Speciale Harry Potter e i Doni della Morte pt.2

La fine di un'era è ormai vicina.

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In queste ultime settimane c'è una domanda che sembra opprimere particolarmente la sottoscritta, come qualche altro addetto al settore: si può essere giornalisti e fan di uno stesso fenomeno? Inutile specificare l'argomento dal quale questo dubbio si è accesso, visto che se siete arrivati su questa pagina sapete già di cosa si stia parlando. Spesso, e a ragione, si crede che un giornalista debba essere perpetuamente imparziale, austero e al di fuori di qualsiasi spasmo emotivo verso l'argomento che sta trattando, per mantenere un'obiettività sempre vigile e necessaria. Eppure quando ci si trova davanti a qualcosa di così socialmente appariscente come la saga di Harry Potter è davvero difficile non farsi trasportare dal fenomeno e diventare parte integrante dello stesso, soprattutto quando, prima di muovere i propri passi nel mondo dell'editoria, si è stati arditi lettori delle avventure del piccolo Harry e sognatori di un mondo irreale ma presumibilmente possibile. Piuttosto che scinderci e dover dare un giudizio su se sia giusto o meno essere fan del mondo creato da J.K. Rowling, noi abbiamo deciso di analizzarlo da più punti di vista. Se sabato avete potuto leggere in anteprima italiana la nostra recensione emozionale e sentita sull'ultimo capitolo cinematografico della saga e presto potrete provare a dare uno sguardo sugli aspetti più critici e polemici dello stesso, oggi proviamo a posizionarci un po' nel limbo, ripercorrendo tutto quello che Harry Potter è stato per molti di noi, a partire dal momento in cui una lettera sigillata con la cera lacca è apparsa nelle nostre camere.

10 lunghissimi anni

Sono una fan di Harry Potter e ammetterlo, soprattutto sul posto di lavoro, a volte mi fa sentire un po' come a una riunione degli alcolisti anonimi, solo che qui ci si è scolati migliaia di pagine scritte con fluente maestria... ma alle fine dei conti, la mattina dopo, i risultati non sono poi così diversi. Guardandosi allo specchio ci si ritrovava sempre con le occhiaie e il mal di testa per aver dormito poco e con la voglia di staccarsi immediatamente dal mondo reale e tornare in possesso della propria momentanea droga. Il bello è che a queste immaginarie riunioni siamo davvero, davvero in tanti: le quattrocentottanta milioni di copie in tutto il mondo e le sessantaquattro lingue in cui è stato tradotto vorranno pur significare qualcosa, no? Per iniziare questo viaggio a ritroso voglio dare spazio a qualcuno che ha partecipato a queste oniriche riunioni proprio come tutti noi e che, allo stesso modo, si ritrova a dover dire addio, in un programmato improvviso, a un pezzo della propria vita. Lasciare spazio appunto a chi, senza dilemmi etici, può essere solo fan.

"Un giorno di esattamente dieci anni fa sono entrata in un piccolo cinema di periferia, trascinata da un'amica a vedere Harry Potter e la pietra filosofale, completamente ignara di ciò che mi sarebbe successo. Avevo sedici anni... ora ne ho ventisei, eppure sono qui davanti a un computer, commossa mentre seguo l'ultima premiere londinese. L'ultima. È una sensazione stranissima, come salutare qualcuno che mi ha tenuto compagnia per tutta la mia adolescenza che se ne va dopo tanti anni. Perché così è stato e per molte persone. Parlo soprattutto dei libri, nati dalla fantasia dell'ormai ricchissima J.K. Rowling. Chissà cosa pensava mentre, seduta in un pub, creava quello che poi sarebbe diventato un fenomeno letterario e cinematografico mondiale. Ma credo non sia solo questo o almeno non lo è mai stato per me. Quando una storia riesce a emozionarti e appassionarti in questo modo, facendoti sognare e commuovere, tenendoti incollato alle pagine anche fino a notte fonda, magari con la luce accesa sotto le coperte perché il giorno dopo c'è scuola, non può essere considerato un semplice fenomeno. Questi ultimi sono passeggeri, si dimenticano prima o poi. Per questo voglio concludere, riprendendo le parole che la stessa autrice ha rilasciato al termine del suo discorso finale ai fan: ‘The stories we love best do live in us forever. So whether you come back by the pafe or by the big screen, Hogwarts will always be there to welcome you home'. Grazie J.K per tutta la magia che mi hai regalato in questi anni, di cuore"
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Fan della saga, appassionata di cinema, lettrice di fantasy... che cosa distingue Donata Bellan, autrice di questo passaggio, da ognuno di noi? È facile riconoscersi nelle sue parole, ricordando quei tomi così pesanti da reggere alle due di notte al buio, da nascondere nello zaino e tirare fuori durante le lezioni, impossibili da abbandonare sul comodino prima della parola fine. Sensazioni che hanno accompagnato ognuno di noi per almeno dieci anni: dal 1998, anno di pubblicazione del primo libro in Italia (l'anno precedente era invece uscito nel Regno Unito), al 2008 se ci si vuole soffermare solo all'aspetto letterario, dal 2001 a questo 2011 se invece si vuole rimanere circoscritti in quello cinematografico. In ogni caso si tratta di un terzo della vita di milioni di ex bambini e adolescenti che sono cresciuti tendendo la mano verso un amico di carta e inchiostro, luce e celluloide, a cui è davvero difficile, se non impossibile, dire addio.

