Giornata della memoria: i 10 migliori film di sempre sull'Olocausto

Da Schindler's List ad Amen, i migliori film sulla Shoah da vedere e rivedere in occasione della Giornata della Memoria.

speciale Giornata della memoria: i 10 migliori film di sempre sull'Olocausto
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La tragedia dell'Olocausto, a oggi la più terribile e studiata della storia dell'umanità, è stata al centro di innumerevoli pellicole, che hanno provato a descrivere (ognuna a modo suo) le atrocità, le sofferenze e il dramma infinito di quegli ebrei, zingari, omosessuali, testimoni di Geova e di chiunque altro fosse rimasto vittima della macchina del massacro nazi-fascista.
Il Processo di Norimberga gettò una luce terribilmente rivelatrice sulla famosa "Soluzione Finale", su come era stata concepita, adattata, modificata e infine messa in atto da menti contorte, malvagie e prive di ogni empatia verso i "sub-umani" e le "razze inferiori" che Hitler aveva giurato di sterminare.
In essa alcuni dei più oscuri lati della natura umana incontrarono la perfetta macchina burocratica e organizzativa di una Germania in cui il massacro divenne addirittura industria, modello economico, apparato dello Stato.
In occasione della Giornata della Memoria, abbiamo pensato di creare una Top 10, una lista dei dieci film più importanti ed efficaci nel narrare la Shoah.

10) Amen. (2002)

Film tanto essenziale quanto dirompente nella sua verità storica scomoda ed inquietante, Amen di Costa-Gavras merita senza ombra di dubbio di far parte di questa classifica per il coraggio dimostrato dal regista nel riportare alla luce il comportamento del Vaticano rispetto alla "questione ebrea" durante il secondo conflitto mondiale.
Connesso alla vera storia di Kurt Gerstein (Ulrich Tukur), Ufficiale delle Waffen-SS, membro dell'istituto d'Igiene del Terzo Reich, che cercò di mettere al corrente Pio XII della Soluzione Finale, il film mostra la codardia, la vigliaccheria e l'ignavia degli alti gradi del Vaticano e del Pontefice stesso, che mai si mossero attivamente per condannare il regime nazista o aiutare gli ebrei.
Molto curato nella fotografia e girato con una regia che fa perdere lo spettatore nei saloni, corridoi e stanze del potere temporale di un Papa che appare solo brevemente, Amen è un film che ci ricorda quanto gli ebrei siano stati aiutati da una miriade di parroci, preti e suore di bassissimo rango, rappresentati dal personaggio fittizio di Padre Riccardo Fontana (Mathieu Kassovitz).

Come lui, tanti affrontarono l'estremo sacrificio, venendo massacrati dalla furia nazi-fascista, mentre ai piani alti del Vaticano si temeva molto di più l'Unione Sovietica, si cercava di abbassare il capo e sperare di non essere coinvolti.
In molti tra i gerarchi più feroci, finita la guerra, ebbero aiuti e favori per lasciare l'Europa proprio dal Vaticano, per trovare rifugio in Sud America, una realtà che il film mostra chiaramente, come mostra la cecità, l'arroganza e il menefreghismo di un pontificato tra i più insufficienti della storia.

La sconfitta e la morte di Gerstein e di Fontana rappresentarono anche la sconfitta della moralità, della giustizia, in un mondo dove non vi era spazio per le cose giuste ma solo per ciò che assicurava la sopravvivenza di una Chiesa che il film descrive come elefantiaca, ben poco spirituale, ipocrita.
Un film potente, appassionante, che cattura e strega lo spettatore, che allontana gli happy end cari Oltreoceano per donarci una visione tanto realistica quanto scomoda della Storia.

9) Vincitori e Vinti (1961)

Il Processo di Norimberga ancora oggi fa discutere per le modalità con cui fu creato, portato avanti e concluso, ma senza ombra di dubbio fu un evento storico, epocale, perché per la prima volta furono poste le basi per giudicare crimini non in nome del proprio popolo o nazione, ma di tutta l'umanità.
Nel 1961, Stanley Kramer diresse Vincitori e Vinti, uno dei film giudiziari migliori di sempre, dove pur non parlando del processo principale (che condannò i gerarchi più importanti), ne rievocava uno dei "minori", affrontando problematiche, guidandoci dentro la mente di chi fece parte del nazismo, anche se da una posizione defilata.

