Get Out e La forma dell'acqua: la rivincita del genere agli Oscar

L'importanza storico-politico-cinematografica del trionfo dei film di Jordan Peele e Guillermo Del Toro agli Academy Awards 2018.

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Se c'è un vero vincitore agli ultimi Acadmy Awards, gli Oscar 2018, quello è il cinema di genere, trionfo che passa però anche per la politica. Le molteplici sfaccettature della settimana arte non sono mai riuscite infatti a intaccare così tanto quella superficie così conservatorista che da sempre ha contraddistinto gli elettori dell'Academy, ma forse il cambiamento è figlio dei tempi che corrono, specie per l'America, in piena fase trumpiana. Purtroppo o per fortuna Oscar e politica si sono sempre contaminati a vicenda, portando a un inevitabile collasso dell'organizzazione professionale cinematografica nel momento della decisa ri-affermazione di un'equa rappresentanza delle minoranze tutte (etniche, religiose, sessuali), che poi negli ultimi anni rispondono a una decisa lotta contro una nuova ondata di razzismo e a un sessismo dilagante, specie nel mondo del cinema. Inevitabile, così, la dura presa di posizione del #MeToo e la vetrina sul palco del Dolby Theatre al Time's Up, movimento che si pone a egida di ogni diritto civile nel settore, rivolto a tutti coloro che hanno sete di cambiamento e uguaglianza.
Due anni fa, però, al centro dell'attenzione c'era stato il boicottaggio da parte di alcuni esponenti di spicco delle comunità afro-americane a causa delle poche quote (nomination) riservate ai suoi esponenti artistici, protesta che ha portato tra l'altro grandi cambiamenti al vertice dell'Academy e una policy rivolta all'inclusione e al progressismo, elementi che poi dal 2016 a oggi hanno influito non poco nella vittoria di vari titoli come Moonlight o, due giorni fa, Get Out.


Vittorie per il domani

Senza troppe ipocrisie o finti moralismi, lo scorso anno il film di Berry Jenkis si è portato a casa la statuetta per un motivo fondamentale, seppur indubbia fosse la sua bontà qualitativa: la rappresentanza di due diverse minoranze sotto un unico protagonista. Per molti Moonlight parlerebbe poi di soprusi razziali e omosessualità in modo abbastanza artificiale, finto, puntando più all'estetica che al contenuto, a un esercizio di stile imparagonabile a un focus sulle tematiche del calibro di Philadelphia, A Normal Heart o 12 anni schiavo, per citarne alcuni.

In quel caso a vincere fu quindi un buon film indissolubilmente legato alle polemiche del 2016 e all'insediamento di Trump alla Casa Bianca, con tanto di discorso anti-Presidenziale della Streep sul palco. La scintilla che avrebbe però portato alla rivoluzione di genere (in tutti i sensi) era stata accesa durante l'ormai iconico errore di Warren Betty e Faye Dunaway nell'annunciare La La Land come Miglior Film, forse uno dei migliori musical di sempre, dalla forte anima jazz ma pop nel cuore. Non un genre movie poi così sconosciuto all'Academy, sia chiaro, date la passata vittoria di Chicago, ad esempio, ma un titolo giovane, moderno, che parla di amore e sogni in modo assolutamente disincantato, poco stereotipato tra l'altro.
Forse proprio quella mancata vittoria ha però portato ai risultati degli Oscar 2018, dove a trionfare come Miglior Film è stata La forma dell'acqua di Guillermo Del Toro, un monster-movie fiabesco e romantico sicuramente meno disincantato del film di Damian Chazelle ma fantasy fino al midollo, ispirato ai Mostri Universal degli anni '30, a La Bella e la Bestia e a Steven Spielberg. Cinema di genere a tutto tondo che vede protagonisti un donna muta e un anziano omosessuale, che sono poi plus valori socio-politici che hanno dato quella spinta in più verso la vittoria. C'è cuore, c'è passione, rappresentanza delle minoranze, un amore sofferto, filtri ridotti a zero per essere una fiaba e tutta la conoscenza cinefila di Del Toro. È il fantasy (il genere) che compenetra il dramma (la realtà) e racconta la vita tramite i sentimenti in uno spaccato vero-ma-finto. Una vittoria senz'altro meritata, la prima faccia della medaglia di una rivincita del genere agli occhi del mondo cinematografico, accompagnato dall'altra faccia, quella satirica e anti-liberalismo americano moderno di Get Out, uno dei più potenti thriller degli ultimi anni.
Il sorprendente titolo originale firmato da Jordan Peele in veste autoriale ha sorpreso sin da subito critica e audience, ponendosi al vertice di una piramide satirica anti-trumpiana grazie al suo controllato cinismo e al suo invidiabile equilibrio nei toni. Forse più de La forma dell'acqua sorprende allora il Premio a Miglior Sceneggiature proprio a Get Out, dato il suo coraggio nell'esagerare, quasi a sfociare nel grottesco, per parlare di razzismo e uguaglianza in modo così intelligente e comunque stilisticamente misurato. Il prodotto confezionato da Peele è per questo un titolo che porta alta e con orgoglio la critica ai liberal americani che guardano ancora all'operato di Roosvlet ma con opinabile progressismo ideologico, meno attento alle questioni sociali ma garante dei diritti individuali.

Praticamente una sorgente di pensiero che fa dell'ipocrisia la sua arma più forte, la stessa che da decenni dilania Hollywood dall'interno, mentre il cattivo odore di ideali malsani ristagna al di sotto di una superficie glamour e fintamente inclusivista. Nel film di Peele si parla senza citarle di tutte queste cose, in una storia davvero allucinante che tramite l'horror riesce, come fu per La notte dei morti viventi di Romero, a compiere una sofisticata critica alla società moderna, includendo però la minoranza d'appartenenza e creando un mix di elementi assolutamente vincente.
Get Out e La forma dell'acqua sono i degni rappresentanti della rivincita di un certo cinema di genere in territori cinematografici più blasonati, facendo riscoprire ai meno preparati, ai più giovani e ai vetusti l'esatto significato di nobiltà artistica, che non ha a che fare con la perfezione stilistica (per quella magari ci pensano Il filo nascosto o Chiamami col tuo nome) ma con sani ideali, pochi fronzoli e tanta passione. Come visto, inoltre, i temi socio-politici esistono al loro interno, sia per contingenza che per volontà, ma non sono mai fini a sé stessi e sono lì perché funzionali al racconto, al corpo del progetto. L'anima, poi, ce la mettono i sognatori.

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