Speciale Festa del cinema: il futuro del cinema in Italia

Qual è lo stato del cinema italiano al giorno d'oggi?

INFORMAZIONI FILM
Articolo a cura di

Qual è lo stato del cinema italiano al giorno d'oggi? Come si pone la nostra industria a livello nazionale e nel panorama europeo? A queste e a molte altre domande si è provato a dare risposta nel convegno che si è tenuto il 9 maggio a Firenze in occasione dell'evento di lancio della Festa del Cinema, l'iniziativa che prevede la possibilità, sull'intero territorio nazionale, di andare al cinema a soli 3 euro per i biglietti in 2D e 5 euro per quelli 3D. Molti gli ospiti, dall'onorevole Silvia Costa, europarlamentare e direttrice della commissione Europa Creativa, Nicola Borrelli direttore generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Lionello Cerri presidente dell'ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema), il regista e sceneggiatore Roan Johnson dell'Associazione 100autori, Mario Lorini, presidente della FICE (Federazione italiana Cinema d'Essai) e infine l'Assessore alla Cultura della Regione Toscana, Cristina Scaletti.
Aprendo il discorso sull'importanza della produzione cinematografica e sul lavoro del Ministero per il cinema Nicola Borrelli ha spiegato giustamente di come questo settore sia ancora visto come qualcosa di minore, nonostante “il fatturato delle produzioni audiovisive in Italia sia di 4,7 miliardi di euro, al pari con il settore degli spostamenti aerei. Il settore cinematografico è enormemente importante a livello economico ma viene lasciato in disparte e considerato erroneamente minore. Esiste un potenziale inespresso delle sale cinematografiche rispetto a quelle teatrali che ricevono circa dieci volte più fondi rispetto a quelle del cinema (si pensi però che queste devono gestire anche i costi di allestimento degli spettacoli e necessitano di fondi certamente maggiori). In Italia purtroppo manca un disegno strategico per la promozione e l'aiuto alla sala cinematografica. Se ci paragoniamo alla Francia, da sempre in prima linea per il sostegno al cinema, vediamo come siano presenti non solo aiuti a livello centrale ma anche quelli provenienti da enti locali e regionali e addirittura da privati. Non invidio alla Francia il proprio sistema di finanziamento alla cultura, ma piuttosto invidio il loro spirito di preservazione dell'identità nazionale che è riuscito a creare quella politica di finanziamento. In Italia si pensa a finanziare il cinema solo per un aspetto economico ma si dovrebbe farlo innanzitutto per l'aspetto culturale che esso comporta. L'identità culturale di un paese viene plasmata anche grazie al settore audiovisivo.”

Sebbene ci siano delle ricadute notevoli sul territorio (in Toscana dal 2009 ad oggi oltre 35 milioni di euro sono rientrati nell'economia regionale grazie al mondo del cinema), il ruolo fondamentale del cinema non deve essere quello di creare economia ma quello di fare e promuovere la cultura. Altrimenti si cercherà unicamente di finanziare progetti culturali dal quantificabile ritorno economico, abbattendo drasticamente tutta la promozione culturale.

