, conosceva. Il regista era convinto di dover ricorrere alla tradizionale animazione “a passo uno”, ma quando i tecnici della Industrial Light & Magic gli mostrarono un paio di prove, perfino lui, abituato a sbalordire gli altri con le sue magie, restò a sua volta totalmente sbalordito.
C’è da dire che il film non si basa solo sul computer design. Gli effetti visuali sono infatti frutto di un sapiente mix di diverse tecniche: Spielberg assunse anche Stan Winston per creare animatronic (sofisticatissimi robot, al tempo molto usati), e Phil Tippett per progettare modelli in go-motion, usati per le riprese a campo lungo. Michael Lantieri e Dennis Muren si occuparono rispettivamente della supervisione degli effetti speciali e della realizzazione digitale. Gli animatori Mark Dippe e Steve Williams , in particolare, vennero incaricati di creare al computer un sistema per fare camminare lo scheletro del t-rex. Il primo sarebbe poi passato dietro alla macchina da presa. Dei suoi lavori, ricordiamo in particolare Spawn, tratto dal fumetto di Todd McFarlane, e il recente Garfield - Il supergatto, avventura in digitale del celebre micio dei cartoon.

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Viaggio nella preistoria

Il secondo grande motivo di coinvolgimento dello spettatore ha invece a che fare con un efficace artificio narrativo. Chiunque abbia mai visitato un grande parco a tema, di cui il Jurassic Park non è che la fantasiosa estremizzazione cinematografica, rivive l’esperienza, mutatis mutandis, in maniera parallela ai personaggi protagonisti del film. La prima parte del film è organizzata esattamente come un tour in un parco. Entrata, presentazione, con tanto di cartoon introduttivo - che ha anche la funzione di condensare molta della parte espositiva presente nel libro di Crichton - e infine con loro si salta sulla jeep e ci si addentra nel cuore del parco, dove, in un crescendo di tensione, si attende per lungo tempo prima di poter vedere i primi dinosauri. E quando appaiono, è pura magia.
Proprio come il Dottor Grant, il Dottor Malcolm, la Dottoressa Sattler e i piccoli Lex e Tim, gli spettatori si trovano di fronte uno spettacolo mai visto prima. Enormi brontosauri, talmente realistici che pare di poterli toccare, si stagliano maestosi verso il cielo. Ogni muscolo, ogni movimento, ogni piega della pelle, illuminata da uno splendente sole tropicale, è dove dovrebbe essere. Nessuno può sapere esattamente come fosse fatto un brontosauro, ma nessuno potrà mai più immaginarli diversamente da così. Il viaggio in Jurassic Park - il film - corrisponde esattamente, passo dopo passo, al viaggio ‘nel’ Jurassic Park. Un’avventura unica, emozionalmente irripetibile (visto la seconda volta, non fa mai lo stesso effetto), che trascina lo spettatore direttamente dentro la pellicola senza l’ausilio di alcun orpello stereoscopico di sorta.

