Everycult: Taxi Driver di Martin Scorsese

L'Everycult della settimana è Taxi Driver, neo-noir del 1976 scritto da Paul Schrader e diretto da Martin Scorsese.

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"È un profeta e uno spacciatore, in parte la verità, in parte la finzione, una contraddizione ambulante." In originale, il testo recita: "He's a prophet and a pusher, partly truth, partly fiction, a walking contradiction." La canzone si intitola The Pilgrim, è un singolo estratto dall'album country The Silver Tongued Devil and I del 1971 ed è stata composta, scritta e interpretata dal cantante e attore Kris Kristofferson. Lo stesso che esattamente novi anni dopo, nel 1980, avrebbe recitato nei panni di James Averill ne I Cancelli del Cielo, epico e ambizioso western crepuscolare da cinque ore e mezza scritto e diretto da Michael Cimino e che, ironicamente, avrebbe chiuso per sempre i cancelli della corrente artistica nota come New Hollywood.
Esattamente a metà fra questo film e questa canzone sta Taxi Driver di Martin Scorsese, che nel 1976 si diverte a citare sia Kristofferson che il suo brano in una famosa scena di tranquilla quotidianità: si tratta della sequenza della colazione fra Travis e Betsy, che coincide con il loro primo appuntamento e durante il quale la ragazza, la più bella e radiosa fra le impiegate dello staff elettorale del senatore di New York Charles Palantine, nota una certa corrispondenza fra l'uomo enigmatico davanti a lei e quello di cui canta Kristofferson nel brano sopracitato.

Di certo il personaggio di Robert De Niro una contraddizione ambulante lo è eccome, arrabbiato col mondo ma a modo suo dolce, spesso ingenuo, sicuramente disturbato sessualmente e molto ignorante, che ha scelto di essere un assassino al pari di Lee Harvey Oswald (o meglio Arhtur Bremer, cittadino americano che nel 1972 attentò alla vita del candidato democratico alle presidenziali George Wallace, alle cui memorie Paul Schrader si ispirò per scrivere la sceneggiatura di Taxi Driver), che per un perverso scherzo del destino fu eletto a eroe nazionale dai media della città.
Ecco, se c'è una parola che può riassumere appieno tutti gli aspetti del film di Scorsese è proprio questa, perversione, un aspetto che trasuda da ogni fotogramma (desaturato) della pellicola: dai monologhi interiori del protagonista (ispirati a Le Memorie del Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij), al suo disilluso girovagare per le strade di New York (nello stile de Lo Straniero di Camus), dalle riflessioni ciniche sulla società moderna (figlie de La Nausea di Sartre) all'enigmatico finale (forse Travis non è affatto guarito, nonostante lo sfogo della sua personalissima Notte del Giudizio), passando naturalmente per l'attrazione quasi sessuale con la quale la cinepresa di Scorsese indugia su vicoli zozzi, armi da fuoco, tossici, cinema porno, tombini, mariti desiderosi di uccidere la propria moglie e papponi...
Tutto in Taxi Driver è perverso, sporco, sudaticcio. Fa ribrezzo ma allo stesso tempo ci attrae, come l'abisso di nietzschiana memoria, come il mondo fuori dalla finestra o il pazzo che ci guarda attraverso lo specchio.
Era il 1975 e il cinema aveva una forma ben precisa. Arrivato il '76, con l'uscita di Taxi Driver, ne aveva guadagnata un'altra.

