Gene Wilder e la formula della comicità con una candela

Gene Wilder: Il ritratto di un artista versatile e sfortunato, che ha affrontato la carriera professionale e la vita allo stesso modo: con un sorriso

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Rubate la DeLorean a Doc, raggiungete le 88 miglia orarie e tornate indietro fino al 1984, sul set de La signora in rosso: avete presente la modella e attrice Kelly LeBrock, al massimo del suo splendore. Ecco, voi non solo la dovete dirigere, ma siete anche suoi partner sul set e vi trovate a corteggiarla ad ogni singola scena. All'udire "I just called to say I love you", canzone scritta da Stevie Wonder per il film e vincitrice di un premio Oscar, molti di voi avrebbero imparato a suonare anche l'ukulele pur di cantargliela sotto casa o durante una pausa delle riprese. La leggenda narra che Gene Wilder - regista e interprete del film - non la guardò neanche, dedicando invece la celebre composizione a Gilda Radner, altra interprete della divertente commedia, che poi sposò, mettendosi la fede al dito per la terza volta. Gilda Radner morì poi di tumore nel 1989, segnando la prima tragedia nella vita dell'artista; dieci anni dopo gli fu infatti diagnosticato un linfoma che lo costrinse a ritirarsi dalle scene. Poi sopraggiunse l'alzheimer, tenuto nascosto al mondo: "Un atto di riguardo verso quei bambini che hanno sorriso e lo hanno chiamato Willy Wonka", hanno dichiarato i nipoti nel comunicato stampa, che ha annunciato la morte dell'attore. Uomo unico nel suo genere, l'interprete di Mezzogiorno e mezzo di fuoco, deceduto il 29 agosto 2016 all'età di 83 anni.

Attore prima di tutto - ma anche regista e sceneggiatore - Gene Wilder era stato benedetto dalla genetica, che gli aveva donato quel viso assolutamente atipico e riconoscibile. Raggiunse il successo planetario con Frankenstein Junior di Mel Brooks, interpretando il Dottor Frederick Frankenstein (chi ha letto "Frankestìn" può davvero asserire di essere un fan del demenziale cult) nel 1974. Il sodalizio tra il regista e l'attore si rivelò, già alcuni anni prima, vincente ad ogni livello. La sinergia fu tale che in un periodo in cui Woody Allen dava il via alla propria carriera - conferendo ad Hollywood un deciso tocco di estro intellettuale e cinismo tour court - e in cui Jack Lemmon e Walter Matthau la facevano da padrone in sala in quanto a comicità, la coppia Wilder/Brooks entrò nei libri di storia del cinema, senza passare dal via, e con un film/parodia al quale si sono poi ispirati un'infinità di altri capolavori comici negli anni a venire, a partire da L'aereo più pazzo del mondo.

Un cast azzeccatissimo, quello di Frankenstein Junior: dall'irresistibile Marty Feldman (l'aiutante dall'occhio sbilenco Igor) a Madeline Kahn, nei panni di Elizabeth. Il film fu un trionfo, merito di un'interminabile numero di gag slapstick ma sopratutto dal personaggio di Wilder; un consenso talmente ampio che il disperato urlo "Si-può-fare!" potrebbe anche essere attribuito direttamente alla penna di Mary Shelley, radicato com'è nell'immaginario collettivo. Un'espressività calzante, seppur mai fastidiosamente caricaturale, la fisicità schizoide e una conoscenza inappuntabile dei tempi comici: qualità che permisero (e permettono ancora) a Wilder di far ridere di pancia, grazie a una semplice porta nascosta e una candela o una testa mozzata in un barattolo. Rivisitare un classico della letteratura, saccheggiato negli anni anche dal cinema, fu un'impresa che ancora oggi sfida l'incessante scorrere del tempo e il cambio generazionale (un miracolo artistico che ha contraddistinto anche un altro celebre attore scomparso da poco, ossia Bud Spencer). Dal buffo e alcolizzato "Waco Kid" di Mezzogiorno e mezzo di fuoco all'eccentrico re del cioccolato Willy Wonka (riproposto negli ultimi tempi sui social in versione gif), fino ad arrivare ad una commedia su due personaggi - uno cieco e l'altro sordo - che rischiava di scivolare in un'iperbole sulla disabilità. Eppure anche Non guardarmi, non ti sento rimane un piccolo cult da collezione. Più dei personaggi, forse le battute, e ancor più delle battute, gli occhi. È grazie allo sguardo mesto di Gene Wilder (ma pure al celeberrimo "Potrebbe piovere" dell'Igor di Feldman) che oggi, nei nostri drammi quotidiani, abbiamo un eroe looser a cui ispirarci.