Il segreto del successo

In qualsiasi modo la pensiate, che voi siate degli appassionati o meno della saga, Harry Potter è innegabilmente uno dei fenomeni letterari e cinematografici più ampi degli ultimi anni, uno dei pochi in grado di riunire sotto lo stesso vessillo diverse generazioni, ammaliandole come pochi prima di lui erano riusciti a fare. Generalmente collocato nel genere fantasy, Harry Potter si distacca da questo, soprattutto nella sua accezione più classica, per diversi aspetti, ricalcando contemporaneamente i passi dei più istruttivi romanzi di formazione. Un concetto che può suonare un po' strano associato a una storia ricca di magie e sotterfugi, draghi, gufi e scope volanti, eppure mai così vero. I sette libri ripercorrono, com'è noto, i sette anni scolastici di vita del piccolo Harry, improvvisamente portato via dalla sua triste normalità per fare il suo ingresso in una dimensione stregata. Ma contrariamente a quanto spesso accade nei fantasy (esempi lampanti sono Le Cronache di Narnia, Il Signore degli Anelli o Dragonlance), la storia non è ambientata in un mondo parallelo o completamente diverso dal nostro, in cui il tempo sembra essersi fermato all'antichità o essere fuggito oltre le rotte stellari. Il suo mondo è il nostro, reale come il nostro, con continui riferimenti tangibili e contemporanei: tutto si svolge tra il 1981 e il 2016, periodo in cui il mondo magico convive con quello delle persone comuni, i Babbani, ma che da esso si nasconde fin dal 1600 a causa di ragionevoli decreti per le restrizioni magiche. Nulla di più fantastico per un bambino che si avvicina per la prima volta alla lettura di questa avventura: tutto è possibile, verosimile, fantasticamente reale. Perché mai tutto quello che la Rowling scrive dovrebbe non esistere? Tanto più che nelle sue pagine si trovano continui riferimenti alla mitologia greca e a quella celtica, all'alchimia e a tutti gli stereotipi legati alla concezione magica dell'uomo, tutti simboli e numerologia (non a caso la saga è composta da sette libri, un numero ritenuto magico da moltissime leggende!).
Usciti a una distanza di un anno, a volte poco più, l'uno dall'altro, questi libri si riservano anche la peculiarità di crescere di pari passo con il proprio lettore, accompagnandolo emotivamente nel passaggio dall'infanzia all'età adulta, passando per un'adolescenza che diventa via via più oscura e pericolosa. Harry, Ron ed Hermione, pur vivendo in un mondo magico e costretti ad affrontare problemi invisibili a noi (presunti) Babbani, diventano adulti esattamente come tutti gli altri, attraversando i classici problemi di abbandono, insicurezza, ribellione all'autorità. Sarà anche per questo che è così facile affezionarsi a loro e inserirli nella più normale, anche se immaginaria, cerchia degli amici.
Ma al di là di ogni aspetto sociale e psicologico, il successo della saga è sicuramente da rintracciarsi nello stile di scrittura, ormai tipico, di J.K. Rowling, così lineare e fluido pur rimanendo fruibile su più livelli. L'autrice dissemina per tutta la sua opera una serie infinita di regole appositamente create per rendere più logico l'iter della trama e per affidare al lettore tutti gli strumenti di comprensione e risoluzione del susseguirsi degli eventi... eppure, nonostante proprio grazie a questo tutti gli enigmi siano potenzialmente risolvibili, tutto rimane imprevedibile e ricco di colpi di scena, aggirando tutte queste regole e costringendo il lettore a rimanere con il fiato sospeso fino alla risoluzione finale.

