Fast & Furious e le leggi della fisica: l'esasperazione dell'assurdo

Con Fast & Furious 9 la saga action-automobilistica con protagonista Vin Diesel è pronta a sfidare nuovamente le leggi della fisica.

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Il franchise di Fast & Furious è stato capace di adattarsi per non scomparire. Un darwinismo cinematografico che contempla la legge del più forte e che ha portato la saga action-automobilistica con protagonista Vin Diesel a diventare inaspettatamente una delle più longeve e remunerative della storia del cinema mainstream. Non ha particolari ambizioni artistiche e ogni sforzo interpretativo e registico verte soprattutto al divertimento del pubblico, ed è in fondo giusto così, essendo Fast & Furious grande intrattenimento da sala, passatempo dichiarato in compagnia della Famiglia (o banda) Toretto e di sequenze oltremodo assurde che di capitolo in capitolo vanno a sfidare sempre più apertamente diverse leggi della fisica.

A uno sguardo più attento risulta anzi chiaro come la cifra stilistica del franchise sia proprio questa: alzare sempre di più l'asticella dell'illogicità per andare a creare uno spettacolo memorabile con il solo obiettivo di frantumare la coscienza critica dello spettatore, accompagnandolo in un viaggio di genere che del complesso irrazionale ha fatto uno dei suoi più blasonati successi. E a quanto pare, Fast & Furious 9 farà mettere ancora più in discussione rispetto al passato le fisica delle scene all'audience, prima di arrivare al gran finale con Fast & Furious 10 il prossimo anno, da cui a questo punto non sappiamo davvero cosa aspettarci.

Cambiare pelle

Con intenzioni completamente differenti e cinematograficamente parlando meno temerarie, il franchise Universal è l'unico ad applicare un discorso evolutivo al comparto stunt-action insieme al Mission: Impossible con Tom Cruise. Sono produzioni che hanno in comune poco o nulla, se non il fatto di appartenere allo stesso genere e giocare anche con tratti spy thriller ed heist movie (con i dovuti e sacrosanti gradi di separazione necessari), eppure ad avvicinarli con insistenza è questa spasmodica e ormai centrale ricerca della prossima, sconcertante ed elettrizzante sequenza d'azione che possa dirsi migliore e più grande delle precedenti.
Se però le avventure di Ethan Hunt hanno come saldo principio quello di non tradire mai troppo apertamente le leggi della fisica, costruendo uno spettacolo articolato e più difficile da realizzare proprio per mantenere intatta la credibilità dell'impalcatura concettuale della scena, a Fast & Furious importa poco o nulla della veridicità, chiedendo ai suoi fan una costante sospensione dell'incredulità.

All'inizio non era così. C'erano corse in automobili truccate e valvole del NOS da aprire, un faccia a faccia tra due realtà distanti come quella del poliziotto e del ladro, gatto e topo, rapine stradali non così eccessive. Era tutto pensato per essere avvincente e appassionante all'interno di una descrizione fino ad allora mai provata del piccolo e intrigante mondo delle corse illegali. La produzione ha poi tentato di trasformare immediatamente il brand in un franchise con protagonista Paul Walker, partorendo 2 Fast, 2 Furious e sbagliando mira, anche se l'esagerazione era già pronta a insinuarsi sotto la pelle della serie.

Fast & Furious: Tokyo Drift è stato poi il film spartiacque, se vogliamo: primo capitolo diretto dal poi feticcio Justin Lin, visivamente strabordante perché ambientato a Tokyo, lontano da un discorso culturale occidentale e più legato all'anima primaria della saga, quella delle auto e delle corse illegali. Anche qui non c'era Vin Diesel e il film si è infatti rivelato (ed è stato considerato) un divisivo spin-off senza particolare interesse ad approfondire quell'amore per l'assurdo al centro della nostra analisi.

Belli i drift e gli inseguimenti, carismatico Han e d'impatto la sua morte (che sappiamo non essere avvenuta, in realtà), ma il vero modello produttivo di Fast & Furious doveva ancora arrivare. Non in Fast & Furious: Solo parti originali in ogni caso, che ha avuto però il merito di tornare alle origini e riportare su schermo la coppia Vin Diesel e Paul Walker.