Vengono fuori gli animali più strani, la notte

Ne sa qualcosa il Robert McCall di Denzel Washington, che nel recente The Equalizer 2 di Antoine Fuqua si è messo a citare Travis Bickle facendo l'Uber Driver e raddrizzando i torti dei suoi passeggeri. Esattamente il contrario di quanto accadeva nella New York del '76, dalla quale il personaggio di De Niro veniva gradualmente sopraffatto, come in un incubo senza uscita.
E come ogni brutto sogno che si rispetti, il film di Scorsese non offre un quadro generale, ma solo i tantissimi dettagli che lo compongono. C'è qualcosa di infernale nei minuti iniziali di Taxi Driver, fatti di nebbia, rosso e zolfo (rimarcati dai colori sfumati della pellicola imposti dalla produzione per evitare tonalità troppo accese e cruente) così come qualcosa di onirico nel suo finale (lo scatto d'ira verso lo specchietto retrovisore), elementi che insieme conferiscono all'opera una visione molto più universale rispetto a quella terrena e prettamente newyorkese che gli si accosta il più delle volte.
Il film di Scorsese non è un'opera sulla grande mela ma una riflessione sull'anima nera di un uomo che in New York trova solo ed esclusivamente le brutture che vuol vedere, le seleziona appositamente nel corso delle sue interminabili notti passate al volante del suo taxi, va sempre negli stessi posti e studia con ossessione sempre le stesse persone, come a volersi auto-convincersi che la sua crudeltà e mancanza di empatia siano giustificate perché il resto del mondo si comporta addirittura peggio di quanto non faccia lui.

Perché Travis non porta il suo taxi da qualche altra parte? Perché continua a tornare incessantemente per quelle strade (precisamente dall'ottava in giù, tra la 42esima e 57esima), come una lingua che non può fare a meno di martellare con cauto timore sul dente che duole?
La risposta è semplice: l'oscurità è più affascinante, attraente e magnetica e una volta che ti ha sedotto non la si può abbandonare in nessun modo.
Ecco perché Travis non riesce a tirarsene fuori ma anzi va sempre più a fondo, perché vediamo solo ladri e stupratori e assassini e folli. O ancora perché nel terzo atto Scorsese indugia sui macabri dettagli della morte, sulle mani che saltano in mille pezzi e le pallottole che lacerano le carni del collo, addirittura enfatizzando la violenza con un perverso slow motion pur di godersi il più possibile quel momento.
Circa un'ora prima, invece, nel riprendere una telefonata durante la quale Travis viene rifiutato da Betsy (un momento per il quale lo spettatore avrebbe potuto provare empatia nei confronti del protagonista), il regista sposta la cinepresa da De Niro al corridoio vuoto, in fondo al quale una porta aperta getta il nostro sguardo sulla strada.
È il momento più importante del film, probabilmente, non solo un tecnicismo cinematografico di geniale intuizione ma una vera e propria presa di posizione di Scorsese: Travis è già perduto, la sua psiche è marcita in Vietnam (ci viene mostrata un'orribile cicatrice sulla sua schiena, la quale però non viene mai spiegata perché la sua storia ormai appartiene al passato) e il richiamo dell'oscurità dal mondo esterno è così forte da coprire i lamenti della sua anima tormentata; per il regista il rifiuto è più doloroso della rabbia folle che infesta il mondo, e che contagia il suo protagonista.

La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita

C'è un disagio prettamente hichcockiano che permea tutto il film, ma Scorsese dimostra il suo amore incondizionato anche e soprattutto per il cinema europeo (la New Hollywood nacque principalmente grazie alle influenze della Nouvelle Vague), giocando con gli spazi sui modelli tipici di Godard e aumentando la tensione calcando la mano sull'ossessione come faceva Bresson.
Si tratta di elementi incredibilmente trendy per critici, cinefili e studiosi di cinema, eppure nel film sono inseriti in maniera così sottile e allo stesso tempo efficace da non costituire il fulcro dell'esperienza cinematografica che è Taxi Driver. Non è solo pura arte, ma è anche un lavoro incredibilmente "divertente" e appassionante da guardare.
La storia di un tassista dal passato oscuro che si innamora di una donna per bene, che viene rifiutato e decide di uccidere un candidato alla presidenza, anche se - intimidito dai servizi segreti - cambia idea all'ultimo secondo e allora, pur di trovare un senso alla sua esistenza (e soprattutto un modo per porle fine), si improvvisa cavaliere senza macchia e si mette in testa di salvare la vita a una prostituta minorenne ammazzando a sangue freddo il suo pappone: è una favola urbana e nera che avrebbe conquistato il pubblico di tutto il mondo anche senza la perizia artistica e il genio di Scorsese a muoverne le fila.
Ma è grazie a quel genio che dopo tutti questi anni Taxi Driver è ancora uno dei più grandi film di sempre, forse il migliore del regista italo-americano (anzi, da qualche giorno possiamo orgogliosamente definirlo tutto-italiano), con Travis che resta senza dubbio la creatura più affascinante e duratura che si possa trovare nelle carriere di Scorsese, De Niro e dello sceneggiatore Paul Schrader.

