Harry Potter e il Calice di Fuoco: tra mito e film di formazione

Quindici anni fa usciva Harry Potter e il Calice di Fuoco, che univa film di formazione con la dimensione del mito e della fiaba oscura.

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Era il 2005 quando i fan di Harry Potter tornavano nelle sale, pronti a gustarsi Harry Potter e il Calice di Fuoco, parte di una saga che ancora oggi è vivissima nella memoria e rappresenta qualcosa di unico e inestimabile per la generazione millennial.
Diretto da Mike Newell, costruito attorno a una sceneggiatura creata da Steve Kloves, questo quarto capitolo è ancora oggi uno dei più amati dai fan del giovane mago, di sicuro anche quello in cui fu possibile più del solito unire la dimensione più "leggera", il film di formazione, con elementi che invece affondavano le radici nella mitologia.
L'insieme era legato alla rappresentazione del passaggio dall'adolescenza all'età adulta, o se non altro a un'età di maggior consapevolezza di se stessi e del mondo circostante.

Tra magia e un difficile passaggio d'età

Il film, per ben 157 minuti, verteva quasi completamente sul leggendario Torneo Tremaghi, una competizione che prevedeva il superamento di tre pericolose prove di abilità, riservato però solo ai ragazzi di età superiore ai 17 anni.
Tale Torneo vedeva la partecipazione di altre due scuole di magia, la testosteronica Durmstrang e la ben più aggraziata e femminile Beauxbatons, a formare una sorta di triangolare internazionale.
Partecipare al Torneo diventa il sogno di tantissimi membri della Scuola, che provano ad aggirare le regole senza successo, tuttavia alla fin fine, per qualche misterioso motivo, Harry Potter verrà designato come quarto concorrente.
Un evento che durante il film verrà chiarito come orchestrato da Voldemort e dai suoi seguaci, ma non prima di aver visto il nostro protagonista alle prese non solo con prove difficili e mortali, ma anche con i primi turbamenti sentimentali, con insicurezze e desideri tipici di quell'età in cui la dimensione sessuale diventa quasi incontrollabile.
Il tutto però sempre connesso a lui, al Signore Oscuro, che perseguita anche nei sogni Harry, fino ad arrivare vicino, come mai prima di allora, a ucciderlo.

La smania di diventare adulti

Avventura davvero meravigliosa quella di questo quarto capitolo, proprio per l'aver saputo connettere la trama a tanti elementi, collegando una dimensione privata realistica a quella immaginifica in modo efficace, sposando un iter narrativo in cui emergevano anche legami al mito, alla fiaba, al concetto di ritualità, al passaggio d'età.
Harry Potter, Ron ed Hermione non hanno ancora compiuto la maggiore età, ma smaniano di crescere, di poter entrare nel mondo degli adulti, sicuri (nelle loro menti) di non dover più sottostare alle leggi e regolamenti che ormai sono limitazioni insormontabili e senza senso.
I gemelli Weasley ci provano ad aggirare la regola degli "over 17" del Calice di Fuoco ma senza successo, solo per scoprire che Harry Potter, per qualche assurdo e sconosciuto motivo, è stato invece scelto.

Quello a cui assistiamo, il Torneo Tremaghi, non è un Torneo e basta. In esso, i giovani più meritevoli e dotati sono chiamati a confrontarsi per la gloria della loro casata, per il loro nome.
Si tratta di qualcosa che affonda le radici nella storia antica, che dall'Isola di Pasqua alla Grecia delle polis ha sempre visto in competizioni sportive un rituale mediante il quale selezionare il più forte, i futuri leader, riconciliarsi con gli Dei e la natura, difendere l'onore della propria gente: accettare la sfida, superare sé stessi, è la base della vita.