Caratteri dominanti

Il lavoro di adattamento fu lungo e laborioso. Malia Scotch Marmo iniziò una revisione dello script nell'ottobre 1991 per un periodo di cinque mesi, fondendo e confondendo il personaggio di Ian Malcolm (nel film, l’attore Jeff Golblum) con quello di Alan Grant (Sam Neill). Alla stesura e alla realizzazione del film, così come dei suoi sequel, ha contribuito il paleontologo Jack Horner, per rendere il più veritiero possibile ciò a cui la squadra stava lavorando. Nonostante ciò, al giorno d'oggi l'aspetto di alcuni dei dinosauri presenti nella pellicola è considerato in parte ‘sbagliato’ a causa dei cambiamenti delle teorie dell'evoluzione, in particolar modo per ciò che riguarda l’aspetto dei Velociraptor.
Grant è un paleontologo impegnato nel ritrovamento di resti fossili di un Velociraptor in un calanco in Montana. Non gli piacciono i bambini e non perde l'occasione per spaventare Lex e Tim, nipoti di Hammond, con un artiglio di raptor, ma suo malgrado si ritroverà a proteggerli. Laura Dern è la professoressa Ellie Sattler, paleobotanica nonché studentessa laureata del dottor Grant, e sua attuale fiamma. Anche la Dern incontrò Horner e visitò il Natural History Museum of Los Angeles County, imparando il più possibile sui fossili per calarsi nella parte. Malcolm è invece un matematico esperto della teoria del caos. In due parole, un settore della scienza basato sul presupposto che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Il classico battito d’ali di una farfalla che provoca un uragano dall’altra parte del mondo. Fin dal suo arrivo al parco Malcolm si manifesta contro la creazione dei dinosauri e diventa il principale oppositore di Hammond. Inoltre ha un debole per la dottoressa Sattler. Goldblum fu scelto subito da Spielberg proprio per la sua grande passione nei confronti dei dinosauri. Dal canto suo, per prepararsi al meglio per il ruolo si incontrò con gli studiosi James Gleick e Ivar Ekeland per parlare della teoria del caos. Per il ruolo del professor Hammond, mente dietro al folle progetto di costruire il parco, viene scelto Richard Attenborough: Hammond è direttore generale della compagnia InGen. Crede, come il suo avvocato Gennaro e come il capo-informatico Arnold, che Isla Nublar possa fruttare denaro, cambiando idea alla fine del film. Jurassic Park fu il ritorno al cinema per l'attore non più sugli schermi dal 1979 quando interpretò The Human Factor. Da segnalare nel cast anche la presenza di Samuel L. Jackson, nel ruolo del capoingegnere Arnold, e dei giovani Ariana Richards e Joseph Mazzello.
Dopo due anni e un mese di pre produzione le riprese iniziano il 24 agosto 1992 sull'isola hawaiiana di Kauaʻi. Le tre settimane comprendono diversi giorni in esterni, non privi di difficoltà. L'11 settembre, ad esempio, l'uragano Iniki passa a Kauaʻi, causando alla produzione la perdita di un giorno di riprese. La produzione si sposta poi agli Studios della Warner.
Jurassic Park venne completato il 28 maggio 1993. Il montaggio e la post-produzione del film sono stati realizzati sotto la supervisione di George Lucas, grande amico di Spielberg, mentre quest'ultimo si trovava in Polonia sul set di Schindler's List. Durante la distribuzione nelle sale cinematografiche il film incassò 920 milioni di dollari diventando il maggior successo cinematografico dell'epoca e uno dei film di maggiore incasso della storia del cinema.
Abbiamo già segnalato gran parte delle differenze che intercorrono tra libro e film, tutte applicate con la benedizione di Crichton, partecipe in fase di sceneggiatura. Ne segnaliamo altre, volte anch’esse allo scopo, da un lato, di ‘edulcorare’ gli aspetti più truculenti del romanzo per non ‘intaccare’ la vendibilità del prodotto a un’ampia fascia di pubblico, e dall’altro di non distogliere l’attenzione dello spettatore dagli aspetti ‘sbalorditivi’ e spettacolari della vicenda con dettagli macabri considerati di troppo. Vengono a mancare ad esempio scene forti come l’uccisione di un neonato e il ricovero di un operaio ferito a morte da un raptor, così come la parte in cui Tina, una bambina americana, viene aggredita dai Compsognathus. La scena è stata poi recuperata, seppur con modifiche, nel seguito Il mondo perduto - Jurassic Park. Come abbiamo già detto, Hammond alla fine del libro muore, punito per la sua superbia. Nel film sopravvive, guadagnandosi anche una seconda e breve apparizione nel sequel.
Altre differenze, meno sostanziali, sono dovute a esigenze drammatiche, o alla necessità di differenziare i personaggi. Alan Grant nel romanzo ha buoni rapporti con i bambini, con i quali divide la passione per i dinosauri, mentre nel film viene dipinto come uno che li detesta o, più semplicemente, li teme. Scompare la figura del medico Marty Gutierrez. Nel romanzo inoltre vengono presentati numerosi indizi che dimostrano che i dinosauri hanno lasciato Isla Nublar e raggiunto le spiagge della Costa Rica, preludendo a un’invasione. Inoltre, all’inizio viene presentata l’indagine che alcuni avvocati conducono sul conto della InGen, circa l’acquisto dei supercomputer sequenziatori di DNA, sulle plastiche sintetiche capaci di riprodurre i gusci di uova dei rettili e degli anfibi, e sulle misteriose attività genetiche a Isla Nublar, mentre la pellicola semplifica un po’ il tutto omettendo questi elementi.
Ancora, Tim e Lex vengono descritti nel romanzo come fratello maggiore e sorella minore, mentre nel film le loro età sono invertite, ed è Tim nel libro a cavarsela con i computer e riattivare la corrente al Jurassic Park, e non Lex come nella pellicola. Malcolm nel film si dichiara più volte divorziato e con 3 figli, nel romanzo è scapolo e non ha prole. Nel film viene dichiarato che il DNA dei dinosauri, tratto dal sangue raccolto dai resti di una zanzara preistorica, era stato completato con quello dei rospi, nel romanzo il dottor Wu specifica di aver usato parti di DNA di vari animali quali uccelli, coccodrilli e anfibi, e dopo una ricerca voluta dal dottor Grant, Wu trova che solo in alcuni dinosauri era stato innestato il DNA di rana, proprio in quelli che si stavano riproducendo. Nel libro i tirannosauri che sforano dal recito provocando danni e spargimenti di sangue sono due. Nel film ce n’è soltanto uno, e per renderlo più spaventoso, gli si applica qualche ‘licenza poetica': nella realtà l’animale poteva muoversi ad un massimo di 15-30 km/h. Velocità notevole per un bestione di quelle dimensioni, ma comunque troppo poco per inseguire una jeep, come succede in una celebre sequenza della pellicola. Volendo fantasticare per trovare una spiegazione, si potrebbe comunque attribuire il tutto alla fusione col DNA dei rospi. Il verso del T-Rex è stato ricostruito attraverso l'unione dei versi di tigre ed elefante, mentre il suo respiro è tratto da quello di un cavallo. Tra le altre specie che compaiono nel film vi sono il Brachiosaurus, il Triceratops, il Dilophosaurus, il Gallimimus e il Parasaurolophus.
Il film ha conquistato tre Oscar: Miglior sonoro, Miglior montaggio sonoro e, ça va sans dire, Migliori effetti speciali.