Una magia in carne e ossa

Ecco spiegato come Harry Potter è diventato così fortemente parte di noi, portando la gente a comportamenti che spaziano dall'isteria di massa alla pura e semplice affezione empatica, che non trova differenze di sesso, razza, religione o madrelingua. Non è un tipo semplice Harry, con tutta quella fama da gestire e mille pericoli che sembrano scegliere sempre e prepotentemente solo lui, ma con il tempo non si può fare a meno di volergli bene. La sua fama, però, non sarebbe stata così capillare senza i suoi adattamenti cinematografici. Comprati i diritti di sfruttamento nel 1999, Warner Bros ha iniziato a distribuirne la saga a partire dal 2001, aumentando così a dismisura la fama del maghetto. Per molti il fenomeno è iniziato proprio in questo anno in cui, spinti un po' dalla curiosità un po' da amici più informati in materia, ci si è trovati tutti a bocca aperta davanti alla luminosità stregata del castello di Hogwarts, alle sue scale insofferenti e sempre in movimento, improvvisamente desiderosi di ricevere una lettera, che forse un po' ritardataria, siamo convinti possa ancora arrivare. È stato Chris Columbus a tenere per la prima volta tra le mani i fili dorati, ed estremamente redditizi, di questa illusione scenica, delineandone gli aspetti visivi principali, così radicati ora nella nostra memoria. Suoi i primi due adattamenti (Harry Potter e la pietra filosofale, Harry Potter e la camera dei segreti): i più semplici se visti dal punto di vista dello script, tutto didascalie e presentazione degli ambienti, un riversare su pellicola di libri non più lunghi di trecento pagine; ma generalmente complessi, perché affidatari del potere della creazione di un mondo quasi da zero. Non deve essere stato per niente facile sentirti addosso la responsabilità di dover scegliere i volti, ormai eterni, dei protagonisti, l'illuminazione dei più amati ambienti, i fondamentali particolari di ogni ambiente, corridoio, inflessione vocale. Per Columbus deve essere stato un po' come giocare a fare Dio, pur non essendo consapevole delle conseguenze che le sue scelte avrebbero avuto in seguito, in un futuro in cui Daniel Radcliffe, Emma Watson e Rupert Grint sono delle celebrità e in cui tutto ciò che è legato ai film è diventato oggetto del più sfrenato collezionismo. I successivi due film (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, Harry Potter e il calice di fuoco) vedono un susseguirsi di registi dietro la macchina da presa, prima Alfonsuo Cuaron e poi Mike Newell, e l'ingresso in scena di altri importantissimi personaggi, come il perfetto Lord Voldemort di Ralph Fiennes e l'amato Sirius Black di Gary Oldman. I principali tasselli del puzzle sono ormai quasi tutti in gioco quando nel 2007 subentra alla regia David Yates, destinato a portare la saga fino alla sua epica conclusione. Difficile esprimersi su quale sia tra questi il film più riuscito della serie: così come i libri ai quali devono tutti i loro natali, si tratta di progetti che crescono progressivamente di dimensioni, divenendo sempre più complessi, oscuri e articolati. Maturano al fianco dei propri personaggi e pretendono un'attenzione sempre maggiore ai particolari e alle ambientazioni, che da sempre ne delineano il carattere predominante. Difficile trasportare sul grande schermo dei tomi letterari che si fanno via via più possenti tanto che, nonostante la supervisione della stessa J.K. Rowling, i film di Harry Potter sono spesso stati vittima di critiche feroci alla sceneggiatura (affidata quasi in toto a Steven Kloves, tranne che per Harry Potter e l'Ordine della Fenice, in cui ha fatto la sua breve apparizione Michael Goldenberg), giudicata frammentaria e carente di quelle evoluzioni che rendono la trama dei libri pericolosamente affascinante. Non sono pochi quelli che sostengono che, senza aver letto i libri prima, i film appaiano quasi incomprensibili, un ammasso di notizie non meglio connesse tra loro. Eppure tutto ciò non ha fermato la loro scalata al successo: i risultati del box office combinati insieme per i sette film di Harry Potter (impossibile al momento aggiungere i dati dell'ultimo non ancora arrivato in sala), parlano di un valore che supera i 6,35 miliardi di dollari, sorpassando quindi saghe eterne come quella di Star Wars o James Bond.

Harry Potter e i doni della morte - Parte II Libri, film, videogiochi, persino un parco a tema costruito per rievocare tutta la magia della storia... fino ad arrivare a Pottermore, il nuovo progetto legato alla saga che aprirà ai fan le porte più nascoste della storia a partire dal prossimo autunno. Rimanere del tutto estranei al fenomeno Harry Potter è quantomeno impossibile. Dopo tutto quello che ha cambiato in questi anni nel modo di concepire il fantasy e la letteratura per ragazzi, ci si sente un po’ meno stupidi quando, con gli occhi un po’ gonfi di lacrime e un magone indescrivibilmente sempre presente, ci si avvicina all’entrata della sala cinematografica che, con profetica saggezza, ci ricorda che tutto sta per finire. Si tratta di cimentarsi con la chiusura di un libro dalla copertina ormai troppo pesante, ricca di ricordi e sulla quale sono incisi più di dieci anni della nostra vita. Forse alcuni di noi non scopriranno mai se le proprie origini sono magiche o babbane, e a molti la cosa non importerà nemmeno, ma per tutti gli ex adolescenti ormai cresciuti, per quelli che la stanno ancora vivendo e per quelli che di crescere non ne vogliono proprio sapere, Harry Potter, in tutte le sue forme mediatiche, rimane un pezzo fondamentale della propria crescita e come tale sarà sempre con noi. Ritornando alla domanda originale, quella che ha dato origine a questo lungo passo indietro nel tempo, la mia personalissima risposta è che si, si può essere fan di Harry Potter e allo stesso tempo giornalista che ne segue le evoluzioni, se non altro perchè, quando si tratta di fenomeni di tali dimensioni, non si deve mai dimenticare che il loro successo deriva proprio da chi fan lo è diventato conoscendone, apprezzandone e spesso criticandone le evoluzioni.

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