Fight Club e il dialogo al bar tra i due protagonisti: un cult senza tempo

Analizziamo una breve sequenza del film diretto da David Fincher in cui i due protagonisti mettono a confronto le loro idee.

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Uscito nel 1999, Fight Club di David Fincher (tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk) non ha da subito ottenuto un grande riscontro a livello di pubblico. La pellicola, infatti, soprattutto per i numerosi e complessi temi trattati - su tutti l'alienazione dell'uomo moderno rapportata al consumismo - è passata quasi in sordina al momento della sua uscita.
Con l'avanzare del tempo però, complice anche la distribuzione in home video, l'opera si è trovata a vivere una vera e propria nuova giovinezza, riuscendo in modo lento ma costante a guadagnarsi lo status di cult immortale capace di affrontare temi spinosi ancora oggi attualissimi.
La scena che vede il protagonista (interpretato da Edward Norton) parlare con Tyler Durden (l'altro personaggio chiave del film interpretato da Brad Pitt) è in grado in poco più di due minuti di racchiudere molto bene l'essenza stessa del film.
Di seguito proveremo ad analizzare l'iconica sequenza nel dettaglio, soffermandoci soprattutto sulle tematiche cardine dell'intero film.

Mi mancava poco per essere completo

La sequenza al bar si apre mostrando i due protagonisti dialogare tranquillamente uno di fronte all'altro, con Tyler Durden che fa una battuta citando il caso Bobbit (un fatto di cronaca avvenuto nel 1993 negli Stati Uniti in cui una donna tagliò parte del pene del proprio compagno per vendicarsi di un torto subito). In questi primi secondi viene quindi rimarcato il taglio iconoclasta e politicamente scorretto della pellicola che, nonostante il tono serioso generale, riesce anche a far sorridere amaramente grazie a numerosi momenti pregni di humor nero o semplicemente grotteschi.
Subito dopo i due personaggi entrano nel vivo del discorso, con il protagonista senza nome che elenca brevemente tutti i beni materiali andati distrutti nell'incendio del suo appartamento, avvenuto poco tempo prima, mentre Tyler Durden lo ascolta con aria leggermente stranita.
La scena mette in contrapposizione due visioni del mondo completamente differenti, puntando a rimarcare anche a livello visivo la diversa caratterizzazione psicologica dei due personaggi.

Da una parte, il protagonista interpretato da Edward Norton ha un'aria stravolta (sia per quello che gli è successo, sia per i suoi problemi d'insonnia), incapace di accettare davvero la sua nuova condizione, che sembra lasciarlo senza punti fermi.
Dall'altra parte Tyler Durden, che viene presentato con un aspetto curato (per quanto stravagante), assume fin da subito il ruolo di "maestro di vita" capace di fornire al suo interlocutore tutti gli strumenti necessari per capire cosa non funziona del suo modo di approcciarsi alla quotidianità.
Il rapporto di forza tra i due viene quindi inevitabilmente sbilanciato dalle circostanze, con un Durden - estremamente sicuro di sé - che non può far altro che "cannibalizzare" il suo interlocutore.
L'inquadratura indugia per una manciata di secondi sul protagonista senza nome, che rimane in religioso silenzio e in stato quasi catatonico ad ascoltare il suo nuovo, quanto inaspettato, messia.

Il dialogo, da semplice pretesto per approfondire la filosofia di vita che muove i due personaggi in questione, diventa un vero e proprio attacco a un modello comportamentale che ormai da moltissimo tempo è considerato perfettamente nella norma, perché accettato in maniera univoca dalla collettività: lavorare strenuamente per comprare cose che spesso non ci servono davvero.
Il protagonista senza nome mostra quindi tutto il suo disagio nell'aver perso i propri beni materiali, soprattutto in funzione dello status sociale che essi possono regalargli.
Lo stereo, i vestiti di marca e ogni oggetto facente parte del nostro vivere quotidiano trascendono quindi la loro funzione originaria per trasformarsi in qualcosa di più: un vero e proprio biglietto da visita da mostrare in ogni occasione utile per far capire a tutti quanto valiamo davvero.

Sai cos'è un piumino?

Tyler Durden, scagliandosi contro il consumismo e andando a ripescare una dimensione maggiormente ancestrale dell'uomo (il concetto di cacciatore/raccoglitore tornerà infatti più volte nel film), spinge il suo interlocutore a riflettere su molte delle storture della vita moderna, a iniziare proprio da tutti quegli oggetti futili che ci circondano (e di cui siamo spesso dipendenti) che ci sforziamo di accaparrarci a tutti i costi senza neanche capire il perché.
Nella prima fase del film, quando alcune variabili fondamentali della pellicola non sono ancora palesi, la critica al consumismo e alla virtuale insensatezza di molte delle nostre azioni quotidiane diventano il fulcro nevralgico dell'intera opera.
Lo scagliarsi ferocemente contro il turbocapitalismo diventa per Tyler una vera e propria battaglia da portare avanti in maniera insindacabile.

Il protagonista senza nome, colto da una vera e propria epifania, viene così svegliato dal suo torpore esistenziale e spronato a osservare il mondo da un'altra prospettiva; seppur in un primo momento consono a sposare l'ideologia a tratti messianica di Tyler, il personaggio principale fa marcia indietro conscio del fatto che la sua assicurazione coprirà tutti i danni, cercando di trovare un appiglio per riportare il suo status sociale alla condizione di partenza, in una ricerca spasmodica di una sicurezza (fisica e psicologica) purtroppo solo apparente.

È a questo punto che Tyler, seppur rassegnato di fronte all'evidenza, lancia al protagonista, che non riesce proprio a capire dove stia sbagliando, una delle sue frasi più iconiche: le cose che possiedi, alla fine ti possiedono.
La sequenza si chiude con un Tyler leggermente irritato che lascia al protagonista la piena libertà di credere in cosa vuole, segno che forse determinate convinzioni o stili di vita sono tremendamente difficili da sradicare in breve tempo, pur portando argomentazioni valide alla propria tesi.
La forza di questa sequenza (e di molte altre presenti nel film) è quella di riuscire a risultare attuale ancora oggi (forse addirittura più che alla sua uscita), capace quindi di mettere in luce tutte le storture del nostro vivere moderno, oggi più che mai legato in maniera indissolubile al consumismo e al turbocapitalismo.

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