Clonando il clone (derivazioni e parodie)

Abbiamo paragonato Jurassic Park, il film, a un clone modificato, e tutto sommato riuscito - almeno giudicando i risultati al botteghino - del libro di Crichton. Ma cosa accade quando si clona un clone? La narrativa sci-fi insegna che non è mai una grande idea: pensiamo a Kaine, il clone degenere e sociopatico dell’Uomo Ragno oppure al quarto clone ‘scemo’ di Michael Keaton nell’esilarante commedia di Harold Ramis Mi sdoppio in quattro. La fotocopia della fotocopia (della fotocopia della fotocopia, si può andare avanti a piacere...) non può che risultare di molto sbiadita. Ma tutti conosciamo le leggi di Hollywood: quando il successo c’è, si tende a spremerlo fino all’ultima goccia. Oltre a due seguiti, di cui parleremo, il film di Spielberg ha generato una miriade di epigoni. Parte del suo merito è del resto nell’aver riportato sotto i riflettori gli animaloni preistorici, rilanciandone del tutto l’immagine e sposando un’idea evoluzionistica totalmente nuova, proposta, oltre che dallo stesso Horner, anche da altri eminenti paleontologi come John Ostrom e Robert Bakker. Il dinosauro non più visto come un essere ‘tutto dimensioni e niente cervello’, il cui destino d’estinzione è in qualche modo segnato a causa della sua scarsa intelligenza e della sua incapacità di adattarsi all’ambiente, ma come una forma di vita scattante, letale - e decisamente più ‘cool’ - che in altre circostanze (e torna qui la ‘teoria del caos’) avrebbe potuto dominare il pianeta al posto dell’uomo.
Tra le molte imitazioni, vale la pena ricordare Carnosaur - La distruzione, di Adam Simon, datato 1993, se non altro perché, stringendo i tempi all’inverosimile (fu girato in una sola settimana), la produzione, guidata dal mitico re dei ‘B movies’ Roger Corman, riuscì a farlo uscire prima del film di Spielberg. Anche questa pellicola è tratta da un romanzo, in questo caso di John Brosnan, che porta lo stesso nome. Ci sono, tuttavia, enormi differenze tra libro e film. Nello stesso periodo usciva Dinosaur Island, curato dello stesso realizzatore degli effetti speciali di Carnosaur, John Carl Buechler. Il che spiega la somiglianza tra i dinosauri dei due film. Nel cast c’è, tra l’altro, Diane Ladd, madre di Laura Dern, protagonista femminile proprio di Jurassic Park.
Carnosaur ebbe anche due seguiti, Carnosaur 2 e Carnosaur 3: Primal Species, mentre è francese Dinosaur From the Deep, semi-amatoriale, realizzato con modellini di plastilina e cartapesta. Seguono Dinosaur Valley Girls (di Donald F. Glut, del 1996), Future War (di Anthony Doublin, del 1997) e The Lost World (di Bob Keen). Una parodia italiana fu realizzata da Jerry Calà: Chicken Park, dove al posto dei dinosauri c’erano enormi gallinacci. Un’idea nemmeno troppo bizzarra, dato che anche in Carnosaur i lucertoloni venivano riportati in vita proprio grazie alla fusione col DNA dei polli.
C’è da sottolineare che lo stesso concept di Jurassic Park è di natura derivativa. L’incontro tra uomini e dinosauri, ovviamente mai avvenuto in termini storici, è stato più volte ipotizzato in letteratura e al cinema, a partire da The Lost World di Sir Arthur Conan Doyle, romanzo del 1912 incentrato su una spedizione nel bacino dell’Amazzonia, in una zona inesplorata dove i dinosauri sono ancora vivi. Gli adattamenti radiofonici, televisivi e cinematografici di questo libro sono innumerevoli. Noi ci limitiamo a ricordare una versione del 2001, prodotta dalla BBC, che vedeva Bob Hoskins tra i suoi protagonisti e, in termini di estetica, molto doveva al film di Spielberg, che di The Lost World può considerarsi una moderna versione. Ma, a livello più indiretto, il medesimo canovaccio lo si può ritrovare anche nel complesso narrativo relativo a King Kong (in tutte le sue versioni, da quella leggendaria del 1933 al più recente remake di Peter Jackson), o in quello che fa da contorno al personaggio di Ka-Zar, fumettistico eroe del Marvel Universe, epigono di Tarzan, che si muove nella cosiddetta ‘Terra Selvaggia’, popolata appunto da animali che nel mondo civile si sono estinti da tempo.

