First Man, l'atterraggio sulla Luna raccontato dal punto di vista umano

In occasione del 50° Anniversario dello Sbarco sulla Luna, approfondiamo la caratura umana dell'ultimo film di Damien Chazelle.

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Il 20 luglio 1969 l'Uomo atterrò sulla Luna. Fu un evento storico che tenne con il fiato sospeso il mondo intero, perché fu per l'umanità un primo assaggio concreto della vastità dell'Universo al di fuori dell'atmosfera terrestre, un "grande passo" che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia, raccontato e revisionato decine e decine di volte anche al cinema.
Cinquant'anni fa, l'Allunaggio cambiò la prospettiva della stragrande maggioranza della popolazione occidentale, aiutando ad ampliare la visione delle ricerche e delle missioni spaziali, a dare forma, colore e sostanza nell'immaginario comune a un satellite per noi troppo lontano ma fidato compagno del nostro pianeta, in termini universali più vicino di quanto si pensi.
Agendo come ha fatto sulla cultura mondiale tutta, l'Allunaggio ha ispirato la Settima Arte nel profondo, dando modo al cinema di aggrapparsi all'evento per creare storie e contenuti volti alla narrazione della conquista della Luna, anche se a dire il vero il sogno di raggiungere il Satellite era già vivo e pulsante decenni prima, persino quando il mezzo cinematografico era appena nato, non a caso Georges Méliès nel 1902 dirigeva Viaggio sulla Luna, considerato ancora oggi il primo film di fantascienza della storia del cinema.

Anche negli anni '50 e '60, prima ancora dell'Allunaggio dell'Apollo 11, il sogno spaziale era forte e deciso nelle produzioni hollywoodiane (e non solo): da Uomini sulla Luna a Project Moonbase, passando anche per 12 to The Moon, la Luna era il posto da raggiungere, l'approdo dell'Uomo nell'era moderna, se vogliamo. Una volta conquistata è poi diventata il luogo da raccontare, quella dell'Apollo 11 la missione da svelare, e in realtà di film che si sono presi questo compito ce ne sono stati pochissimi (soprattutto documentari), dato che le varie produzioni preferivano piuttosto sviluppare storie sì dedicate alla Luna ma non all'Allunaggio, e un chiaro esempio è l'Apollo 13 di Ron Howard. Di certo un titolo più di altri ha saputo addentrarsi nel vivo della storica missione dell'Apollo 11: First Man di Damien Chazelle.

Il passo decisivo

Con coraggio e passione, aiutato anche da una visione cristallina della storia e un utilizzo eccezionale degli effetti speciali, lo scorso anno il regista di La La Land ha saputo riportare il mondo nel 1969, a quei minuti indimenticabili, facendoli rivivere sia ai giovani di allora che a quelli di oggi con un'eleganza e una forza narrativa encomiabile. Il punto di partenza non è infatti la corsa alla conquista spaziale, la necessità di portare a casa l'importante vittoria dell'Allunaggio in piena Guerra Fredda, o il rispetto dell'eredità politica e culturale di John F. Kennedy, perché in First Man a essere essenziale è il lato umano del racconto, il significato più intimo e profondo nell'imbarcarsi in una missione rischiosa come quella dell'Apollo 11.
Se nella tecnica e nella regia troviamo sprazzi di Christopher Nolan e di Stanley Kubrick, essendo comunque il cinema un'arte ciclica che ripete e modifica i propri stilemi e Chazelle un autore giovane e incline alla sperimentazione e al ricalco dei canoni migliori, è nella storia e nell'approfondimento caratteriale che First Man si dimostra realmente diverso, perché essenzialmente drammatico e legato a un grave lutto nella famiglia di Neil Armstrong. Parte tutto da lì: dalla perdita, dal confronto diretto con la morte.

Il senso di impotenza, di rabbia e di vacuità dello spirito è molto forte nel protagonista, tanto da guidarlo direttamente e con forza verso il lavoro e il pericolo, unici elementi capaci di colmare almeno in parte un vuoto altrimenti insanabile.
Partendo dall'Armostrong pilota callaudatore e attraversando con passo leggero la sua vita negli anni '60, dall'aggancio del modulo Agena nel corso della missione Gemini 8 (propedeutica all'Allunaggio) al senso di disperazione per la morte dell'equipaggio dell'Apollo 1, First Man affronta lo sbarco sulla Luna con una grazia di intenti vivida e dichiarata, facendo procedere di pari passo uno spettacolo visivo magistrale e poetico con la riscoperta della vita da parte del protagonista.

Tutto è centrato su di un pragmatismo emotivo evidente, che attraverso la cura per l'immagine e alcuni momenti allegorici tenta di ristabilire un contatto tra l'Armstrong astronauta e l'Armstrong uomo, dunque anche marito, padre e amico. L'intero progetto è strutturato su questo contrasto da sistemare, su un riequilibrarsi dello stato d'animo del protagonista, sulle paure da vincere e su quelle da affrontare.
Oltre alla necessità di dover far parte di qualcosa di unico e importante come l'Allunaggio, First Man si addentra dunque nella spietatezza dei sentimenti umani, capaci di avvelenare anche l'uomo (o la donna) più forte se corrotto dal dolore. Il film di Chazelle è un processo di risanamento che dal vuoto dell'anima si sposta in quello universale, nel freddo spazio che tutto avvolge, con il solo scopo di permettere al suo protagonista di ritrovarsi, di far pace con se stesso e di raggiungere il luogo idealmente più vicino alla figlia scomparsa per dirle addio. È così che la sequenza magistrale dell'Allunaggio (che è la tecnica) è seguita immediatamente da quella del braccialetto (che è l'emozione) e della pace ritrovata di Armstrong, che è poi la grande impronta di umanità che FirstMan ha lasciato nel cinema contemporaneo.

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