Everycult: Strade Perdute di David Lynch

L'Everycult della settimana è Strade perdute, neo-noir surrealista scritto e diretto da David Lynch nel 1997 con Bill Pullman e Patricia Arquette.

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Nel 1997 David Lynch aveva già ottenuto tutto ciò che si può chiedere a una carriera a Hollywood. Era arrivato al grande successo con The Elephant Man (prima nomination all'Oscar per la regia), aveva scoperto il significato di fiasco totale con Dune, firmato il capolavoro Velluto blu (col quale aveva sconquassato le certezze della borghesia americana), ottenuto la consacrazione definitiva con Cuore selvaggio (Palma d'Oro a Cannes nel 1990), cambiato il corso della storia televisiva con Twin Peaks (1990-91) e sperimentato in prima persona il rigetto totale di chi lo aveva eletto il regista più importante della sua epoca con l'insuccesso di Fuoco cammina con me. Presentato a Cannes nel ‘92, bollato come incomprensibile, distrutto a colpi di testate (giornalistiche) e rispedito al mittente.
Allora fu chiaro - e oggi lo è ancora di più guardando all'opera in modo lucido - che il percorso artistico del primo Lynch era giunto al termine. Bisognava trovare nuove vie da esplorare, sentieri da battere, o meglio ancora dai quali lasciarsi trasportare. Strade perdute su cui perdersi.

Derive diegetiche

Primo capitolo di una trilogia dedicata a Los Angeles, metropoli poi testimone di un drastico cambio di stili e identità proseguito successivamente con Mulholland Drive e Inland Empire, Strade perdute si impone come una sistematica e sovversiva rilettura della narrazione lineare e dei codici del linguaggio del cinema.
Mascherata da noir, l'opera è contraddistinta da continue derive diegetiche che, partendo dal cinema classico degli anni '40-'50, deflagra in situazioni psicanalitiche che abbattono il vetro/schermo cinematografico che separa lo spettatore dallo spettacolo.
Senza più la certezza dello sviluppo narrativo coerente a fare da paracadute per la propria immaginazione, chi guarda si ritrova catapultato nel mondo oscuro concepito da Lynch che attanaglia il protagonista (protagonisti?) del film.
Persi in un altrove inesplorato dove la logica cede il passo alle sensazioni, a un immaginario buio (ci si addentra nell'oscurità nel corridoio fatto di ombre) che non può essere spiegato razionalmente, ma solo interpretato in maniera soggettiva.
I cliché del genere noir diventano associazioni freudiane. Femme fatale, boss della mala, sbirri alle calcagna, sensazione di oppressione crescente, inganni, omicidi, indagini e incubi.
Poi ancora luoghi comuni e situazioni tipiche di un immaginario, dal triangolo proibito "gangster-donna del gangster-protagonista" all'innocente incastrato suo malgrado per un crimine che non ha commesso.

Tutto in Strade perdute parla la lingua del noir, ma lo fa con un dialetto sperimentale mai ascoltato prima.
Ogni cosa è doppia ma diversa, con la chiave interpretativa più diffusa (riconducibile agli studi di Freud) che individua come veri protagonisti le personalità dell'Io (Pete Dayton, un doppio giovane, innocente per la legge e sessualmente prestante, caratteristiche che non appartengono a Fred Madison); dell'Es (l'Uomo Misterioso, incarnazione della natura violenta di Fred) e del Super-Io (il boss Mr. Eddy, che vigila costantemente sulle pulsioni dell'Es e dell'Io e cerca di controllarle).

Femme fatale

Ma non c'è solo psicanalisi in Strade perdute: quello di Lynch è un lavoro che ha a che fare soprattutto col cinema, che parte dalla sua essenza più pura per rivederla e aggiornarla in base alle proprie sensibilità autoriali.
Dai set degli interni, costituiti da forme geometriche precise ma illuminate secondo i canoni del cinema espressionista tedesco, passando per l'importanza dell'audiovisivo.
La macchina da presa e le immagini che essa immortala hanno un valore fondamentale nello "svolgimento" (qualora sia lecito utilizzare tale termine) della trama, che per certi versi anticipa un discorso che sarebbe diventato imprescindibile (a livello di dogma) nella filmografia della Pixar: quello del ruolo della pellicola nella quotidianità dei personaggi (e quindi dello spettatore).
Così come in un film Pixar una verità è sempre svelata tramite un video, qui la "trama" viene messa in moto dal ritrovamento di filmini amatoriali che riprendono la casa del protagonista, offrendo l'unico punto di vista oggettivo di un'opera iper-soggettiva.
L'Uomo Misterioso che impugna la macchina da presa e inquadra, studia, zooma, in questo film di dopplengänger altri non è che l'alter-ego di David Lynch, che va ad abitare il suo mondo immaginifico per tormentare il protagonista.

Non è un caso se Fred/Pete durante il film dichiarerà di non possedere una cinepresa quando la polizia lo interrogherà in proposito, dettaglio che palesa il senso di subordinazione del personaggio nei confronti del suo regista.
Allo stesso modo non riuscirà mai a possedere Patricia Arquette, femme fatale che invece appartiene solo a Lynch.
L'attrice, qui sensuale come non mai, per Pete/Fred è una moglie insoddisfatta, un'amante proibita e una terribile traditrice, ma nelle mani dell'autore-demiurgo diventa la rappresentazione antropomorfa di un concetto, un ideale, un tropo della narrativa noir.

Per Lynch la Arquette è creta malleabile da plasmare, è Renée e Alice, è una o due gemelle, è principessa in pericolo da salvare e pornostar voluttuosa. È l'evoluzione moderna di un immaginario d'erotismo softcore che affonda le sue radici nei decenni precedenti: è tutte queste cose insieme.
Esattamente come ne La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, ma sostituendo la realtà narrativa e i suoi meccanismi di suspense con una dimensione illusoria e sfuggente.

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