Cronache del mondo perduto (i sequel)

Il riferimento a Conan Doyle si fa esplicito nel titolo del sequel ufficiale del film, che esce nel 1997: Il mondo perduto - Jurassic Park. In originale, appunto, The Lost World. Anche in questo caso, alla base, c’è un romanzo di Crichton. Lo scrittore inizialmente non è entusiasta dell’idea: non ha mai fatto un seguito prima di allora, e solo l’insistenza di Spielberg, tornato al timone dopo un tentativo fallito di affidarlo a Joe Johnston, impegnato però con Jumanji, lo tira fuori dalle proprie convinzioni. Non si trattò dell’unico “capriccio”: anche Juliette Binoche, contattata per il ruolo di Sarah Harding, disse fermamente che avrebbe partecipato solo se le avessero dato la parte di un dinosauro. Dal cast del film precedente vengono recuperati Goldblum, Ariana Richards e Joseph Mazzello, affiancati dalle new entry Julianne Moore e Vince Vaughn. La trama - Una nuova squadra di ricerca viene mandata ad Isla Sorna, un’altra location posseduta da InGen, per portare delle specie nel parco di San Diego, ma scopre che altri animali pericolosi si sono riprodotti - non è che un mero pretesto per riproporre situazioni più o meno riconducibili a quelle del primo episodio ma, come spesso avviene in questi casi, ‘bigger and faster’, elevate a una potenza maggiore resa possibile anche dal rapido sviluppo delle tecniche di CGI, ormai definitivamente affermatesi. Il film contiene infatti quasi il doppio di animazioni generate al computer rispetto al predecessore. In un'intervista il responsabile degli effetti speciali, Dennis Muren, afferma: "Con Jurassic Park avete guidato una berlina, adesso potete accomodarvi su una Ferrari!". Analogamente, per le sequenze d'azione sono stati impiegati cinquanta stuntmen, laddove in Jurassic Park ne erano bastati tredici.
Il set è ancora una volta Korulu, a cui si aggiungono le Hawaii per alcuni esterni e la Mayfield Senior School in California per la breve sequenza ambientata nella residenza del professor Hammond.
Facendo un po’ il verso al concept di Godzilla, che l’anno successivo avrebbe goduto di un remake USA a opera di Roland Emmerich, nell’ultima sequenza, ambientata a San Diego, il T-Rex viene portato nel mondo civile, seminando il panico. La scena è stata girata nella medesima città in cui si ambienta, ma poi sono state integrate alcune inquadrature realizzate a San Pedro e a Los Angeles. Come è facile immaginare, la realizzazione è stata molto difficoltosa, tanto da valere alla pellicola la candidatura agli MTV Movie Awards, purtroppo senza ottenere il riconoscimento.
Anche qui le differenze rispetto alla controparte cartacea si sprecano: nel film il Dr. Malcolm ha tentato, senza successo, di svelare al mondo l'incidente avvenuto nella precedente pellicola, e ciò gli ha comportato la perdita della cattedra universitaria. Nel romanzo questa parte non c’è. Nella parte iniziale del libro, inoltre, vi sono inoltre vari ritrovamenti di carcasse di dinosauri nella Costa Rica, ognuno messo puntualmente a tacere dalle autorità locali. Ovviamente nel libro non compare John Hammond, rimasto ucciso nel primo romanzo. Ancora, nel libro il Sito B, su cui si incentra la vicenda, necessita di essere scoperto, nel film la sua localizzazione è già avvenuta in partenza. Nel libro Malcolm non si reca sull'isola per "salvare" la sua fidanzata, ma un altro personaggio. Nel romanzo inoltre, ci sono più cuccioli di Tyrannosaurus, benché se ne evidenzi solo uno, che comunque non viene mai portato a San Diego.
Anche se rispetto all’originale non si può riscontrare una gran variazione di temi, non si può certo parlare di insuccesso. Anzi, il film ha conservato per quattro anni e mezzo il record d'incasso per il primo weekend di programmazione, con un incasso totale, a livello mondiale, di 614.300 milioni di dollari.
Non poteva dunque mancare un terzo episodio, che arriva nel 2001. Intitolato semplicemente Jurassic Park III, è diretto da Joe Johnston, che stavolta si rende subito disponibile. Nessuno però sarebbe riuscito a convincere Crichton a scrivere un altro capitolo, e infatti la sceneggiatura viene realizzata a partire da zero. Fin qui, nulla di male. Ma la produzione, frettolosa, decise di avviare le prime fasi addirittura prima della chiusura dello script, nuovamente pensato da David Koepp.
Si gira sempre attorno ai medesimi temi e agli stessi personaggi. Torna il paleontologo Alan Grant, assente nel secondo episodio, ancora una volta con le fattezze di Sam Neill, assieme alla Professoressa Sattller (sempre Laura Dern). Stavolta, però, i due non sono più fidanzati. Impegnato a raccogliere fondi per finanziare le ricerche sulla sua teoria del grado di intelligenza dei velociraptor, il paleontologo viene convinto da un magnate a intraprendere un nuovo tour aereo ad Isla Sorna con altre quattro persone. Un tempo sede del vecchio parco d'intrattenimento Jurassic Park, l'isola si è col tempo trasformata nel territorio ideale per la crescita e lo sviluppo degli animali preistorici.
Per rendere il film simile ai racconti di Crichton, Johnson inserisce alcune scene scartate da Spielberg nei primi due episodi, preferendo cambiare l'antagonista, lo Spinosaurus al posto del T-Rex, per rendere il tutto più originale. Le sue scelte vengono però contestate sia dai fan che dalla critica, che giudica il film superficiale e con una trama priva di spessore. Certo la fretta non ha aiutato, e in più ci si mette la sfortuna: un incidente di Jeff Goldblum costringe infatti gli sceneggiatori a eliminare il suo personaggio all’ultimo minuto, fondendolo con quello di Neill, ottenendo un risultato comprensibilmente sgradito ai molti seguaci della serie.
Una curiosità sta nell’aspetto fisico dei Velociraptor, diverso rispetto a quello visto nei primi episodi: il maschio è blu scuro-seppia con le piume dietro il capo (novità nella serie) mentre la femmina è grigia maculata di nero. Gli occhi, nei primi due film della trilogia, sono a taglio, come nei serpenti, mentre nel terzo capitolo sono pupille circolari, simili a quelle del T-Rex. Il che dipende da un fattore accademico: nel corso degli anni, le teorie circa il look di questi animali sono cambiate, il che rende ‘sorpassato’ l’aspetto dei raptor nei primi due film. In questo capitolo della saga appaiono poi nuovi dinosauri, inesistenti nei romanzi: l'Ankylosaurus, il Ceratosaurus, il Corythosaurus e lo Spinosaurus. Tuttavia, come specificato dallo stesso professor Grant, lo Spinosaurus non era presente nella lista del Jurassic Park, ciò da ad intendere che la InGen avesse altri progetti, sviluppati in segreto.
Anche Isla Sorna appare leggermente diversa da come era ne Il mondo perduto, perché mentre il precedente film era stato girato Hawaii, il set di questo si è spostato nelle foreste della California. Discusso anche lo scontro tra il Tyrannosaurus Rex e lo Spinosaurus Aegyptiacus, che vede quest'ultimo vincitore dopo aver spezzato il collo al primo. Pare che l’esito, nella realtà, sarebbe alquanto improbabile, date le particolari caratteristiche del cranio dello Spinosaurus, fragile ed inadatto alla caccia di grosse prede.
Jurassic Park III non eguaglia i precedenti in termini d’incasso, ed è, per ora, l'ultimo della serie.