Protagonista è il giudice americano Dan Haywood (Spencer Tracy), che nel 1948 è chiamato a giudicare quattro ex magistrati tedeschi, accusati di crimini contro l'umanità, tra i quali il più misterioso e inquietante è Ernst Janning (un grande Burt Lancaster).
Gli altri chiamati a occuparsi del caso sono il Capitano Byers (William Shatner), il Colonnello Lawson (Richard Widmark), l'avvocato Hans Rofle (Maximilian Schell) chiamato a difendere gli imputati.
Il giudice Haywood si sforzerà di comprendere la mentalità tedesca, di capire come sia stato possibile che uomini così istruiti, eruditi e competenti potessero rendersi complici di tali crimini, conoscerà Frau Bertholt (Marlene Dietrich) vedova di un Generale tedesco giustiziato, Rudolph Petersen (Montgomery Clift) sopravvissuto ai campi di concentramento.

Durante il processo, Janning ammetterà infine la sua colpevolezza, ma guiderà l'intero processo verso un'analisi molto complessa della situazione geopolitica del primo e secondo dopoguerra (la Guerra Fredda è già realtà), ricorderà alla corte i crimini commessi dai Paesi alleati durante la guerra.
Il film di Kramer è uno dei più difficili, intelligenti e meglio realizzati di questa lista, pone effettivamente questioni importanti sulla legittimità di quel Tribunale, su quanto le atomiche sul Giappone, le purghe staliniane e molti altri eventi avrebbero meritato lo stesso trattamento dei crimini nazisti. Ma quelli sono crimini dei "vincitori", quindi sembra non esistano, i loro invece (che egli ammette e di cui i prende la piena responsabilità) appartengono ai "vinti", che non hanno alcuna difesa.
Responsabilità storica, responsabilità personale, alibi, debolezze, bugie, tutto è fuso in un film di grande intensità e profondità, dove ci viene mostrata in pieno la "Banalità del Male" descritta da Arendt, e come l'Olocausto fu opera non di mostri, ma di uomini, semplicemente uomini.

8) Il segreto del suo volto (2014)

Film apprezzatissimo dalla critica (ma forse non abbastanza per arrivare a quei riconoscimenti che avrebbe meritato) Il Segreto del suo Volto di Christian Petzold ha come protagonista Nelly Lenz (Nina Hoss), sopravvissuta all'Olocausto che ritorna nella Berlino in macerie dell'immediato dopoguerra, con un volto completamente nuovo.
Cantante di un certo talento, ha dovuto farsi ricostruire il volto, ferito in modo orribile da un proiettile, ma purtroppo l'intervento (pur coronato dal successo) non le ha permesso di riavere il suo viso originale.
Assieme all'amica Lene (Nina Kunzendorf), Nelly si stabilisce in un appartamento e comincia ad andare in cerca del marito Johnny (Ronald Zehrfeld), che Lene ha sempre visto come il responsabile dell'arresto e deportazione dell'amica.
Per capire la verità, una volta rincontrato Johnny, Nelly approfitterà del fatto che egli non la riconosca per entrare nuovamente in confidenza sotto le mentite spoglie di Eshter, e col tempo capire se veramente fu lui a tradirla e abbandonarla al suo destino.

Film elegante, con una fotografia e regia assolutamente impeccabili, che verte tutto su due assi narrativi e concettuali: da una parte la trasformazione del viso della protagonista, che altro non è che la metafora di ciò che furono prima e dopo l'internamento tutti i sopravvissuti, costretti a "ricostruirsi", cambiati da ferite profonde e sovente invisibili.
Dall'altra la menzogna, il dolore, la realtà dei tradimenti, degli abbandoni, di ciò che in molti fecero per paura, per denaro, per convenienza, vendendo ai nazisti amici, vicini, colleghi e (come si evince da questo film) addirittura coniugi.
Tratto liberamente dal romanzo di Hubert Monteilhet, l'opera di Petzold è un film avvincente, complesso, elegante ma mai banale, che ci fa entrare in contatto con la rabbia, la vergogna, l'impossibilità in molti casi di ricominciare l'esistenza precedente l'internamento che moltissimi sopravvissuti alla Shoah affrontarono.

