Everycult: Suspiria di Dario Argento

L'Everycult della settimana è Suspiria, cult del cinema di genere italiano scritto e diretto nel 1977 da Dario Argento.

speciale Everycult: Suspiria di Dario Argento
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Con il nuovo Suspiria di Luca Guadagnino in arrivo nelle sale, salutato dal plauso della critica in occasione dell'anteprima mondiale tenutasi alla Mostra del Cinema di Venezia 75, con l'Everycult di oggi abbiamo deciso di omaggiare il film originale del 1977 scritto e diretto da Dario Argento.
Ispirato un po' al Mine-Haha ovvero Dell'educazione fisica delle fanciulle, di Frank Wedekind, e al romanzo gotico Suspiria De Profundis, macabro frutto sbocciato nel 1845 dalla mente del giornalista e scrittore Thomas de Quincey, il film di Argento ha avuto la scaltrezza di fare ciò che ogni grande film dovrebbe fare coi romanzi dai quali trae ispirazione: tradirli di sana pianta.
Rimpinguando le idee alla base di quei due romanzi (le streghe sognate da de Quincey e il gruppo di ragazze educate nella danza del tedesco Wedekind) con tutta una serie di influenze cinematografiche e non più o meno evidenti (da Bianca Neve e i Sette Nani alle favole dei fratelli Grimm, passando per Il Mago di Oz, Rosemary's Baby e Il Bacio della Pantera di Jacques Tourneur), Argento ha creato un'opera eterea e surreale, nella quale è l'atmosfera a prevaricare più che mai sulla narrazione: dalla fotografia espressionista e allucinata di Luciano Tovoli, che rende aggressivi perfino i colori freddi, all'architettura densa, troneggiante e minacciosa delle scenografie di Giuseppe Bassan, passando ovviamente per le avvolgenti e soffocanti musiche dei Goblin, Suspiria è il passo verso il fantastico che Argento compie dopo l'esplorazione del thriller iniziata con L'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970) e terminata con Profondo Rosso (1975).
Ma non si tratta di un film. O almeno, non nel senso stretto del termine. Non solo un film, ecco: Suspiria è qualcosa di più, è soprattutto un'esperienza sensoriale che attanaglia e avvinghia, che accompagna e turba, che mette i brividi a ogni singola visione.

Tremate, tremate...

"L'unica cosa più terrificante degli ultimi 12 minuti di questo film sono i primi 92", questa è forse la più simpatica e soprattutto più aggressiva delle tante tag-line attraverso le quali il film di Argento è stato venduto al pubblico di tutto il mondo verso la fine degli anni '70. Nel giro di pochissimo tempo sarebbe diventato uno dei titoli più famosi e importanti del cinema di genere nostrano, capace di influenzare a livello più o meno inconscio tutte le generazioni di autori successive (da dove pensate che venga la fotografia di Solo Dio Perdona e tutto il The Neon Demon di Nicolas Winding Refn?).
Sembra strano dirlo, ma la peculiarità di Suspiria si trova nella capacità di suscitare reale paura. Guardarlo da soli o in compagnia, con la luce del giorno o nel buio della notte, fa poca differenza: il tripudio di violenza visiva e sonora, che in qualche strano, incomprensibile e quasi irripetibile modo riesce a sembrare contemporaneamente macabro e poetico, non solo si distingue da qualsiasi cosa sia stata concepita prima di allora, riesce a stordire e a ottundere i sensi ogni qual volta il film "riparte" ("nove di mattina, dieci e quarantacinque, ora locale").
Se Shining di Stanley Kubrick, appena tre anni dopo, avrebbe scioccato per la maniera sinuosa e inquietante con la quale si insinuava sotto la pelle dello spettatore (un po' come l'Overlook penetra nella mente di Jack), Suspiria colpisce invece in maniera diretta, assale gli occhi e i timpani con una combinazione di horror viscerale e bellezza pittorica del quadro.
Il film è così grande che trascende il giudizio sul regista, che come tutte le cose di questo mondo può piacere o meno.

Era una notte buia e tempestosa

Questo l'incipit del giallo Paul Clifford (1830) di Edward Bulwer-Lytton, poi ripreso da Alexandre Dumas ne I Tre Moschettieri(1844), da Charles Shultz per Snoopy (1965) e addirittura da Alessandro Benvenuti per la commedia Era una notte buia e tempestosa (1985). Anche se la celebre frase non viene citata verbalmente nell'apertura di Suspiria, tutti i cinefili e gli appassionati dell'horror possono ricollegarla al film di Argento.
Nella prima scena infatti Susy Benner, la studentessa americana che arriva alla prestigiosa Tanz Dance Academy di Friburgo, viene accolta da una pioggia torrenziale da fine del mondo, che riecheggia la letteratura di Bulwer-Lytton in modo cinematograficamente perfetto.
Ma il giallo per Argento è qualcosa che appartiene al passato, quel periodo della sua carriera si è concluso con Profondo Rosso, e anche se la morte di Pat e della sua amica può richiamare alle atmosfere del genere (ci sono un assassino guantato di nero e due morti truculente), la volontà di approdare nel territorio del fantastico è chiarissima fin da subito.
C'è qualcosa che non va in quella rispettata accademia di danza, qualcosa di profondamente sbagliato (di marcio, direbbe Amleto), qualcosa che ha a che fare con la vice-direttrice Madame Blanc, l'istruttrice Miss Tanner e la fondatrice dalla scuola, Helena Markos. La serie di eventi bizzarri che iniziano a manifestarsi dall'arrivo di Susy è sempre più esagerata, disgustosa (la pioggia di vermi), e chi si avvicina a scoprirne l'origine viene messo a tacere in modi ogni volta più raccapriccianti.


