Gemini Man: il futuro del cinema è con gli attori in CGI?

Il grande merito dello sci-fi di Ang Lee con due Will Smith potrebbe essere stato quello di aver aperto le porte al cinema del futuro.

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Sarebbe pleonastico affermare come negli ultimi anni la tecnologia abbia compiuto passi da gigante verso il futuro del cinema, ma del resto il termine pleonastico ben si presta a Gemini Man di Ang Lee, un film alquanto difficile da inquadrare, a metà fra l'action e il cinema femminile dei sentimenti che probabilmente non trova un suo posto specifico nel panorama contemporaneo perché sia fuori tempo che in anticipo sui tempi.
Con una sceneggiatura risalente agli anni '90 e rimaneggiata un'infinità di volte da mani diverse, tra le quali quelle di Andrew Niccol e David Benioff (quindi no, se non vi è piaciuta l'ultima stagione de Il Trono di Spade non date la colpa a lui per i tanti giri a vuoto dello script di Gemini Man), la regia passata di sedia in sedia (il primo a essere stuzzicato dal progetto fu Tony Scott, pensate) e un'idea umanista piuttosto piatta ma anche interessante (il film è convinto che un clone debba necessariamente provare sentimenti/emozioni/gusti sessuali e più in generale vivere le stesse esperienze della sua copia originale, in contrapposizione a tutto quello che la fantascienza ci dice da Blade Runner in avanti a proposito dell'importanza dell'anima e dei pensieri, concetto che risale fino a Platone), Gemini Man è troppo vecchio per interessare un pubblico sempre più esperto e sempre più affamato di novità, ma forse anche fin troppo nuovo, e quindi ancora acerbo, per esprimere tutte le potenzialità che racchiude.

Neanche una sala, una che sia una, negli interi Stati Uniti d'America ha potuto proiettare il film come il suo regista l'aveva pensato e realizzato, a 120 fps con un 3D a 4K, e solo una decina di cinema sono stati in grado di mostrarlo in 3D 2K, dimezzando in pratica la visione di Lee. Questo negli USA. In Italia gli fps sono scesi a 60, solo dove possibile.
Futile esercizio di stile senza niente da dire a livello narrativo? Forse. Nuova tecnica cinematografica pionieristica in anticipo su tutto e tutti? Sicuramente.

"Vogliamo scannerizzare ogni parte di te"

C'è uno sci-fi del 2013 passato un po' in sordina intitolato The Congress di Ari Folman: nel film, che unisce live-action e animazione, Robin Wright interpreta una se stessa in declino, che per risollevare la propria carriera accetta di firmare in esclusiva il contratto offertole da un nuovo studio cinematografico, il cui obiettivo è quello di scannerizzarla per trasformarla in un personaggio digitale.
L'idea è che, in quel modo, Robin possa apparire nei loro film per sempre, senza invecchiare né morire anche quando la vera lei sarà effettivamente scomparsa.

In un passaggio, piuttosto inquietante ma che ha incredibilmente predetto ciò che sarebbe successo nella Hollywood reale qualche anno dopo, il personaggio interpretato da Danny Houston dice: "Vogliamo scannerizzarti, vogliamo scannerizzare ogni parte di te, immagazzinarti, preservarti, possedere questa piccola cosetta chiamata Robin Wright."
Due anni dopo, nel 2015, i Marvel Studios presentano al mondo Ant-Man, film di Peyton Reed nel quale, con uno sforzo congiunto tra Industrial Light & Magic, Lola VFX, Double Negative, Luma Pictures e Method Studios, Michael Douglas viene ringiovanito digitalmente e riportato al 1989, al Michael Douglas di Black Rain di Ridley Scott.
Solo un anno più tardi la Lucasfilm avrebbe riportato in vita Peter Cushing per le esigenze narrative di Rogue One: A Star Wars Story, così da avere il Wilhuff Tarkin di Una Nuova Speranza nonostante lo storico attore britannico fosse morto nel 1994, un effetto digitale che nel medioevo sarebbe stato definito negromanzia e che va ben oltre gli stratagemmi di montaggio usati nel 2000 ne Il Gladiatore per far recitare a Oliver Reed, morto durante le riprese, un'ultima battuta prima di completare la produzione.

In attesa di vedere cos'ha in serbo James Cameron per i suoi sequel di Avatar, a oggi abbiamo avuto Robert Downey Jr. ringiovanito per una sequenza di Civil War, Samuel L. Jackson tornato trentenne per l'intera durata di Captain Marvel e uno Stan Lee anni '70 per l'ultimo cameo in Avengers: Endgame, Anthony Hopkins in Westworld (addirittura in TV), Carrie Fisher (già rivista ragazzina alla fine di Rogue One) che riapparirà fra qualche settimana in Star Wars IX, poco dopo che Martin Scorsese e Netflix avranno mostrato al mondo i suoi Robert De Niro e Al Pacino nuovi di zecca protagonisti di The Irishman, e dei leoni digitali talmente fotorealistici da permettere a Il Re Leone di fregiarsi del titolo di remake "live-action". Adesso è arrivato Gemini Man.


Dopo i remake, i recasting?

Ang Lee sfrutta questo suo strano film con doppio Will Smith per estendere i suoi ragionamenti sulle potenzialità non solo dell'HFR - acronimo di High Frame Rate, usato per la prima volta da Peter Jackson con Lo Hobbit, che coi suoi 48/60 fps superò di gran lunga i 24 fps canonici fino ad allora, e che a sua a volta fu superato nel 2016 da Billy Lynn's Long Halftime Walk, sempre di Lee girato a 120 fps - ma anche per clonare, letteralmente, il suo protagonista.
Quello che vediamo nel film non è un Will Smith ringiovanito ma digitale creato da zero che, per certi versi, è davvero il clone più giovane del personaggio principale.

La domanda da porsi, ora che per la prima volta la tecnologia (in questo caso quella della WETA Digital) è riuscita a raggiungere un tale livello di realismo (solo nell'ultima scena il Will Smith clone sembra effettivamente posticcio, per tutto il resto del film è semplicemente perfetto), è una sola: vedremo attori ricreati totalmente in digitale, come accade alla Robin Wright di The Congress?
Riuscite a immaginarvi un nuovo Leonardo DiCaprio ripescato dai tempi di Titanic, o una Meryl Streep de Il Cacciatore? O, volendosi spingere ancora oltre, produzioni del domani con interpreti di ieri, come Grace Kelly o Marlon Brandon? Film in cui si metta in scena un bacio impossibile fra il Paul Newman di Nick Mano Fredda e Jennifer Lawrence, o Marilyn Monroe e Ryan Gosling?
Oggi come non mai, forse, questa eventualità pare essere diventata solo una questione di volere, non di potere: la tecnologia magari avrà sicuramente bisogno di qualche altro rodaggio, ma se riportare in vita attori defunti - previo consenso di familiari ed eredi vari ed eventuali - dovesse diventare un obiettivo, con una società specifica messa a lavoro per perseguirlo, difficilmente si mancherebbe il risultato desiderato. Dopo quella che la vulgata popolare definisce come l'epoca dei remake e dei reboot, la prossima fase della storia di Hollywood potrebbe riguardare i recasting, con attori ripescati dalle loro epoche e trapiantati nel presente.
E allora quel giorno, eventualmente, ci ricorderemo di Gemini Man come un piccolo passo per Ang Lee ma un grande passo per il Cinema.

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