7) L'uomo del banco dei pegni (1964)

Il grande Sidney Lumet, tra tanti gialli, thriller ed action di spessore, ci ha donato uno dei film più disturbanti ed originali sul tema dell'Olocausto - e anche uno dei più sottovalutati, dal momento che al centro dell'iter vi era un sopravvissuto, Sol Nazerman (un Rod Steiger da antologia), che gestisce un banco dei pegni ad Harlem.
L'Uomo del Banco dei Pegni mostrò in modo assolutamente unico la tragedia di un sopravvissuto ai campi di sterminio, imbruttito e reso totalmente arido dai sensi di colpa, dai ricordi degli orrori che aveva visto e vissuto.
E come lui ve ne furono davvero tanti, quasi mai protagonisti di alcun tipo di film o approfondimento, ma che il film di Lumet portò al centro dell'attenzione, visto che nulla era stato fatto fino a quel momento per indagare gli effetti che i campi di concentramento avevano avuto su chi era riuscito a salvarsi.
E Rod Steiger quegli effetti, quei mutamenti, li interpretò in modo assolutamente perfetto. Il suo Laz era all'apparenza insensibile, freddo, assolutamente incapace a provare emozioni, come chiuso in una gabbia auto-imposta che però ogni giorno che passava sembrava diventare più fragile, più instabile.

Eppure non rinunciava mai a definire chi lo circondava "feccia", "subumano", proprio come lui era definito dai nazisti nei Lager, in una sorta di legge del contrappasso che coinvolge il resto dell'umanità.
A nulla serve inizialmente l'amicizia offerta dal suo giovane assistente Jesus (Jaime Sanchez), e neppure le attenzioni della Signora Marilyn Birchfield (Geraldine Fitzgerald), che non smuovono Laz dalla volontà di isolarsi da tutto e da tutti.
Solo il riaffiorare di sofferenza, dramma e dolore, paradossalmente, porteranno l'uomo a capire che prova ancora qualcosa, che è meno spietato, cinico e chiuso in sé stesso di quanto pensava.
Steiger fu monumentale, fantastico, nel farci comprendere ciò che il cinema ci ha sempre sovente nascosto: sopravvivere era solo una parte della fatica, ricominciare a vivere, a sentire, avere ancora fiducia nell'umanità era tutt'altra cosa e non tutti vi riuscirono.

6) Il figlio di Saul (2015)

Opera di fortissimo impatto emotivo e visivo, Il Figlio di Saul di Laszlo Nemes è uno dei più importanti mai fatti sulla tragedia della Shoah, quello che più ci guida (come nessun altro né prima né dopo) in quell'allucinante inferno chiamato Auschwitz.
Protagonista è Saul Ausländer (Géza Rohrig), membro di quei gruppi denominati Sonderkommando, formati da internati, costretti a collaborare nei campi di sterminio durante le uccisioni, la rimozione e la cremazione dei corpi degli altri prigionieri.
Rotto ad ogni orrore e sentimento, un giorno Saul tra i cadaveri nelle camere a gas trova con i compagni un ragazzo che ancora respira e assiste attonito al suo strangolamento da parte di uno degli scienziati nazisti, che ne ordina l'autopsia a "scopo scientifico".
Saul però da quel momento farà di tutto, userà ogni sua risorsa per impedire che quel corpo venga ulteriormente profanato, cercherà in ogni dove un rabbino per dargli degna sepoltura, rischierà la vita, rimarrà coinvolto in ribellioni, fughe e umiliazioni a non finire. Tutto pur di seppellire quel ragazzo secondo il rito ebraico.

