Ghost in the Shell e gli altri, alla riscoperta del cinema cyberpunk

Con l'uscita al cinema di Ghost in the Shell con Scarlett Johansson, riscopriamo alcuni cult che hanno fatto la storia del cinema cyberpunk.

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Cyberpunk, termine composto derivante dalla combinazione di cibernetica e punk e utilizzato per identificare una corrente artistica e letteraria che prese vita negli anni '80 ad inquadrare un nuovo genere della fantascienza, caratterizzato nella quasi totalità da trame distopiche aventi a che fare con l'uso della tecnologia o di entità e palcoscenici virtuali e non tangibili come, appunto, il cyberspazio. Se nella sua forma letteraria il flusso ha trovato forza e fonti di ispirazione nelle opere di William Gibson e Bruce Sterling, anche gli altri media hanno saputo cogliere al meglio gli spunti di riflessione scaturenti da questo immaginario: la Settima Arte, il settore dell'animazione e quello dei fumetti hanno indagato il filone con opere memorabili e ora questi tre mondi si fondono metaforicamente nell'attesissimo live-action di Ghost in the Shell, trasposizione in carne e ossa dell'amato manga di culto di Masamune Shirow già a sua volta trasposto nell'altrettanto popolare dittico anime di Mamoru Oshii (senza contare gli svariati sequel). Proprio in occasione dell'uscita della pellicola vedente protagonisti Scarlett Johansson, Takeshi Kitano e Juliette Binoche compiamo un viaggio alla riscoperta di alcuni titoli che hanno fatto la storia del cyberpunk su grande schermo.

Segui il coniglio bianco

Il film che, sulla carta, aveva le potenzialità per ergersi a puro manifesto su celluloide delle tematiche cyberpunk è stato Johnny Mnemonic (1995), guarda caso libero adattamento del racconto di William Gibson qui presente anche in fase di sceneggiatore. Peccato che lo scrittore abbia banalizzato fin troppo le tematiche originarie per adattarsi ad uno stile più hollywoodiano, contribuendo alla creazione di un'entità di celluloide divisa a metà, sicuramente affascinante in molti dei suoi spunti visivi ma meno efficace nella pura narrazione, con l'immagine che sovrasta ben presto la sostanza. Una visione imperfetta dunque ma non da cestinare, in quanto complici le buone performance di un Keanu Reeves pre-Matrix (1999) e di un Takeshi Kitano a suo agio nei panni del villain, i 96 minuti di visione catalizzano comunque l'attenzione al punto giusto ancora oggi. Non abbiamo citato casualmente il cult degli allora fratelli, oggi sorelle, Wachoski in quanto la trilogia incentrata sul personaggio di Neo deve anch'essa pagare dazio a Neuromante, altra seminale opera di Gibson rielaborata per l'occasione dalla coppia di registi, capaci di regalare al pubblico una delle opere più rivoluzionarie e affascinanti degli ultimi vent'anni. Pillola rossa o pillola blu per scoprire la realtà o vivere nella menzogna, scelta scatenante di una trama inquietante che rielabora la fantascienza in una chiave cyber-action che guarda alle produzioni di Hong Kong costruendo un'iconografia mitologica ben presto assunta a vero e proprio fenomeno di costume nel tracciare le coordinate di un mondo fittizio in cui l'umanità è passiva e inconsapevole schiava e solo l'arrivo di un novello Messia / Eletto potrà riportare l'equilibrio.

Cosa resterà di quegli anni '80

Gli anni '80 in particolare hanno regalato alcuni capostipiti del filone più altre chicche meno conosciute dal grande pubblico. Pur rientrando più o meno armoniosamente all'interno del filone, opere come 1997: Fuga da New York (1981), Tron (1982), Blade Runner (1982), nonché le leggendarie saghe di Robocop e Terminator hanno segnato l'immaginario collettivo di ogni cinefilo che si rispetti. Antieroi reietti, poliziotti metà uomo-metà macchina, cyborg indistruttibili provenienti dal futuro, realtà virtuali di sorta, investigatori di una società in cui uomini e androidi coesistono: una varietà di storie e idee difficilmente replicabile nell'anestetizzato panorama di massa odierno, capace nella allora contemporaneità di conquistare i gusti del pubblico con storie spesso complesse e dalle diverse sfumature in cui la pura fantascienza e tematiche sociali più profonde coabitavano strutture filmiche dalle atmosfere dark e violente, vere e propri palcoscenici per elevare il genere a nuove ed insperate vette artistiche. E ancora slogan iconici quali "Gloria e vita alla nuova carne!", morboso mantra del Videodrome (1983) di David Cronenberg o film rivoluzionari in grado di ribaltare le classiche convenzioni registiche come il Tetsuo (1988) di Shinya Tsukamoto sulla dicotomia uomo-macchina, finendo per arrivare, al confine col nuovo decennio, a produzioni passate più in sordina ma di indubbio interesse, una su tutte l'Hardware - Metallo letale (1990) di Richard Stanley, fascinoso thriller / slasher ambientato in un prossimo e inabitabile futuro.

Il cyberpunk fa novanta

Un genere che ha continuato a progredire con lo scorrere degli anni e che, nonostante la diramazione di uscite realmente degne di nota (escludendo, per l'appunto, quelle citate in questo articolo), ha continuato ad offrire spunti interessanti. Basti pensare a Strange Days (1995), mai troppo citato film di Kathryn Bigelow (basato su un soggetto dell'allora ancora compagno James Cameron) la cui storia si dipana nei giorni che precedono l'inizio del nuovo millennio a venire ed è incentrata sulla diffusione dello squid, una droga capace di far rivivere sensorialmente esperienze altrui e che finirà per rivelare gli esecutori di un omicidio ad un ex-poliziotto. Un film strano e affascinante che trascina in un vortice narrativo instabile e magnetico come l'onnipresente e straniante colonna sonora. Vi è spazio in questo periodo anche per un'incursione tutta italiana nel mondo cyberpunk grazie al Nirvana (1997) di Gabriele Salvatores, uno degli ultimi tentativi del cinema nostrano di realizzare film di genere capaci di pensare in grande, per un (auto)reboot-remake come Fuga da Los Angeles (1996) in cui Jena Plissken / Kurt Russell fa il suo grande ritorno, per una nuova visionaria opera di Cronenberg che gira Existenz (1999) e per il vero, e poco conosciuto rispetto ai suoi reali meriti, anticipatore di Matrix. Il Dark City (1998) di Alex Proyas, ambientato in un futuro nel quale non sorge mai il Sole, ha una trama che ricorda molto quella del successivo cult dei/delle Wachoski, con una razza di alieni che sfrutta gli umani come cavie da laboratorio e un "eroe" pronto a svelare al mondo la verità. Il nuovo millennio, tolti titoli interessanti ma sporadici del calibro di Equilibrium (2002) e del recente The Zero Theorem - Tutto è vanità (2013) di Terry Gilliam, ha proposto poco, almeno in grandi produzioni, agli appassionati del filone; chissà se il potenziale successo ai botteghini di Ghost in the Shell saprà riportare queste tematiche in maniera più preponderante nel cinema hollywoodiano e non solo.

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