Crescere vuol dire anche affrontare il dolore

Il film rappresenta, in tutto e per tutto, una metafora della "Generazione Erasmus", con la sua multiculturalità (anche sentimentale), le diverse nazioni, usi e costumi che si incrociano.
Ma il film è il racconto del diventare uomini, del confrontarsi con paure, drammi, la morte, i cattivi esempi e i cattivi mentori, rappresentati dal "falso" Alastor Moody, che precede la rinascita in forma corporea di Lord Voldemort.

In quello scontro finale tra Harry e Voldermort si uniscono la dimensione della sfida, della paura e dell'orrore propria dei miti e delle fiabe antiche, così come il concetto di senso di colpa: Harry si sente colpevole per la morte di Cedric, il suo avversario in campo sentimentale, ma un ragazzo di cui aveva stima e rispetto, un rivale ma mai un nemico.
E quante volte, tra Omero e Shakespeare, abbiamo assistito a momenti in cui il rimpianto e il dolore per aver perduto un compagno servivano al protagonista a guardare con occhi nuovi la vita e il suo significato?

Un Torneo connesso al mito e alla dimensione dell'eroe

Le sfide proposte ai concorrenti sono veramente terribili e difficili. Sconfiggere un drago, salvare un amico in pericolo, districarsi attraverso un labirinto... tutto questo è connesso alla mitologia, alle fiabe.
Da Perseo a Sigfrido, da Teseo a Indra, fin dai tempi antichi l'uomo ha creato eroi chiamati a confrontarsi con pericoli e sfide molto diversi tra loro, in cui venivano messe alla prova le qualità che si supponeva un eroe (e un leader) dovesse avere.
Harry Potter deve sconfiggere un drago, che rappresenta da sempre la parte irrazionale, selvaggia e terrificante della natura, nella sua accezione più possente, terribile, connessa alla collera divina.
Harry dovrà anche salvare un compagno, immergendosi in un lago infestato da creature marine, il che simbolicamente rappresenta andare contro l'ignoto, così come essere altruisti. Per riuscirci Harry deve usare astuzia e intelletto, visto che i muscoli da soli non bastano. In quanti racconti mitologici o fiabe il cervello vince sulla mera forza?
Infine il giovane aspirante mago dovrà addentrarsi in un labirinto, in cui i veri nemici sono le nostre paure, i nostri dubbi, quel qualcosa che teniamo nascosto nel cuore, che ci terrorizza.
Diventare adulti (o essere eroi) in fondo significa anche questo: dominare la propria paura, governare la propria mente, perché per essere punto di riferimento bisogna eccellere in ogni aspetto.

Un film dal forte simbolismo sessuale

Harry Potter e il Calice di Fuoco, allo stesso tempo, si collega anche alla rappresentazione di un altro passaggio fondamentale dall'adolescenza all'età adulta: quello sessuale.
Perdere la verginità in molte culture andava oltre il fatto personale: unirsi significava diventare adulti, parte decisionale del proprio gruppo, era connesso spesso a funzioni rituali collettive, in cui la forza generatrice e riproduttiva era marchiata dalla religiosità.
Il film di Mike Newell è quindi un lungo rito di iniziazione, in cui ognuno, per il tanto atteso Ballo del Ceppo, cerca un partner, il che sicuramente fa virare il tutto verso la più classica delle teen comedy americane, con il "ballo di fine anno", che da sempre è sinonimo della prima esperienza sessuale.
In tutto questo, Harry e Ron rappresentano la versione più realistica di questo "mito": entrambi si ritrovano a vivere un ballo deprimente, assieme a due ragazze scelte come ripiego e nulla di più.
Ron scopre che il suo idolo sportivo Krum è accompagnato da Hermione, verso la quale coltiva un sentimento espresso in modo maldestro, goffo, che sovente scivola in gaffe esecrabili.
Harry invece, innamorato di Cho Chang, scopre di avere un rivale: Cedric Diggory. Cedric è più vecchio, più bello, più popolare di Harry tra le ragazze, che per di più non può neppure averlo troppo in antipatia visto che è leale e corretto. Perché in fondo, crescere vuol dire anche fare i conti con la parte più contrastante della nostra anima.

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