Fahrenheit 11/9 e la fine della democrazia: l'apocalisse secondo Moore

Michael Moore è arrivato alla Festa di Roma più abbattuto e arrabbiato che mai, presentando un Fahrenheit 11/9 apocalittico, disperato, imperdibile.

speciale Fahrenheit 11/9 e la fine della democrazia: l'apocalisse secondo Moore
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L'11 settembre del 2001, in America il 9/11, il mondo è cambiato per sempre. La caduta delle Torri Gemelle ha causato non solo la morte di oltre 3000 persone, cittadini del mondo più che di New York, di ogni etnia e religione, ma anche l'inizio di una nuova era. Un'epoca in cui in nome della sicurezza il popolo ha rinunciato a un po' della sua privacy, mentre il governo USA cercava armi di distruzione di massa e iniziava nuove guerre.
Ciò che ha portato al 9/11 e agli eventi successivi è raccontato con ironia e dolorosa lucidità da Michael Moore in Fahrenheit 9/11, documentario Palma d'Oro al Festival di Cannes.
Il controverso regista di Flint, la città più povera degli Stati Uniti, torna oggi raccontando un altro punto di svolta della nostra storia recente: il 9 novembre del 2016, ironia della sorte l'11/9 negli USA, Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti, senza che lui stesso e il partito se lo aspettassero, contro ogni previsione o proiezione, pur prendendo paradossalmente 3 milioni di voti in meno rispetto alla rivale democratica Hillary Clinton. Cosa è successo e cosa potrebbe ancora succedere è raccontato in Fahrenheit 11/9.

Resistenza

Difficile parlare del film senza schierarsi apertamente, evitando di affrontare i temi trattati con occhio politico, possiamo però dire che il nuovo lavoro di Michael Moore ha tutte le sembianze di una bomba atomica che deflagra in slow motion, impiegando 120 minuti.
Due ore di contenuti, di fatti e accuse documentati, di lucida disperazione e pessimismo cosmico, che colpiscono allo stomaco e spingono chi guarda a mobilitarsi. A impegnarsi politicamente, a trasformare le immagini in qualcosa di concreto.
Mai il regista di Flint si è mostrato così cupo, abbattuto, arrabbiato come in questo caso, persino più che in Fahrenheit 9/11 e Bowling a Columbine. La funzionale ironia di Where to invade next ha lasciato il posto al disastro, alla corruzione, alla gente avvelenata dai suoi stessi governanti, a prospettive future che si fanno rosee solo accanto alle nuove generazioni.
Il fulcro di tutto è certamente l'elezione di Donald Trump alla presidenza degli USA, lo sguardo tagliente di Moore però non risparmia nessuno questa volta: ce n'è per Hillary Clinton e per il marito Bill, per i media e per i governatori locali, per gli stessi democratici e Barack Obama - tutti complici di aver portato gli USA a ciò che sono adesso.
Il caso relativo al nuovo acquedotto di Flint, tanto superfluo quanto avvelenato dal piombo, si fa crocevia di un'America devastata ma pronta a resistere, a combattere a denti stretti, seppur ammalata.

Cultura vs ignoranza

La nuova "resistenza" passa dunque per le nuove generazioni, per la cultura, per la conoscenza, uniche armi possibili contro l'ignoranza e la stupidità agognata dall'intrattenimento di massa, come ci ha detto Michael Moore in carne e ossa, alla Festa del Cinema di Roma.
"Il cinema è uno strumento molto importante ma sono preoccupato. Da tempo negli Stati Uniti non si riescono più a vedere i bei film europei, asiatici, degli autori più grandi di questo tempo come del passato. Un paradosso, perché il cinema è l'unica vera arte del popolo. Per andare a un concerto, ci vogliono oggi circa 100-200 dollari e non tutti possono permetterselo, lo stesso vale per gli eventi sportivi. Vedere un film invece costa ancora 10 dollari. Quando ero ragazzino, nella mia città era facile vedere i grandi capolavori di Fellini, Kurosawa, Bertolucci, oggi non c'è più nulla."
"La gente non vede più come si vive al di fuori dei confini americani. Se si pensa poi che oltre il 60% dei miei connazionali non ha un passaporto, dunque non ha mai viaggiato, la situazione diventa drammatica. Non si hanno metri di paragone, si è chiusi all'interno di una bolla. C'è solo la televisione e l'ignoranza che essa genera. Anche per questo ho girato Where to invade next, per mostrare cosa accade negli altri Paesi del mondo. Ho anche restaurato un piccolo cinema nella mia città per proiettare ancora i grandi film d'autore, che possano arricchire lo spettatore. A tal proposito, visto che voi italiani siete stati dei maestri, vi chiedo in ginocchio di tornare a fare grandi film. Tornate a produrre arte."