Nuvole giurassiche (i fumetti)

In un franchise di grosso calibro non manca di solito una serie a fumetti. Anche Jurassic Park non fa eccezione, avendo all’attivo ben due linee, la prima edita da Topps Comics, la celebre casa produttrice anche delle figurine di Mars Attacks! che ispirarono Tim Burton, la seconda, più recentemente, dalla produttiva IDW. Topps si accaparrò i diritti a ridosso dell’uscita del primo film, andando avanti con la pubblicazione, in maniera irregolare, fino al 1997, anno d’uscita del secondo. La prima miniserie di 4 numeri, dal giugno al settembre 1993, si chiamava semplicemente Jurassic Park ed era l’adattamento della pellicola, scritto da Walter Simonson e disegnato da Gil Kane. Dave Cockrum realizzò inoltre delle copertine variant, una per ogni numero. A novembre/dicembre dello stesso anno fu la volta di Jurassic Park: Raptor, scritto da Steve Englehart e disegnato da Armando Gil, sempre quattro numeri e prima parte di una trilogia, destinata a proseguire nel 94 con Jurassic Park: Raptors Attack, degli stessi autori con l’aggiunta di Chaz Truog e Micheal Golden per le cover, e Jurassic Park: Raptors Hijack, ancora di Englehart con Neil Vokes alle matite e Golden alle copertine. Nel 1995 arriva il primo annual, scritto da Neil Barrett Jr., Michael Golden e Renée Witterstaetter e disegnato da Claude St. Aubin e Ed Murr, con copertina di Golden. L’albo contiene due storie, una un prequel del film di Spielberg e l’altra una sorta di sequel. Trattandosi ovviamente di prodotti concepiti prima della realizzazione del secondo capitolo cinematografico, seguono una continuity differente - con storie ambientate sia a Isla Nublar che a Isla Sorna - così come la serie Return to Jurassic Park, 9 numeri tra il 95 e il 96 di cui i primi quattro realizzati dall’ormai collaudata coppia Englehart/Staton e gli altri da diversi autori: Tom Bierbaum, Mary Bierbaum e Keith Giffene Dwight Jon Zimmerman ai testi, Gil ai disegni affiancato da autori acclamati come Jason Pearson, Adam Hughes, Paul Gulacy, John Byrne, Kevin Maguire, Mike Zeck, George Pérez, Paul Chadwick, e John Bolton (per una copertina dell’ultimo numero). Infine, nel ’97, viene adattato il secondo film, The Lost World: Jurassic Park, con testi di Don McGregor e disegni di Jeff Butler e St. Aubin. Ciascuna delle uscite (4 in tutto) contiene due cover, una di Simonson e una basata su fotografie.
A partire dal 2010 I diritti passano alla IDW, che con l’occasione ristampa anche i precedenti comic books di Topps in paperback. I primi cinque numeri, scritti da Bob Schreck e disegnati da Nate Van Dyke, sono stati pubblicati tra il giugno e l’ottobre 2010, con molte varianti di copertina realizzate da autori riconosciuti, tra cui, oltre a Tom Yates che si è occupato delle versioni ‘base’, Frank Miller, Arthur Adams, Paul Pope, Bernie Wrightson e Bill Stout. Tra gennaio e Aprile 2011 è la volta di Jurassic Park: The Devils in the Desert, quattro numeri scritti e illustrati dal grande John Byrne. Infine è in corso, fino a gennaio 2012, la pubblicazione di Jurassic Park: Dangerous Games, cinque numeri scritti da Greg e Erik Bear, con disegni di Jorge Jimenez e Geof Darrow.
In linea generale si può dire che i fumetti, in particolare quelli della Topps, le cui storie sono spesso narrate in prima persona dal personaggio di Alan Grant, presentano un tasso di violenza maggiore rispetto a quanto visto nelle pellicole, rifacendosi in qualche modo alle atmosfere horror dei libri di Crichton.