Nemes firma un capolavoro claustrofobico, minimalista, angosciante, rende il pubblico cosciente di cosa fosse vivere in un lager, circondati da "lupi" pronti per un niente a giustiziarli, a torturarli, come se non bastasse il rischio di essere gasati da un giorno all'altro.
La morte incalza, insegue, non smette di fare paura, quasi come la speranza, i contatti umani che non siano condizionati da essa non esistono, eppure Saul non recede dal suo intento, affronta rischi enormi. Perché?
Molte sono le domande senza risposta di un film che ha nel sonoro un linguaggio potentissimo, che atterrisce evitando che l'immagine sia al centro della narrazione, suggerendo l'orrore, rendendolo paradossalmente per questo ancor più presente.
La religione, le parole, le strette di mano rubate, la solidarietà sotterranea e ferrea, sono l'ancora di sopravvivenza di uomini scheletrici ed enigmatici nel loro dover vivere a braccetto con il male supremo.

5) La Scelta di Sophie (1982)

Tra i più intensi, dolorosi e meglio concepiti film sull'Olocausto vi è sicuramente quello di Alan Pakula, tratto dal romanzo di William Storyn, e che fruttò l'ennesimo Oscar a una grandissima Meryl Streep.
Protagonista iniziale è il timido e un po' impacciato Stingo (Peter MacNicol), aspirante scrittore che nella Brooklyn del dopoguerra stringe amicizia con la strana coppia formata dall'immigrata polacca Sophie Zawistowski (Meryl Streep) e il suo stralunato, geloso e instabile fidanzato Nathan Landau (Kevin Kline).
A poco a poco però, è Sophie a diventare centrale nel racconto, visto che si scopre che è stata internata ad Auschwitz; nel giro di poco tempo, con il peggiorare dei rapporti tra lei e Nathan (che si rivelerà essere un paranoico schizofrenico) emergerà altro del passato tragico di Sophie.
L'arresto per essere stata in contatto con la Resistenza polacca, la terribile realtà del campo di concentramento, appesantita dal ricordo del padre, docente universitario e fiero antisemita e simpatizzante nazista.
Ad Auschwitz fu costretta a dover scegliere chi far vivere e chi far morire tra il giovane figlio Jan e la figlioletta Eva, con quest'ultima infine strappatale dalle braccia e mandata direttamente nella camera a gas.
Successivamente aveva dovuto collaborare pur di salvarsi e salvare il figlio Jan, anche con il comandante del campo, Rudolph Hoss. Nonostante l'amore e la vicinanza di Stingo, Sophie sceglierà infine di suicidarsi assieme a Nathan.

Film toccante, intenso e con alcune tra le scene più strazianti del genere, La Scelta di Sophie è un altro lavoro assolutamente perfetto nel descriverci non solo il dramma dei campi di concentramento, anche le enormi difficoltà per i reduci nel ricominciare con una vita "normale".
Moltissimi tra di loro infine si suicidarono come Sophie, attanagliati da sensi di colpa, ricordi e da un dolore troppo grande per essere imbrigliato, tanto che alla fin fine ciò che arriva allo spettatore è l'impressione che in realtà Sophie fosse morta molto tempo prima, in quel campo.
Ciò che in quegli anni camminava, rideva e parlava con Nathan era un fantasma, la morte l'unica apparente soluzione per lei, l'unica via di fuga dai rimorsi e dalla vergogna per essere sopravvissuta.
E in questo, nel dramma di essere vivi, in ciò che si è pronti a fare pur di sopravvivere, di salvare i propri cari, nessun altro film è stato più potente de La Scelta di Sophie.

4) Conspiracy (2001)

Conspiracy è l'unico film televisivo presente in questa lista, ma è un'eccezione assolutamente necessaria, visto che il film di Frank Pierson è senza ombra di dubbio uno dei più importanti mai fatti sull'Olocausto, un vero e proprio gioiello, che offre un punto di vista assolutamente unico sulla "Soluzione Finale".
Il lungometraggio si svolge il 20 gennaio del 1942, quando in una residenza di campagna sul lago Wannsee (fuori Berlino) si tenne una riunione segreta a cui presero parte alcuni dei massimi dirigenti delle SS, del Partito Nazista o dei vari Ministeri ed Enti sparsi nell'Europa.
A presiedere il tutto vi era il potentissimo Reinhard Heydrich ( un magnetico Kenneth Branagh) capo dell'RSHA, Protettore di Moravia e Boemia, gerarca tra i più sanguinari e spietati.
Nella riunione che si svolse, fu coadiuvato dal suo vice, il famigerato Adolf Eichmann (un raggelante Stanley Tucci), che lo aiutò a esporre il piano noto come "Soluzione Finale" e a convincere della sua "bontà" anche i più recalcitranti tra i gerarchi e funzionari del Reich.