Si è disegnato un futuro non troppo roseo per il cinema se non ci sarà dalla distribuzione e dagli esercenti la capacità di rinnovarsi e di capire quali sono le nuove realtà che si stanno delineando nel futuro del medium. Si è dimostrata, purtroppo, ancora una volta l'aperta ostilità degli esercenti verso la rete, sia nei termini di pirateria informatica (giustamente ostracizzata) che in quelli di nuove piattaforme di fruizione del cinema, parlando a gran voce del bisogno di leggi contro la pirateria ma non riuscendo a capire come ci siano alla base anche problemi distributivi notevoli, legati spesse volte a progettualità economiche. Prendiamo ad esempio l'uscita di un film come Blue Valentine di Derek Cianfrance, film molto bello e di rara qualità artistica ma vecchio di ben tre anni e uscito nelle sale italiane in una sola copia. L'operazione non ha certo sbancato ma è servita soltanto alla vendita a prezzo maggiorato dei diritti di distribuzione home-video e televisivi, visto il passaggio nelle sale cinematografiche. Pensiamo anche ad esempio il grandissimo passo falso della distribuzione di Prometheus di Ridley Scott che, tralasciando la sua qualità, è arrivato nelle sale nostrane oltre tre mesi dopo l'uscita americana. Il film era addirittura stato programmato per il mese di ottobre, dieci giorni dopo l'uscita del DVD/Blu Ray inglese e statunitense. Il film sarebbe stato così disponibile per vie legali, e non illegali come la pirateria, ben prima dell'uscita nelle sale italiane. Purtroppo quando si finisce a parlare di pirateria informatica e del famigerato Web 2.0, le discussioni diventano spinose ma ancora una volta non si è riuscita a trovare alcuna soluzione.

Secondo i dati della FAPAV (Federazione per la Tutela dei Contenuti Audiovisivi e Multimediali) i danni quantificabili al giro d'affari della pirateria sono di circa 500 milioni di euro. Dalle statistiche della Telecom arriva invece l'allarmante dato che circa il 70% del traffico totale internet proviene da materiale audiovisivo, e di questo 70% la metà proviene da siti di download illegale. È un problema annoso che sorprendentemente tocca diverse fasce sociali e non solo i giovani come si potrebbe credere, infatti una buona parte degli “scaricatori illegali” avrebbe una cultura medio-alta e si posizionerebbe in una fascia d'età che va dai 20 ai 50 anni.

“La pirateria può essere vista anche come una reazione alla mancanza di una possibilità di vedere un film via internet in modo legale - ha continuato Borrelli nella sua esposizione - il cinema sta vivendo lo stesso problema che vedeva il settore musicale qualche anno fa. Ma quello musicale movimentava 300 milioni di euro mentre quello cinema diversi miliardi. Sta anche al settore trovare delle nuove risposte commerciali che riescano a contrastare questo problema. Acquistare legalmente la visione di film in rete ha un costo che varia tra i 9 e i 18 euro, un prezzo irragionevolmente alto che spinge ovviamente verso la pirateria. Sono convinto che si debba valutare la rete come un'opportunità invece di un rischio. Internet deve unire e collegare, non deve allontanare dalla cultura. Si devono unire i cinema in una rete che sia capace di promuovere eventi in parallelo e che renda disponibili più pellicole al maggior numero di persone possibili. La pirateria si combatte sì con le leggi, ma un modo più efficace di farlo è quello di educare il pubblico alla visione.“

Ma è stato Roan Johnson, regista, sceneggiatore e scrittore pisano, a dare uno dei punti di vista più interessanti dell'incontro, mettendo in campo i diversi problemi che affliggono la nostra industria: dalla mancanza di una progettualità forte, all'inesistenza di una formazione tecnica vera e propria fino ai problemi di distribuzione del cinema italiano.”Nel prossimo futuro del medium questa divisione netta tra cinema, web e televisione si dovrà per forza dissolvere. Pensiamo che alla fondazione dell'associazione 100autori era strano vedere come si fossero uniti sotto lo stesso tetto autori provenienti dalla televisione e dal cinema che fino a pochi anni fa non sopportavano la vista l'uno dell'altro.