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Jurassic Pad (i videogiochi)

I fumetti sono naturalmente solo una piccola parte del merchandise che ha supportato la serie di film nel corso degli anni. Esistono gadget di ogni tipo, dalle magliette ai cappellini alle immancabili action figures (le prime furono prodotte nel ’93 da Kenner). Dati gli anni in cui il franchise si sviluppa, corrispondenti grossomodo a quelli in cui l’irruzione di Sony nel mondo videoludico con la sua Playstation cambia radicalmente il mercato dei giochi elettronici -che diventano, da passatempo per i frequentatori di sale giochi estive, diffusissimo fenomeno di costume- non poteva mancare una lunga lista di esperienze ludiche ‘giurassiche’ per tutte le piattaforme presenti sul mercato. Senza il crisma dell’ufficialità, certo molto devono al film di Spielberg serie videoludiche di successo come Dino Crisis, Turok - Dinosaur Hunter o Primal Rage, tanto per citarne qualcuna. Ma, spostandoci sul fronte delle licenze autorizzate, il panorama si fa davvero vasto.
Il primo gioco a veder la luce è, come si usava all’epoca, una riduzione del film, uscita per MS-DOS (il sistema operativo dei PC di quegli anni), Amiga e Commodore 64, realizzata dalla Ocean Software, casa specializzata in questo genere di operazioni. Una versione diversa uscì per Nes e SNES (conosciuti in Italia come Nintendo e Super Nintendo), ma la trama, basata sul canovaccio visto al cinema, era grossomodo la stessa, e metteva il giocatore nei panni di Alan Grant. Tutte le versioni includevano una sezione sparatutto in prima persona - genere che poi sarebbe esploso con Doom, uscito nello stesso anno - anche se ovviamente le trasposizioni per MS-DOS e Amiga, macchine decisamente più potenti delle altre, erano più avanzate e graficamente dettagliate. Sempre di supporto al film, si ricorda una versione del gioco per Sega CD, totalmente diversa dalle altre e basata su uno schema di gioco ‘punta e clicca’, incentrato sul ragionamento e non sull’azione anche se, a vivacizzare l’esperienza, c’era comunque il limite di tempo di 12 ore in cui l’avventura andava necessariamente risolta. Questo gioco si differenzia anche per la storia, che si sviluppa dopo gli eventi del libro e del film.
Ma negli anni ’90, ricordiamolo, le sale giochi sono ancora piuttosto diffuse, e dunque ecco comparire nel 1994 un arcade realizzato da Sega del genere ‘sparatutto su rotaie’. Come nel classico guerresco Operation Wolf, due giocatori, a bordo di un cabinato che ricordava da vicino il sedile della jeep elettrica vista nel film, potevano impugnare un mitra e sparare a tutti i dinosauri che si muovevano su schermo. Al tempo, dati i limiti di potenza di calcolo delle macchine, i movimenti per questo genere di giochi erano fissi, e lo schermo scorreva da solo decidendo in autonomia il percorso del giocatore, che vedeva tutto in soggettiva. Da qui il termine ‘su rotaie’, perché la sensazione era proprio quella di trovarsi su un trenino e vedersi scorrere davanti il paesaggio. In questo caso, l’abbinamento con il cabinato-jeep è da lodare come azzeccata opera d’ingegno e punto a favore di una resa realistica, dato che nel film la macchina si muoveva proprio su dei binari seguendo nel parco un percorso prestabilito. Un sequel basato sullo stesso concetto sarà realizzato nel ’97 con l’uscita del capitolo 2 al cinema, da cui mutua il titolo The Lost World: Jurassic Park.
Gli avventori delle sale giochi nel 1994 si sono inoltre potuti deliziare con un flipper dedicato al film e realizzato dalla specialista Data East. Dello stesso anno è Jurassic Park: Interactive per il 3DO della Panasonic, realizzato dalla stessa Universal. Fondamentalmente un gioco strategico, l’unico del franchise, strutturato in maniera molto semplice. Attraverso un’interfaccia si poteva navigare per l’Isola con l’aiuto di una mappa e avere accesso a cinque minigiochi, programmati, nella finzione, dal tecnico del parco Dennis Nedry.
Nel novembre del ’94, è la volta di quello che potremmo definire un sequel ‘apocrifo’, Jurassic Park 2: The Chaos Continues, ancora programmato dalla Ocean per SNES, solo vagamente ispirato al romanzo The Lost World, che avrà invece nel 1997 la sua versione cinematografica e videoludica ufficiale. Sega Saturn e Sony Playstation si contendono il titolo di piattaforma più venduta (non c’è bisogno di specificare chi lo vincerà) ed entrambi si accaparrano i diritti per il gioco sviluppato da DreamWorks Interactive. Si tratta di un action in 3D, dove ai tempi, per 3D, non si intendeva la stereoscopia, come oggi, ma la grafica poligonale - quella con cui oggi si realizzano la maggior parte dei videogiochi - che si andava via via sempre più affermando proprio grazie all’irruzione sul mercato delle nuove, potenti piattaforme. Un’edizione speciale del medesimo gioco arriverà l’anno successivo, solo per Playstation (un segnale della superiorità in termini di vendite della macchina Sony) con l’aggiunta di notevoli modifiche al gameplay. Parallelamente, una versione ‘ridotta e tascabile’ viene prodotta per il Game Boy, portatile di casa Nintendo allora molto in voga. Se ne occupa la THQ, mentre un’altra versione ‘da asporto’, sviluppata da Sega per il Game Gear, è di fatto l’ultimo gioco commercializzato in Nord America per quella console, ormai sul viale del tramonto. Il marchio The Lost World fa inoltre la sua comparsa su un cabinato da sala, come abbiamo visto, e su un altro flipper, sempre di Data East.