Il più strenuo oppositore fu il Segretario di Stato Wilhelm Stuckart (un Colin Firth assolutamente magnifico), autore delle Leggi di Norimberga, e Friedrich Wilhelm Kritzinger (David Threlfal) Capo della Cancelleria del Reich, uomo moderato e ingenuo.
Ciò che fa di questo film un capolavoro, oltre alla regia, ai dialoghi e alla fotografia, è la capacità di portarci dentro la mente, l'universo pieno di ingranaggi e crudeltà, della leadership politica e militare nazista, ce ne fa comprendere la natura.
Una natura in cui vi era una continua lotta per il potere, rivalità, cattiveria, in un contesto in cui chi si oppose alla "Soluzione Finale" non lo fece (ad eccezione di Kritzinger) perché incapace di concepire una simile atrocità, ma perché preoccupato che lo sterminio degli ebrei fosse "legalmente inapplicabile", burocraticamente troppo complicato ed economicamente poco conveniente. Un viaggio dentro il Regno delle tenebre, dentro un regime autoritario, tra gli uomini che ne fecero parte, nella nauseante visione del mondo che creò Auschwitz e Dachau. Imperdibile.

3) La Vita è Bella (1998)

Al netto di quanto - oggi come oggi - Roberto Benigni non goda più di un'unanime popolarità nel nostro Paese, a causa di alcuni passi falsi nella sua carriera, è fuori di dubbio che La Vita è Bella sia uno dei film italiani più amati e considerati nel mondo.
Giustamente, perché la sceneggiatura dello stesso Benigni e Vincenzo Cerami fu capace di creare un racconto di incredibile profondità, originalità, con uno humor irresistibile e allo stesso tempo intelligente.
Davvero era possibile descrivere l'Olocausto in modo diverso? Ironico addirittura? Si era possibile, Benigni ci riuscì, ci donò anche uno spaccato di ciò che fu l'avvento delle Leggi Razziali nell'Italia del Fascismo.
L'odissea tragica di Guido Orefice, della moglie Dora (Nicoletta Braschi) e del piccolo Giosuè (Giorgio Cantarini), fu simbolo delle migliaia e migliaia di racconti simili, di esistenze e tragiche odissee finite nel silenzio, nell'orrore e nell'oblio. Divenute cenere che usciva dai camini dei Lager nazisti.

Un film rischiosissimo, una grande scommessa che Benigni vinse con merito, visto che La Vita è Bella fu un elogio alla vita, a quanto l'ironia potesse essere anche speranza, prova di amore e difesa di un padre verso un figlio che non si rende mai conto in che inferno sia finito.
"Fa male ridere ma ne vale la pena. È divertente ed è triste assieme" scrisse il New York Post. Era vero. Coadiuvato da una colonna sonora di Nicola Piovani di enorme bellezza, il film fu un inno all'amore, un tributo al coraggio di chi cercò di rimanere comunque umano in quel caos e in quell'orrore, di mantenere fino all'ultimo la libertà della propria anima.
Allo stesso tempo ci ricordò quanto la responsabilità dell'Olocausto non fosse solo dei nazisti nei Lager o di quelli arrivati in Italia dopo l'8 settembre, ma nostra, che avevamo permesso non solo a Mussolini di "imitare" il razzismo nazista, ma che ci eravamo poi trasformati nei carnefici di chi fino a poco tempo prima era vicino di casa, collega di lavoro, compagno di università.