Sempre più su

Il punto di svolta focale nella storia dell'assurdità del franchise - nonché dell'accentuazione della sua spettacolarità - è arrivato in tutta la sua inattesa potenza con Fast & Furious 5, e non stiamo parlando soltanto dell'inseguimento finale in stile Blues Brothers con centinaia di macchine della polizia fracassate per ogni vena o arteria stradale di Rio de Janeiro, ma anche dell'iniziale rapina al treno. Il film si apre subito con una sequenza d'azione estremamente avvincente per poi chiudersi con quella che è ancora oggi considerata la sequenza clou del franchise. Due auto, una gigantesca cassaforte d'acciaio, due fili metallici e tutte le forze dell'ordine di Rio alle calcagna: una di quelle scene che impressionano già alla prima visione, specie quando Dominic e Brian cominciano a utilizzare la cassaforte come una palla da demolizione spingendo sull'acceleratore fino ai 200 chilometri orari.
Difficile fare meglio di quell'astuta e geniale trovata, eppure Justin Lin e la penna gravida d'entusiasmo e follia di Chris Morgan ci si sono paurosamente avvicinati nel terzo e ultimo atto di Fast & Furious 6, lungo "la pista aeroportuale infinita" contro Owen Shaw (Luke Evans), con protagoniste quattro super car e un colossale aereo militare. Ma anche nel sesto capitolo della saga, tra l'inizio e la fine, ci sono un altro paio di sequenze dove la fisica non ha ragione, specie nel salto nel vuoto di Dom da una corsia autostradale all'altra con una spinta sconosciuta persino a uno space shuttle e neanche un osso frantumato.

Fast & Furious 7 di James Wan è poi salito ulteriormente di grado (soprattutto registicamente parlando) senza però guardare obbligatoriamente al finale per ideare qualcosa di pazzesco e contro ogni logica, come ad esempio il lancio in paracadute della Banda Toretto all'interno delle proprie automobili o il salto a tutta velocità tra i grattacieli di Dubai. Mettiamoci anche lo scontro conclusivo tra Dom e Deckard Shaw, a tratti fantascientifico per le botte che prendono senza fare chissà poi quante storie.

E arriviamo infine a Fast & Furious 8, la rigenerazione del franchise post-morte prematura di Paul Walker. Qui l'assurdità comincia a essere invadente ospite di casa già in apertura, quando Dom vince una corsa illegale in quel di Cuba guidando in retromarcia un catorcio completamente avvolto dalla fiamme e senza più un pezzo di carrozzeria.

Che poi sarebbe anche interessante capire come sia possibile che all'arrivo siano presenti tutti (tutti!) i personaggi che si vedevano alla partenza, pronti a festeggiare il vincitore. Qui si va contro lo spazio-tempo e in generale nell'ottavo capitolo a Morgan non interessa davvero più nulla del concetto di veridicità.

Lui, Vin Diesel e F. Gary Gray è come se guardassero il pubblico in faccia e al grido di "o state al gioco o quella è la porta", lo sfidassero ad accettare ogni sequenza tecnologicamente, fisicamente e intellettualmente irragionevole e sopra le righe, senza mezzi termini. È così che hanno partorito la scena dell'orda di "macchine zombie", ad esempio, o anche l'intero inseguimento finale in Russia tra cinque o sei auto, un paio di moto da sci e un sottomarino nucleare armato sotto la superficie ghiacciata. E dopo la vittoria, cenetta sui tetti di New York con la Famiglia (obbligatoriamente maiuscola).
Dopo tutto questo, quando sentiamo Michelle Rodriguez affermare "che i fan metteranno in seria discussione la fisica delle scene" in Fast & Furious 9, dunque, ci viene sia da ridere che da sorridere. Nel primo caso perché è un commento abbastanza ingenuo, come se in passato non fosse mai stata messa in discussione. Nel secondo, invece, perché non vediamo l'ora di tuffarci in questa nuova follia cinematografica.

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