Jurassic Park: Trespasser, uscito per Windows nel ’99, propone una trama autonoma, sebbene legata in qualche modo ai film. Dopo il successo di Tomb Raider e della sua celeberrima protagonista Lara Croft, cresce la popolarità in ambito videoludico delle protagoniste femminili. Il giocatore interpreta dunque qui Anne, unica sopravvissuta di un disastro aereo nel sito B di Isla Sorna, circa un anno dopo gli eventi del secondo film. Con un braccio rotto, Anne deve fuggire dall’isola fronteggiando un’orda di dinosauri affamati, usando soprattutto l’ingegno. Nello stesso anno esce per Playstation Warpath: Jurassic Park, cruento picchiaduro a incontri tra varie specie di dinosauri. Una bizzarra variante del classico Street Fighter in cui i protagonisti possono recuperare energia inghiottendo voracemente umani e cani di passaggio, oltre a prodursi in improbabili salti in alto e prese più tipiche dei lottatori di arti marziali che di lucertoloni preistorici.
L’ondata successiva, come prevedibile, arriva con il rilascio al cinema, nel 2001, di Jurassic Park III. Un ennesimo sparatutto da sala (stavolta senza jeep), sviluppato da Konami, fa da apripista, seguito a ruota da Jurassic Park III: Dino Defender e Jurassic Park III: Danger Zone per PC, entrambi di Knowledge Adventure, il primo un platform a scorrimento, il secondo una specie di board game. In entrambi i casi il giocatore interpretava un addetto in armatura incaricato di catturare alcuni dinosauri fuggiti dai recinti. Per Gameboy Advance abbiamo poi Jurassic Park III: The DNA Factor, un puzzle game a scorrimento sviluppato da KCE Hawaii e distribuito da Konami, in cui i giocatori potevano scegliere se interpretare la pilota Lori Torres o il fotografo Mark Hanson alla ricerca di 12 capsule di DNA di dinosauro disperse per Isla Sorna. Alla fine di ogni livello, bisognava usare il DNA raccolto in un breve puzzle, per creare altri dinosauri. Nel finale, il protagonista sopravvissuto fuggiva a bordo di un velivolo, domandandosi se davvero ci possa essere posto per i dinosauri nel mondo moderno.
Sempre per Gameboy Advance Konami produce Jurassic Park III: Park Builder e Jurassic Park III: Island Attack (conosciuto come Jurassic Park III: Advance Action in Giappone e come Jurassic Park III: Dino Attack in Europa). Il primo assume le coordinate del gioco manageriale, mettendo in mano all’utente la possibilità di costruire la propria versione del parco, come succederà anche in Jurassic Park: Operation Genesis per Playstation 2. Il secondo vede invece protagonista il Dr. Grant ed è, a quanto risulta, l’unica licenza relativa a Jurassic Park III che segue direttamente le vicende del film. E’ scomparso invece nel nulla, per problemi di budget, l’annunciato Jurassic Park: Survival. Recentissima (2010) la produzione di un action per telefoni cellulari intitolato Jurassic Park: the mobile game, dove si interpretano sia Grant che Malcolm alternando esplorazione, azione e infiltrazione, mentre proprio in questi giorni, in concomitanza con l’uscita del cofanetto Blu-Ray, Telltale rilascia Jurassic Park: The Game, per PC, Playstation 3, Xbox 360, Wii e Ipad2 (praticamente ogni piattaforma esistente, anche se alcune versioni hanno subito dei ritardi che ne hanno fatto slittare l’uscita all’ultimo minuto). Il gioco, come da tradizione Telltale, è diviso in episodi - quattro in tutto - scaricabili periodicamente online. Al contrario di altri brand della stessa casa, come il recente Back to the Future o Tales of Monkey Island, sequel di un classico LucasArts, Jurassic Park non si muove nei ranghi dell’avventura ‘punta e clicca’ preferendo piuttosto il modello ‘visual novel’ già visto in Heavy Rain per Playstation 3. L’interattività, insomma, è piuttosto limitata, e il giocatore interviene soltanto premendo tempestivamente una serie di pulsanti indicati su schermo, in modo da far avanzare l’azione. Uno schema di gioco - comunemente chiamato ‘Quick time Event’ - mutuato dai lasergame degli anni ’80 come Dragon’s Lair o Space Ace, per quanto riproposto in maniera leggermente più evoluta. Sbagliare una delle sequenze non sempre porterà alla morte, anzi spesso il tutto si concretizzerà in una nuova animazione o in una differente combinazione di tasti da premere nell'immediato: a seconda dell’abilità, poi, si viene ricompensati con delle medaglie d'oro, d'argento o di bronzo. E' inoltre presente un minigioco, nel quale si deve mantenere, all'interno di una sorta di radar, una pallina verde entro la zona d'influenza di un'altra sfera per qualche secondo.
Niente di eclatante, insomma, più simile a uno scacciapensieri che a un videogioco vero e proprio ma, se non altro, la licenza ha un merito. Tirando in ballo una serie di nuove situazioni e personaggi, la storia tenta di dare una risposta alla dannata domanda che ha perseguitato i fan della serie per anni, fin dall’uscita del primo film: che diavolo di fine ha fatto la lattina con geni di dinosauro dispersa da Nedry nella foresta?

