La Fiera delle Illusioni è il film più complesso e maturo di del Toro

Guillermo del Toro avviluppa lo spettatore in un gorgo di cinefilia e ferina formalità, capace di aggiungere un fosco tassello alla sua filmografia.

La Fiera delle Illusioni è il film più complesso e maturo di del Toro
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Fango. Pioggia. Sangue. Morte. E poi fuoco che brucia tutto, quello che spegne vite e che corre in gola attraverso l'alcol, nel tiro di una sigaretta e nei mostri che ardono dentro, creature abominevoli che in realtà siamo e in cui ci trasformiamo. Guillermo del Toro ci trascina giù nel noir più profondo, che azzanna a piene mani dal passato per diventare suo, per mescolare citazionismo e poetica di un autore che torna al cinema in grande stile.

Nonostante alcuni difetti in fase di scrittura che vi raccontavamo nella nostra recensione di La Fiera delle Illusioni, l'ultimo film del regista Premio Oscar gronda la sua autorialità, un sorriso sdentato che ci fa sentire scomodi al freddo, come un grande autore riesce a fare solo con le immagini e il significato che esprimono, teli sgualciti che stratificano il titolo, dando spessore e mettendolo sotto occhi del pubblico, che rimane comunque intirizzito dalla gelida spietatezza della pellicola.

La fiera delle illusioni di poter cambiare

Spesso quando si analizza un film, o quando si parte a volerlo scrivere, si cerca il tema, per capire in poche righe quello di cui il regista sta parlando. E La fiera delle illusioni, con uno schiocco secco di prestigio, lo svela solo alla fine.

Solo con l'ultima emblematica immagine Guillermo del Toro esplicita il tema, la trasformazione in mostro, o il fatto che in qualche maniera la bestia è sempre stata dentro di noi, anche quando provavamo in tutti i modi a tenerla in gabbia, accudendola con piaceri esterni per non farla davvero uscire. Ma se la nostra natura è ferina allora basta un lucchetto chiuso male e tutto precipita. Così è il personaggio di un pazzesco Bradley Cooper, anche se all'inizio non gli pare. E forse non pare nemmeno a noi. Ma gli indizi ci sono, picchiettati qua e là quando pian piano il regista va a riprendere tutti gli stilemi del noir. Del Toro non lesina, fagocita, riporta in maniera pedissequa la femme fatale e il tentativo di migliorare, l'ancora alla bontà della donna amata e al finale cupo e senza alcuna speranza. Assieme ai personaggi avvolti da fiamme nere che soffiano sulle menti di chi è pronto a inalarne il fumo.

Alleati dell'incubo

La perfezione formale di La fiera delle illusioni viene fuori dai grandi predecessori che del Toro vuole (e forse anche deve) omaggiare. Il primo e inevitabile è il celeberrimo Freaks di Tod Browning, che citavamo nel nostro articolo sulle migliori scene di pioggia al cinema.

Persone che diventano mostri, spinte dall'esterno o scivolate dentro il proprio buco con i bordi pieni di fango. Quello dal quale la gente osserva, abbarbicata sugli spalti con la mano sulla bocca per paura, e per morboso voyeurismo. Lo stesso che, forse, aveva chi nel buco ormai ci vive. E in un film in cui non c'è nulla di sovrannaturale, ma il paranormale viene accarezzato, ecco che del Toro riprende Cuore selvaggio di David Lynch tramite il personaggio di Willem Dafoe. Stessi baffi incisi, stessa malsana presenza scenica. Persino gli stessi denti, per niente dritti. Un collegamento con il mondo circense che dà su altro, sul fango interiore e sulla possibilità che non sia tutto lì, che ci sia qualcosa in più, solo che è tutto quello che non avremmo mai voluto conoscere. Persino l'idillio spezzato del giudice e della moglie seduti alla propria tavola è arraffato da Quarto potere di Orson Welles, un crescendo discendente dove tutto sta per essere divelto, dove non basta uccidere i sentimenti, bisogna andare oltre. E del Toro non si fa problemi: nessun buonismo, nessuna pietà, nessuna assoluzione.

Mai come questa volta l'autore messicano aggiunge un tassello alla propria poetica, ma privo di qualsivoglia umanità, un ghigno disperato per nulla temporaneo, che noi guardiamo con enfatico orrore, attratti e respinti dal perturbante sullo schermo. E allora non possiamo fare altro che liberarci nel male, trascinati nel nostro gorgo dove forse perderemo anche le parole, dove ci ruberanno la musica, un figlio, un futuro. Dove resteranno solo le immagini, nella loro lancinante bellezza.

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