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Good Time e Diamanti Grezzi, il cinema sporco dei fratelli Safdie

Un cinema composto da mitragliate di parole, con un senso della tensione assoluto e un lavoro cinematografico splendido e praticamente impeccabile.

speciale Good Time e Diamanti Grezzi, il cinema sporco dei fratelli Safdie
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In una stagione dei premi ricca di grandi autori e ottimi titoli, un ruolo importante lo hanno avuto anche i fratelli Safdie con il loro incredibile Diamanti Grezzi. Eccetto ai cinefili più attenti, curiosi e preparati, fino al 2018 i due filmmaker non erano molto conosciuti dal grande pubblico, esposizione che è cominciata fra l'altro in modo contenuto già dal 2014, quando erano impegnati nella regia del loro primo lungometraggio, Heaven Knows What, tratto dal romanzo Mad Love in New York City di Arielle Holmes. Una carriera, quella di Josh e Benny Safdie, iniziata in realtà nel 2002 e sospinta verso l'alto da anni di esperienza maturata in una decina di cortometraggi, gli stessi che hanno plasmato di anno in anno un certo gusto per una formalità omogenea nello stile e nel linguaggio, che guarda in particolar modo alla strada, alle anime e agli ambienti (e ambiti) che la compongono.

In un crescendo cinematografico di ragguardevole potenza visiva e persino sensoriale, i fratelli Safdie hanno cominciato infine a imporsi con plauso e fermezza nei circuiti indipendenti grazie allo splendido Good Time del 2017, raggiungendo finalmente le vette più importanti del piccolo ma grande universo del cinema indie, vinte e conquistate definitivamente con il già citato Diamanti Grezzi, riconosciuto con tre premi (regia, attore e montaggio) agli Indipendent Spirit Awards 2020. E quella dei Safdie è una scalata artistica legata a doppia corda a una cifra autoriale estremamente riconoscibile, con un idioma stilistico di grande spessore e caratura qualitativa, applaudito anche dai più navigati, da Daniel Day Lewis e Paul Thomas Anderson. Lo stesso che vogliamo oggi provare ad analizzare brevemente in questo speciale dedicato.

I freak del nuovo millennio

La prima cosa importante da sapere sui fratelli Safdie è che vivono e sperimentano il cinema sin dall'infanzia, quando girovagavano per le strade di New York e del diamond district con in mano una Super 8 e tanta voglia di divertirsi. Seconda cosa è che hanno nel sangue una naturale propensione per un'adeguata ricerca dell'impalcatura dell'immagine, essendo pronipoti del famoso architetto israeliano Moshe Safdie e avendo anche studiato in modo approfondito la settima arte all'Università di Boston. Il cinema è una vera e propria vocazione, la costruzione di un racconto visivo d'impatto, la vicinanza a strutture sociali e culturali a loro più consone e da loro più conosciute. È come se in ogni cortometraggio e lungometraggio, Josh e Benny Safdie volessero raccontarci senza presunzione piccoli sprazzi di vita di fragili personalità, praticamente sconfitte o condannate da chi o cosa li circonda ma anche da vizi e attitudini sbagliate.
In Heaven Knows What si parla di tossicodipendenza e malattia mentale, in Good Time di abusi, autismo e piccola criminalità, in Diamanti Grezzi di ludopatia e auto-determinazione negativa. I punti di contatto sono molteplici, comunque: la presenza di solidi legami intimi o familiari costantemente traditi, la cornice di New York, la cinematografia che "inacidisce" la fotografia per estrapolare dal contesto urbano la frenesia e l'esagitazione di vite al limite, sempre in bilico tra tensione e pericolo.

Sono freak del nuovo millennio, se vogliamo: nati sbagliati soprattutto dentro e scartati dalla società perbenista, cresciuti fallibili, deboli o con il mito della bella vita a tutti i costi. Sono spesso egoisti finché tentano di non esserlo più, abbracciando dei principi che in qualche modo hanno sempre disatteso per raggiungere piccole e sporche vittorie che non cambiano comunque il grande quadro generale delle loro storie, a volte triste, altre squallido.

I due cineasti riescono comunque a prendere tutto questo dramma e questa sincera lettura critica ma amorevole di personaggi tanto distrutti e complessi per inserirli all'interno di sistemi di genere thriller e neo-noir. Grazie a questi, articolano in modo efficace un forte sentimento cinematografico sfruttando anche la pellicola in 35 mm, che dà un senso di rarefazione e concretezza differente rispetto alla freddezza del digitale.

Si avverte meglio la ruvida potenza delle immagini e l'effetto reale dell'illuminazione notturna, il contrasto tra caldi e freddi, l'acidità di alcune saturazioni cromatiche che esasperano funzionalmente un discorso d'architettura della scena che si fa profondamente tipico e riconducibile al gusto e alla visione dei registi. All'interno di Good Time e Diamanti Grezzi c'è poi un interessante utilizzo dei close up e degli zoom, che scavano nel dettaglio della scena e spogliano nel frattempo i personaggi delle loro sovrastrutture emotive più superficiali.

C'è infine un calore particolare nella filmografia dei Safdie, che proviene dall'utilizzo di un linguaggio povero e di strada, fatto di slang, dialoghi o scambi di battute veloci all'interno di riprese convulse ma sempre chiarissime. Insieme al look eccentrico ed esagerato dei protagonisti, questo rende affascinante e accattivante l'idea di cinema dei cineasti, che vedono nel mezzo d'espressione artistico un modo per evidenziare il potere e la complessità della parola svincolata da legami poetici fin troppo manieristici, facendo sempre fede sulla storia e le idee da loro partorite e sugli sconfitti che raccontano in modo davvero unico.

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