Firestarter, le differenze tra il film e il romanzo di Stephen King

Un racconto seminale e imitato nel mondo del cinema, tra tensione e "supereroi", pronto a essere finalmente riscoperto dalle nuove generazioni.

Firestarter, le differenze tra il film e il romanzo di Stephen King
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Firestarter (noto in Italia come L'incendiaria) è uno dei primissimi romanzi di Stephen King, il settimo per la precisione. Nel periodo d'inizio produzione, l'autore del Maine scrisse alcune delle sue storie più amate e conosciute, come Shining, Carrie, Le notti di Salem o L'ombra dello scorpione, nascondendosi di tanto in tanto dietro lo pseudonimo di Richard Bachman (vedi La lunga marcia del '79) e inanellando una serie di grandi e seminali racconti uno dietro l'altro, senza soluzione di continuità. Firestarter arrivò dopo La zona morta, il primo libro del Re dell'Orrore a scalare nella sua versione rilegata la classifica dei 10 migliori bestseller dell'anno - sempre nel '79.

Una successione senza connessioni se non quella dell'esplorazione di diversi poteri soprannaturali, tematica cardine dell'opera di King, cominciata con Carrie e la sua telecinesi e proseguita nel tempo tra "luccicanze" e vari Istituti di sorta. Firestarter, da parte sua, tratta di base la pirocinesi della piccola Charlie, ma più in generale risulta un'apertura kingiana al versatile mondo dei supereroi, concept che, tra mainstream e modernità, aiuta oggi più di ieri il riutilizzo dell'opera in chiave cinematografica, sicuramente più del film del 1984 e della serie tv del 2002.

Il fuoco dentro

Nel romanzo originale il riferimento ai supereroi è indiretto, parlando di "mutanti", ma nel nuovo adattamento filmico targato Blumhouse e con protagonista Zac Efron è del tutto esplicito (correte a leggere la recensione di Firestarter).

Scelta comprensibile e figlia dei nostri tempi, governati dalla superpotenza in franchising dei cinecomic e sferzati dalla crisi delle sale. Il momento è dunque propizio per tentare la via del reboot con Firestarter, ammodernandone in qualche modo il tiro senza però tradire l'anima più tesa e oscura della storia, che resta come sempre un tratto inconfondibile della letteratura di King, talvolta intrisa di salvezza e spesso invece addobbata di condanne. Quello di Andy e Charlie McGee resta uno dei racconti kingiani più seminali per il genere al di fuori dei suoi confini fumettistici, sia in chiave letteraria che cinematografica. Nell'anima, quello della pirocinesi e dei superpoteri è un pretesto per mettere in scena l'incendiario amore di un padre per una figlia e viceversa, fino ai confini più estremi dei legami affettivi, specie se minacciati o addirittura recisi. Rappresenta in questo senso un preciso contraltare a Carrie, dove invece l'assenza stessa d'amore e di rapporti familiari o amicali, nonché una forte repressione di stampo puritano, giocavano un ruolo essenziale nell'esplosione della violenza della protagonista.

Firestarter mette in scena una scintilla diversa, che nasce dalla libertà e non dalla repressione, da un'empowerment giovane e femminile dedicato al tempo a Shirley Jackson, una delle voci più rappresentative della letteratura horror (gotica e di fantasmi) che - come scriveva King - "non ha mai avuto bisogno di alzare la voce", si intende per essere riconosciuta e stimata e lasciata libera di esprimere il suo, di superpotere.

Il tocco Blumhouse

Una storia già moderna e appagante negli anni '70 che adesso torna sul grande schermo per raggiungere le nuove generazioni, tematicamente più esplicita e ripensata visivamente dal bravo Keith Thomas, già autore dell'intrigante The Vigil nel 2019 (eccovi la nostra recensione di The Vigil). Seguendo l'ormai noto modus operandi produttivo di Jason Blum, l'intenzione era quella di rispettare con ossequiosa riverenza il solco letterario tracciato da King, liberandosi forse di alcune zavorre del tempo per abbracciare esigenze cinematograficamente fondamentali, dall'azione ai toni.

Sono in fondo tanti i progetti in parte ispirati a Firestarter, da Push a Midnight Special (con l'aggiunta di tanto Spielberg), ma il compito di questa nuova trasposizione era quello di riproporre in chiave contemporanea il racconto originale del Re, con la stessa potenza narrativa e con le identiche intenzioni espositive, un po' macabre, un po' fantasiose, un po' avvincenti e un po' emozionanti. E di fatto questo è, il nuovo Firestarter: un mix di elementi che lasciano trasparire tutta la volontà ri-adattatrice della produzione, a volte viziata e altre virtuosa.

Non c'è mai una formula precisa, poi, quando si adatta - o si ri-adatta - Stephen King: la carta rende riconoscibile e spesso superlativa la sua penna ma il cinema, purtroppo, arriva spesso a maltrattarla. Non sembra questo il caso - non del tutto - e, soprattutto, il trattamento Blumhouse si è ancora una volta dimostrata sinonimo di attenzione ai tratti marcatamente più spinosi e controversi del racconto, traslati con rigoroso rispetto e giusta potenza nel film, rendendo vera una delle citazioni più belle e famose di Fahreheit 451 di Ray Bradbury - riutilizzata pure da King proprio in Firestarter: «Bruciare era un piacere».

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