Rapide attrazioni

Prima di concludere, è doveroso un breve accenno alla presenza del brand Jurassic Park nei parchi dei divertimenti di tutto il mondo, se non altro per la curiosità di vedere come è stato risolto il problema di costruire un’attrazione basata su...un’altra attrazione, nella realtà (ancora) impossibile da realizzare. Agli Universal Studios di Hollywood, come prevedibile, ne viene subito installata una, mentre il film è ancora in fase di produzione. Chiamata semplicemente Jurassic Park: the ride, è fondamentalmente una montagna russa con giochi d’acqua e qualche animatronico dinosauro messo lì a far colore. Meno ‘attrazione’ del film, insomma. Dei duplicati sono stati poi costruiti all’Island of Adventure di Orlando, in Florida, e agli Universal Studios Japan di Osaka. Con leggere modifiche nel nome e nel concept, il baraccone approda nella versione del parco di Singapore, nel 2010, e presto la si potrà provare anche a Dubai.

Conclusioni

Volendo trarre qualche metacinematografico spunto di riflessione sul nostro cammino nel mondo di Jurassic Park, non possiamo non notare il suo andamento circolare. Proprio come avverrebbe in un parco dei divertimenti, siamo partiti da un punto e, seguendo un percorso prestabilito, che ci ha mostrato eventi sempre più intensi e spettacolari, a quel punto siamo tornati, prima dei saluti con un cordiale ‘Arrivederci!’ e l’obbligato passaggio al negozio di Souvenir.
Nel ’93 uscivamo dai cinema strabiliati da quanto visto e ci chiedevamo dove fosse finita una boccetta di DNA. Oggi, quelli di noi che hanno tempo di accendere il PC per giocare, inseguono ancora quella dannata boccetta. Insomma, fermo restando gli indiscutibili e grandissimi successi in termini economici, non si può certo parlare di franchise in evoluzione. Non ci sono stati mai grossi scossoni, grossi adattamenti, grosse svolte o mutazioni all’interno del complesso narrativo della serie. L’unico passaggio che abbiamo notato, degno di una certa rilevanza, risale ai suoi albori, alla sua ‘preistoria’, diremmo, nel passaggio dal violento libro di Crichton al film per famiglie di Spielberg.
Dopo, la formula è rimasta la medesima - dinosauri feroci danno la caccia a uomini sprovveduti, in ambiente ostile - magari potenziata, gonfiata, moltiplicata, ma in definitiva sempre uguale a sé stessa. Come un clone. O il clone di un clone. O il clone di un clone di un clone. Il movimento circolare che abbiamo immaginato è concettualmente opposto a quello ‘verticale’ che intuitivamente ci fa pensare al concetto di ‘evoluzione’. E una domanda, mutuata dalla bioetica, potremmo applicarla anche al campo della produzione cinematografica. Quanto, in che termini, e fino a che punto può evolversi un clone? Il franchise di Jurassic Park ha ancora un futuro o, dopo il deludente terzo episodio è, come i suoi protagonisti, inesorabilmente destinato all’estinzione? Da tempo si vocifera della realizzazione di un nuovo capitolo. Nel 2009 il progetto del quarto film sembrava essere stato definitivamente abbandonato, ma verso gennaio 2010 il regista Johnston ha dichiarato che il film si farà e sarà l'ultimo della saga, mentre altre voci vorrebbero il grande ritorno dietro la macchina da presa di Spielberg in persona, forse con un tentativo di ‘reboot’. Magari stavolta, invece dell’ennesimo clone, ci troveremo di fronte una vera, nuova forma di vita.

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