Sul futuro del cinema italiano si dovrebbe parlare innanzitutto della formazione. Pensiamo come la Danimarca abbia prodotto una enorme percentuale di registi e autori importantissimi del panorama mondiale, basti pensare al nome di Nicolas Winding Refn. Pensiamo inoltre che i danesi sono in 5 milioni e noi quasi 65. Se lo vedessimo come un confronto calcistico sarebbe come se la nazionale danese ci sconfiggesse 4-0, 2-1, 3-0, e via dicendo. Se succedesse questo l'Italia tutta andrebbe incontro alla rivoluzione popolare. Ma trattandosi di cinema non interessa a nessuno. In Italia il calcio è seguito e ci sono scuole un po' dappertutto, per il cinema il discorso è il contrario. In Danimarca si istruisce e si crea un pubblico fin dalle scuole primarie e attraverso tutto il percorso scolastico. Si contribuisce così a creare un mercato insieme a delle nuove figure lavorative, dai registi, agli sceneggiatori, ai tecnici fino ai videomaker. Nelle università italiane si insegna solo teoria del cinema e non si FA cinema. Se guardiamo al modello nordico e a quello anglosassone, se vai a studiare cinema o letteratura, hai la possibilità di scrivere o di girare un film. Così, alla fine del percorso di studi il laureato ha già un piede nel mondo del lavoro con delle esperienze quantificabili. Qui siamo molto indietro.

Pensiamo anche a come si finanziano i film in Italia. Per fare un film medio-basso si deve passare per forza da Rai Cinema e dal MiBAC che devono giudicare le opere attraverso delle commissioni che difficilmente cambiano nel corso degli anni. Esiste così un forte rischio di omologazione. Bisogna cercare il soggetto che piaccia alla commissione, annullando totalmente la componente creativa. Non esiste così alcuna possibilità per quei giovani registi che vogliono fare qualcosa di nuovo e di diverso. La soluzione è quella di aprire le maglie e dare nuove possibilità ai giovani e ai nuovi arrivati oppure vedremo il nostro cinema lentamente sparire e diventare un inguardabile parata di pellicole tutte uguali.

Anche la distribuzione va ripensata e sicuramente va cercato un nuovo punto di contatto con il web. Prima si creava un rapporto tra l'esercente e lo spettatore, ci si fidava e si andava a l cinema a vedere quello che la sala offriva. Adesso si è arrivati a credere che se un film viene visto da tanti allora il film è bello. È ovvio che se un film come Vacanze di Natale viene distribuito in 500 copie e un film come Bellas Mariposas in 2 copie, il secondo non vedrà un decimo degli spettatori del primo. Ciò non rende necessariamente Vacanze di Natale bello.

Il paradosso a cui siamo arrivati è che molti film italiani non vengono distribuiti dai cinema ma spesso finiscono nel circuito dei festival. Solo alcuni riescono a trovare un circuito distributivo alternativo all'interno delle sale d'essai. Questi piccoli eroi riescono a sostenere la produzione indipendente. C'è alla base un problema di identità, abbiamo bisogno di autostima e sicurezza nel nostro paese. Mi stupisco come mai Rai TV non mandi in onda nessun film italiano, pellicole che lei stessa ha contribuito a produrre, e che queste spesso finiscano su SKY.”
Il futuro del cinema italiano e del cinema in Italia è ancora nebuloso. Se guardiamo ai dati nel 1965 gli spettatori erano quasi 800 milioni, dieci anni più tardi 500 milioni. Si pensi che in quegli anni la televisione non era ancora presente nelle case di tutti gli italiani e che i canali principali erano quelli pubblici della RAI. La televisione privata è arrivata tra il 74 e il '76 e ciò ha portato ad una drastica diminuzione degli spettatori al cinema sul finire del decennio con solo 200 milioni di presenze in sala. La cifra degli spettatori si è oramai stabilizzata negli ultimi vent'anni intorno ai 100-120 milioni. Invece se inseriamo nell'equazione anche televisione e web, legale e non, possiamo vedere come ci si trovi ben oltre gli 800 milioni degli anni Sessanta. Viviamo nel periodo di maggiore consumo di prodotti audiovisivi che si sia visto in Italia. Il segreto sta nello scoprire come si possa riuscire a portare la gente nuovamente al cinema, spingendo tutta la filiera produttiva e distributiva verso un obbiettivo comune: la creazione di un'identità nazionale. Facendo così forse si riuscirà a fare affezionare nuovamente un pubblico che probabilmente si è sentito abbandonato da scelte infelici nel corso degli anni. Ma la colpa di chi è?