Tori Scatenati

Il Giustiziere della Notte, cruento pulp con Charles Bronson diretto da Michael Winner, era arrivato due anni prima (1974) rispetto a Taxi Driver, ma la vendetta esclusivamente personale dell'ingegnere Paul Kersey non ha nulla a che vedere con la rabbia repressa e febbrile di Travis, che è diventato il punto di riferimento per la creazione di tutti i personaggi borderline a lui successivi.
Non c'è bisogno di sforzarsi troppo per individuare la vastissima impronta che questo film ha lasciato nella cinematografia moderna, da Fight Club a Watchmen (i personaggi di Tyler Durden e Rorschach devono entrambi moltissimo a Travis), da L'Odio di Mathieu Kassovitz al cinema di Quentin Tarantino... Perfino il finale enigmatico, che sembra voler suggerire come questi cicli di violenza si auto-perpetuino e siano destinati a ripetersi per sempre, è molto simile a quello di Shining di Stanley Kubrick, che sarebbe arrivato quattro anni più tardi, nel 1980.
È anche impossibile non vedere qualcosa della Los Angeles retrofuturista del Blade Runner di Ridley Scott (1982) nella New York di Taxi Driver (Scorsese era inizialmente interessato a dirigere il film con Harrison Ford), quasi sempre notturna, spesso al neon e jazzistica (uno stile musicale fondamentale in Blade Runner) grazie alle note indimenticabili di Bernard Herrmann, scomparso subito dopo averle composte.
Dopo essersi aggiudicato la Palma d'Oro durante la ventinovesima edizione del Festival di Cannes, agli Oscar del '77 perse sotto i colpi del titanico fenomeno culturale Rocky di John G. Avildsen, che a fronte di ben dieci statuette si aggiudicò quelle per il miglior montaggio, regia e film dell'anno (quella al miglior attore, contesa fra De Niro, Stallone e il nostro Giancarlo Giannini di Pasqualino Settebellezze, fu assegnata postuma al Peter Finch di Quinto Potere di Sidney Lumet), ma la scelta dell'Academy fu comprensibilmente fisiologica, in un certo senso: perché premiare le bruttezze e le storpiature di un'America post-Vietnam, triste e oscura, quando in competizione c'era uno sfavillante pugile che incarnava tutti i valori dell'American Dream?
I pugni di Rocky atterrarono perfino Tutti gli Uomini del Presidente di Alan J. Pakula (che annata fu per il cinema statunitense, e a pochi mesi dall'uscita di Star Wars!), se vogliamo altro film incentrato sulle ripercussioni che il Vietnam ha avuto sulla società americana, ma ad oggi non c'è dubbio su quale dei tre sia riuscito a segnare più profondamente la coscienza cinematografica di Hollywood.
È ironico pensare, comunque, come il successo del film con Stallone abbia spinto Scorsese, Schrader e De Niro a riunirsi a quattro anni da Taxi Driver per la realizzazione di un altro capolavoro immenso: Toro Scatenato. Ma questa è un'altra storia, e soprattutto un altro Everycult.

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