2) Il Pianista (2002)

Il film più personale, struggente e riuscito di Roman Polanski. Di certo quello più potente e dal più alto significato storico, che ebbe il merito di lanciare definitivamente la carriera di Adrien Brody.
La vera storia del pianista Wladyslaw Szpilman divenne simbolo di quella degli ebrei che in tutta Europa si trovarono nel giro di poco tempo a essere i bersagli della follia nazi-fascista, costretti a ogni tipo di umiliazione, di sofferenza e impresa per rimanere vivi.
I tre Oscar alla Miglior Regia, Miglior Attore e Miglior Sceneggiatura non originale non bastano a far capire quanto Il Pianista sia stato un film dall'enorme umanità, capace di mostrare gli orrori e la terribile realtà di quella Polonia finita per prima nel tritacarne della guerra e della "Soluzione Finale".
Non vi è alcuna traccia dell'ironia di Benigni o della fiera volontà di rimanere fedeli a sé stessi di Schindler's List. Qui vi è la paura, la fame, il terrore, la solitudine, la morte che inseguono un povero pianista che ogni giorno diventa più magro, più disperato, più solo.

Varsavia diventa il teatro di un'odissea elegante e assieme disturbante, per la neutralità di sguardo con cui Polanski ci mostra (togliendo ogni epica o sentimentalismo) la terribile realtà di una città che vide due diverse ribellioni al nazismo, massacri e bombardamenti.
La musica è all'inizio e alla fine, è la vita che si spegne e poi ritorna a risorgere dopo la tempesta, ancora di salvezza per il protagonista per tutta la durata del film, dove le note dei grandi compositori sono qualcosa di più di una colonna sonora, sono elemento narrativo imprescindibile di uno dei più grandi film mai fatti sulla Shoah.

1) Schindler's List (1993)

Senza ombra di dubbio il film simbolo dell'Olocausto, che ancora oggi è considerato il più efficace, struggente, nonostante la sua enorme originalità sia a livello visivo (con la scelta di un elegantissimo bianco e nero di Janusz Kaminski), sia a livello narrativo, con il riportare alla memoria una delle storie più incredibili legate alla Shoah, della quale protagonista però non un ebreo ma un industriale e imprenditore tedesco.
Il film permise al regista Steven Spielberg non solo di fare sfoggio della sua incredibile abilità e maestria, ma anche di mettere in scena uno dei racconti più atroci e viscerali che si siano mai visti sul massacro degli ebrei polacchi.
Le feste dei gerarchi, la miseria del Ghetto, il sistema di potere e corruzione, l'abilità e spregiudicatezza di Schindler nel salvare i suoi lavoratori, le loro famiglie, fingendosi amico di un Amon Goeth, a cui Ralph Fiennes donò una mostruosa e raggelante follia.

Schindler's List è un capolavoro di regia, di atmosfere, ha un montaggio tra i migliori mai visti e offre scene di monumentale ferocia e miseria, in cui il colore emerge solo in alcuni precisi momenti, ma senza condizionare un iter che non è mai surrealista o iperrealista, quanto piuttosto semplicemente e desolatamente realista.
Popolato di personaggi umanissimi, disgraziati, in cui ognuno di loro rappresenta una specifica parte di umanità connessa al periodo storico, si prende sicuramente diverse licenze narrative rispetto alla vicenda a cui è ispirato, ma lo fa con grande coerenza, senza intaccarne lo spirito.
Trionfa la sua finalità ultima di guidarci dentro un universo in cui solo il caso e la fortuna facevano la differenza tra la vita e la morte, non l'abilità, il giusto e lo sbagliato.
Schindler (un carismatico e sfaccettato Liam Neeson) in questo assurge anche a condanna verso la leadership economica e imprenditoriale tedesca, cinica, egoista, amorale, interessata solo al profitto e al proprio tornaconto, che nulla fece per ostacolare i piani di Hitler, anzi li appoggiò in pieno.
La scena finale, con il protagonista che recrimina di esser stato troppo materialista, di non aver salvato altri ebrei magari vendendo la macchina, la spilla, il suo "potevo salvarne altri" (lui che dilapidò una fortuna sicura per salvarne tanti da solo), altro non è che la vita che torna a rivendicare l'importanza di sé stessa alla fine del massacro.

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