Gemini Man, l'innovazione tecnologia passa per il 3D+ HFR a 60fps

Sono stati presentati a Roma nuovi materiali dell'atteso film di Ang Lee con protagonista Will Smith, dal valore innovativo impressionante.

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Creatura particolare, Gemini Man, che vive di uno sviluppo lungo e travagliato. Tutto nasce da un'idea di Darren Lemke nel 1997, poi messa alla prova dal dipartimento degli effetti speciali della Disney, che produce il cortometraggio Human Face Project per testare la qualità della CGI nella creazione di un clone digitale. Le texture non sono sufficientemente lavorate per dare l'effetto desiderato, la CGI fin troppo levigata e la profondità dei dettagli e dei lineamenti considerata superficiale. La produzione di un lungometraggio viene dunque accantonata in attesa di un'evoluzione tecnologica adeguata, che arriva vent'anni dopo grazie al miglioramento delle tecniche di ringiovanimento digitali, ai nuovi e costosi software di modellamento facciale e al High Frame Rate in 60 Hz.
Elementi, questi, che hanno permesso a Jerry Bruckheimer di coinvolgere nel progetto - per riportarlo alla luce - un autore come Ang Lee, da sempre interessato all'innovazione tech in ambito cinematografico, potendo inoltre permettersi una star del calibro di Will Smith, scelta ponderata e molto coraggiosa. Ora vi spieghiamo il perché.

Who WILL Survive?

Quello che bisogna capire, di Gemini Man, è che vuole essere prima di tutto un film di profonda sperimentazione. Grazie alla 20th Century Fox abbiamo potuto ammirare a Roma alcuni footage del film, che si presenta come un energico, ipercinetico ed esplosivo action sci-fi diretto con mano sicura e occhio clinico da Lee, qui al suo terzo progetto con la dichiarata ambizione di innovare il mezzo attraverso la tecnologia (prima di lui Vita di Pi e Billy Lynn - Un giorno da eroe).
Con circa 25 minuti di montato visti, non possiamo sbilanciarci poi troppo sul lato narrativo e prettamente cinematografico del film, di cui torneremo a parlare più avanti, mentre è possibile approfondire nel dettaglio il lato tech della produzione, davvero impressionante. Guardando prima di tutto al giovane clone di Smith, è interessante notare il metodo creativo dietro a questa copia digitale che tutto sembra tranne che posticcia, capace di mettere in difficoltà anche l'occhio più preparato e informato a cogliere sfasature e imperfezioni.
Sembra un cosiddetto lavoro di "de-aging" ma non lo è, in effetti, perché quello che si vede su schermo, il volto di Will Smith ventitreenne, è interamente creato in CGI partendo dal modello in performance capture del volto dell'attore. Non stiamo dunque parlando di una pulizia digitale del volto dell'interprete né dell'intera cattura di un volto per poi ricrearlo in computer grafica, come vedremo in The Irishman di Martin Scorsese o come già visto in Captain America: Civil War con un giovane Tony Stark (ma possiamo citare per il volto anche Rogue One, ad esempio).

Il discorso è più complesso e prevede sì la performance capture per imprigionare in schemi digitali l'espressività di Smith, ma successivamente arriva il lavoro di ri-creazione di un volto "altro", di uno Smith ventenne che tutti noi conoscevamo grazie al Principe di Bel Air e difficile - onestamente - da dimenticare.

Il coraggio di scegliere Smith per il ruolo da protagonista si cela proprio in questo: nella problematica di riproporre in digitale, in modo convincente, realistico e mai posticcio, un volto talmente noto e ben radicato nel ricordo collettivo popolare da essere inimitabile. La Weta Digital è riuscita invece a costruire un modello più vero del vero e a inserirlo in uno schema di riprese in 3D+ (più pulito, con cromatismi più decisi, una profondità di campo più marcata e ovviamente nativo) e girato in High Frame Rate su di una frequenza di scansione progressiva a 60 Hz, in sostanza 60fps (fotogrammi per secondo).
La fluidità dell'azione, il lato cinematografico e interpretativo sono praticamente elevati all'ennesima potenza e attirano direttamente all'interno della sequenza lo spettatore, che a quella frequenza inattesa - specie nelle scazzottate - rimane basito e straniato, perché ogni elemento su schermo appare definito e reale, dalla luce agli oggetti fino agli interpreti, di cui è possibile inoltre studiare ogni piccolo movimento persino nella fasi più concitate degli scontri.


Tutto questo dona un dinamismo divino e frenetico al film, iper-valorizzando il lato action della produzione e ogni virtuosismo di Ang Lee, che sfruttando anche il migliore e interessante 3D+ prova a giocare d'istinto e a creare situazioni astute e congeniali all'anima del prodotto, come ad esempio riprese in soggettiva e angolazioni intuitive e raffinate all'estremo dal HFR. L'unico problema è che non è chiaro quanti esercenti italiani possano proiettare nei loro cinema l'esperienza Gemini Man così com'è stata ideata. Per le grandi catene italiane (pensiamo al The Space o all'UCI Cinemas, ad esempio) non dovrebbero esserci problemi, ma per quanto riguarda i piccoli imprenditori l'acquisto della strumentazione richiesta per una proiezione del genere potrebbe essere o troppo dispendioso o considerato superfluo. Credeteci: come Avatar, Gemini Man è uno di quei film che andrebbero assolutamente visti come preteso e voluto dai loro creatori.

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