Macchiette presidenziali

Il regista si è dimostrato davvero ostile rispetto ai media del suo Paese, rei di aver trasformato Trump in una macchietta e averci lucrato sopra per anni - fino a trasformarlo inconsapevolmente in un'icona di massa. "I media sono assolutamente responsabili del successo di Trump. Non lo hanno mai preso sul serio, hanno scherzato su di lui, lo hanno chiamato The Donald, trasformandolo in una star. Proprio lui, maschilista, prepotente, misogino, che spesso ha dichiarato di volersi fare volentieri la figlia nel caso la legge glielo avesse permesso, famoso per andare a letto con donne che poi dichiaravano alla stampa di aver fatto 'il miglior sesso di sempre'."

"Con questa spazzatura i network hanno fatto soldi a palate. Quando ha proposto la sua candidatura alla presidenza, tutti hanno riso, il giorno dell'elezione il New York Times dava ancora la sua vittoria al 15% poiché chiuso all'interno di una bolla. Fuori da New York, da Los Angeles, c'è l'America reale che lo ha votato in massa. È normale che accada questo quando distruggi la scuola, quando per accedere all'università bisogna chiedere un prestito di 150.000 dollari che ti perseguiterà fino ai 40 anni, quando lasci il controllo alle grandi corporazioni - interessate solo alla stupidità."

Hitler come Trump

In Fahrenheit 11/9 c'è una sequenza controversa in cui Hitler si rivolge a una folla sterminata di persone, in uno dei suoi numerosi interventi pubblici. Dalla sua bocca però esce la voce di Donald Trump, visto dunque come un possibile dittatore, attentatore della democrazia: "Non ho detto che Trump è Hitler, attenzione, ho detto che Hitler è Trump. Sono arrivati al potere più o meno allo stesso mondo, lasciandosi legittimare dal popolo, una follia alla volta. Io ci ho scherzato su, mi sono anche divertito, ma c'è poco da ridere, bisogna prendere la cosa molto seriamente. È proprio perché abbiamo sempre scherzato sui proclami di Trump che oggi siamo in questa situazione, e anche altri Paesi del mondo rischiano la medesima deriva, Italia compresa."
"Non bisogna adagiarsi sul fatto di essere democrazie costituite, anche la Germania degli anni '30 era una nazione favolosa, prosperosa e democratica, avanti di decenni rispetto ad altri Paesi. Poi si è perso il controllo in pochissimo tempo, una volta corrotta la democrazia non si sistema da sola. Prendiamo un'auto moderna, con tutti i sistemi di assistenza alla guida: se c'è da frenare o da sterzare in emergenza, è magari in grado di farlo da sola. La democrazia non ha nessun sistema di sicurezza, se affidiamo l'auto a un folle, questo può gettarla giù da una scogliera in qualsiasi momento."


Rabbia viscerale

Tornando al cinema, a Fahrenheit 11/9, la rabbia, la disillusione e la voglia - nonostante tutto - di continuare a lottare di Michael Moore si sono trasformati in un lavoro potente, imponente, minuzioso nel ricostruire alcuni passaggi chiave degli ultimi cinque anni di storia americana.
Passaggi condizionati da politici corrotti, cittadini traditi, baracconate d'avanspettacolo andate in scena nello studio ovale della Casa Bianca, una democrazia in pericolo che sta perdendo la bussola, trasformandosi in un pessimo romanzo fantascientifico post-apocalittico.
Cinema di azione e reazione, in grado di far ridere e piangere il suo pubblico, di farlo agitare nella poltrona, fino a spingerlo a fare qualcosa di concreto una volta fuori dalla sala.

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