Più l'opera incede, più è le cose peggiorano, più la trama dilaga nel non-sense, più si fa inquietante. Per caso le tre donne che gestiscono la scuola nascondono un segreto? Un segreto dai risvolti malvagi? E se fossero streghe e quella scuola il centro della loro congrega?
È tutto bizzarro in Suspiria, ma è a questo che accennavamo qualche paragrafo più su quando dicevamo che l'atmosfera del film è talmente prevaricante da riuscire a seppellire la trama: l'opera è un'esperienza travolgente che suggerisce un mondo in cui il male può celarsi anche dietro le cose apparentemente più banali - come lasciare la propria casa e trasferirsi altrove - e lo fa infischiandosene della logica del racconto.
Alcuni personaggi, soprattutto le streghe, si rendono protagonisti di alcune illogicità narrative (una fra tutte: perché andare a dormire in palestra insieme alle tue studentesse, se sei una strega vecchissima che non vuole farsi scoprire ma che russa come un sassofono stonato?), il film però fa talmente paura ed è così avvolgente a livello sensoriale che, cosa più unica che rara, della storia che racconta importa poco o nulla.
Il modo migliore per approcciarsi a Suspiria e apprezzare il suo cammino onirico - fatto anche di sciocche incongruenze narrative, dunque - è considerarlo come una sorta di versione oscura e molto adulta delle fiabe che ci venivano raccontate quando eravamo bambini: del resto i topoi di quel genere letterario ci sono tutti, dalle streghe alle foreste oscure, dagli incantesimi alla protagonista pura, innocente e dalla pelle candida.

Una favola barocca e onirica

Le caratteristiche surreali e oniriche di Suspiria, Argento le sviluppa calcando la mano sui trucchi stilistici e architettonici del barocco, spingendoli al limite e giocando con essi. Il suo DoP Tovoli, che per la fotografia di Professione: Reporter (1975) di Michelangelo Antonioni aveva usato un timbro categoricamente realistico, in Suspiria viene portato in tutt'altra direzione: viene esplorata una struttura visiva quasi ultraterrena, fatta di immagini piene di specchi e luci dai colori insoliti che non si sa bene da dove vengano ma che sono sempre e comunque lì, a seguire Susy e a tormentarla come fantasmi cromatici.
Insieme a lei ci muoviamo in questi corridoi pittoreschi, all'interno di palazzi rossissimi e sgargianti, con elaborati pezzi d'architettura che riempiono l'inquadratura di macabro e grottesco (le grondaie a forma di gargoyle che vomitano acqua).
Tutto è pensato e costruito in modo tale che esprima una sorta di orribile bellezza, raccapricciante sì, ma magnetica anche, dalla quale è impossibile staccare lo sguardo. Perfino gli spruzzi di sangue diventano arte, il regista li riprende come se fossero gli schizzi di un dipinto di Jackson Pollock.

Eppure, come tutte le fiabe (nere o meno), anche Suspiria nasconde una chiave di lettura sociale e politica.
Il film di Argento è infatti caratterizzato da un fortissimo senso di reverenza nei confronti della donna, che sia essa rappresentata da Jessica Harper (icona del cinema che era già apparsa ne Il Fantasma del Palcoscenico di Brian De Palma, ne Il Pornografo di John Byrum e in Amore e Guerra di Woody Allen) o dalle leggendarie Joan Bennett (collaboratrice di Fritz Lang, Jean Renoir, Vincente Minelli e Michael Curtiz, qui alla sua ultima apparizione cinematografica) e Alida Valli (Il Caso Paradine di Alfred Hitchcock, Il Terzo Uomo di Carol Reed, Novecento di Bertolucci).
Forse perché gli echi dei moti del '68 ancora riverberavano nelle coscienze di tutti (Il Fronte Italiano di Liberazione Femminile e il Movimento per la Liberazione della Donna nascono nel 1969) ma Suspiria è, in tutto e per tutto, un film sulle donne, con donne sia protagoniste che antagoniste. Come se Argento (coadiuvato alla sceneggiatura dall'allora compagna Daria Nicolodi) avesse voluto rendere omaggio alle varie sfaccettature di queste straordinarie creature, mettendone in risalto i vizi e i difetti, descrivendole sia come innocenti principesse che come sanguinarie streghe.
Forse è per questo che nell'enigmatico finale Susy se ne va ridendo. C'è una sorta di appagamento in quella risata, che sa di riscatto sociale ma anche di soddisfazione sessuale, come se l'orribile parabola di quel viaggio, conclusa dal mirabolante finale (che raggiunge un climax stratosferico, come in un orgasmo), venga spazzata via dalla gioia di avercela fatta. Il messaggio delle femministe italiane era forte e chiaro, e Susy ne incarnava in tutto e per tutto l'essenza, diventandone il simbolo.

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