La Fiera delle Illusioni su Disney+: l'atmosfera noir del film di del Toro

L'autore propone un lungometraggio diverso dai suoi soliti canoni, portando al cinema la torbida discesa di un giostraio verso l'autodistruzione.

La Fiera delle Illusioni su Disney+: l'atmosfera noir del film di del Toro
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La fiera delle illusioni - Nightmare Alley è l'ultimo lungometraggio scritto e diretto da Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno, La forma dell'acqua - The Shape of Water), capace, nel corso degli anni, di creare universi terribilmente affascinanti guidati da atmosfere inquietanti e distorte. Con questa sua opera (vi consigliamo di dare un'occhiata alla nostra recensione de La fiera delle illusioni), però, il filmmaker si è concentrato su un genere cinematografico in particolare , il noir, portando l'adattamento di un noto romanzo di William Lindsay Gresham, già trasposto nel 1947 da Edmund Goulding. Ciò permette all'artista di esplorare nuovi lidi, senza però dover rinunciare per forza al suo taglio immaginifico prorompente, che, seppur in parte limitato, ha modo di emergere.

A differenza però di altri titoli della produzione di Del Toro, Nightmare Alley è ancorato saldamente alla realtà ed è proprio questo elemento che rompe i legami con il passato, che pullula di creature sorprendenti, magici mondi nascosti o apparizioni inquietanti. Un cambio di registro drastico che permea la pellicola di un'atmosfera angosciosa e pedante, che gioca sul confine labile tra verità e menzogna. Ci concentreremo quindi sul punto di forza maggiore del film, ovvero la gestione sopraffina degli elementi noir, evocati, in particolare, nella sceneggiatura e nelle scenografie. Vi ricordiamo che La fiera delle illusioni è su Disney+ a disposizione di tutti gli abbonati.

La fiera delle illusioni: un copione che evidenzia il marciume dell'umanità

Il genere di riferimento de La fiera delle illusioni passa attraverso la caratterizzazione dei personaggi, in particolare del giostraio Stanton "Stan" Carlisle (uno straordinario Bradley Cooper).

Stanton è il tipico antieroe della tradizione noir: un personaggio tormentato dal passato oscuro (e avvolto nel mistero), che per tutto il film ricerca la sua verità e ambizione, toccando vette altissime, ma cadendo bruscamente nella spirale autodistruttiva che sporca il suo animo. L'atroce delitto del padre, che viene svelato delicatamente frame dopo frame nel corso del lungometraggio, rappresenta quella macchina primigenia e terribile che il personaggio cercherà di scrollarsi di dosso, ma che inesorabilmente, come una maledizione, segnerà la sua trasformazione bestiale nella conclusione della storia. Un'altra figura che fa da perfetto contraltare al protagonista e che è tipicamente figlia di questo genere cinematografico è la psicologa Lilith Ritter (l'impeccabile Cate Blanchett), una femme fatale che, seguendo il canone, è evanescente e passionale ma che, come il marcio mondo che circonda La fiera delle illusioni, da alleato di Carlisle, diventa il suo più acerrimo nemico.

Agli antipodi rispetto alla pura e idealista Molly (Rooney Mara), che Stanton sfrutta per il suo numero da mentalista, la donna sembra essere la metà perfetta dell'imbroglione. Detto questo, la relazione sessuale e amorosa tra i due si basa su una convenienza così forzatamente tossica, che si traduce in una gara a chi fa la mossa più meschina e disonesta. Non vi è quindi nessuna redenzione per i personaggi né via d'uscita: sono destinati, senza possibilità di cambiamento, ad un'esistenza schiacciante, vittime inconsapevoli di un sistema corrotto che li ha generati e che li illude tramite il vile denaro.

Scenografie che evocano tenebre, ma che non si appellano al soprannaturale

È forse nelle scenografie che Guillermo Del Toro ha espresso al meglio il suo amore per il noir, derivato da un attento studio del medium cinematografico nel corso degli anni. Le ambientazioni, infatti, come anche i personaggi, sono coperte da un velo di sporcizia e corruzione, esprimendo perfettamente il confine, che abbiamo indicato nell'introduzione, tra realtà e illusione. L'aspetto più intelligente sta nell'ingannare lo spettatore incantandolo con delle false piste soprannaturali create ad hoc, con degli indizi visivi, per poi brutalmente riportarlo alla nuda e cruda tangibilità.

Con questo sistema, il cineasta da un lato non tradisce la sua propensione verso l'orrore, ma al tempo stesso sperimenta nuove strade narrative e registiche. I luoghi diventano quindi espressione della falsità che aleggia intorno ai personaggi, ma che esprimono anche molto bene le radici noir dell'opera. Vi è una scena in particolare che riesce ad essere esemplificativa di tale elemento: nel momento in cui il protagonista è chiamato da Clem Hoately (Willem Dafoe) a recuperare l'uomo bestia scomparso, si perde in un labirinto di specchi terrificante che riproduce l'inferno dantesco, costellato da scritte che evocano i sette vizi capitali.

Più il personaggio si addentra nell'antro, più si sta avvicinando alla sua bestiale interiorità; non a caso, quando incontra la creatura, è come se riconoscesse la sua vera natura latente (che esplode nelle ultime battute della pellicola). Ambientazioni come il circo, lo studio della Dottoressa Ritter, ma anche le sontuose abitazioni dei ricchi che Stanton visita, nascondono sempre qualcosa di inedito e terribile che può essere colto inizialmente da uno sguardo più attento ai dettagli, ma anche attendendo lo sviluppo della narrazione. In conclusione possiamo dire che l'anima spettacolare e suggestiva de La fiera delle illusioni, che rende il film affascinante e carico d'intensità, è la sua mirabile capacità di usare un genere cinematografico come cifra stilistica coerente di tanti aspetti diversi del progetto.

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