Everycult: Lo Squalo di Steven Spielberg

L'Everycult della settimana è Lo Squalo, blockbuster horror del 1975 scritto da Peter Benchley e Carl Gottlieb per la regia di Steven Spielberg.

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Una spiaggia, una festa intorno a un falò, un ragazzo e una ragazza e il cielo stellato al tramonto. Poi un sussulto, un urlo nel buio, quindi il silenzio salmastro del mare.
Inizia così Lo Squalo di Steven Spielberg, con delle grida e l'andirivieni dell'acqua, due dei suoni che più si ripeteranno nel corso dei 124 minuti impiegati dal regista per raccontare la sua storia di caccia e coraggio.
Il terzo sarà quello emesso dalle note aggressive e incalzanti di John Williams, uno squillante incedere che nel corso dell'opera lo spettatore imparerà a considerare come forma d'avvertimento del pericolo incombente. Un pericolo che ti agguanta all'improvviso e quando più ti senti al sicuro (il tuffo in acqua iniziale della ragazza avrebbe dovuto preludere a un incontro carnale), cogliendoti di sorpresa sopraggiungendo da un punto inaspettato, rendendo inutile qualsiasi tentativo di fuga, anche arrampicarsi su una boa di salvataggio come anni dopo avrebbe tentato di fare Blake Lively in Paradise Beach - Dentro l'Incubo di Jaume Collet-Serra, solo uno dei tanti eredi del capolavoro spielberghiano.
L'incipit, in appena due minuti, chiarisce immediatamente che quelle acque, le acque che bagnano l'isola di Amity, non sono sicure. E lo fa attraverso i cardini fondamentali dell'arte cinematografica, ovvero i suoni e le immagini. Dello squalo, neanche l'ombra. È invisibile, nascosto sotto la superficie del suo habitat naturale, dalla quale emergerà soltanto al minuto 62.
In quell'ora di attesa Spielberg presenta situazioni e personaggi, gioca con le aspettative del pubblico e soprattutto si diverte a mettere in scena uno studio sociologico e comportamentale, analizzando con la sua cinepresa la hubris delle istituzioni e il gran cuore dei pochi uomini che quelle istituzioni osano sfidarle.

"Dacci un taglio, o ti lascio a terra!"

È quello che Spielberg deve essersi sentito dire decine, se non centinaia di volte, dai produttori Richard Zanuck e David Brown. Probabilmente più ci si avvicinava al termine delle riprese (durate 159 giorni, alla faccia dei 55 inizialmente stimati per il completamento del film), più le parole del capitano Quint di Robert Shaw continuavano a tornare nella mente del regista.
Fino ad allora director di un solo film per il circuito televisivo (Duel) e di un solo lungometraggio cinematografico (Sugarland Express), Spielberg nel suo testardo perseverare - nonostante i numerosi imprevisti in fase produttiva, tra incidenti, animatronics difettosi e rimaneggiamenti di sceneggiatura - ha dimostrato lo stesso coraggio dei tre protagonisti del film, che per raggiungere il loro obiettivo devono superare sia le leggi dell'uomo che quelle della natura: in quegli anni la New Hollywood aveva conferito all'autore il pieno controllo sulla produzione, ma Spielberg era ancora troppo giovane e inesperto per poter godere di quel livello di potere. Solo l'incommensurabile talento e la fermezza caratteriale tipica dei più grandi di sempre (come sarebbe diventato di lì a poco) gli hanno permesso di portare a compimento quest'odissea cinematografica che, paradossalmente, ha segnato anche il declino del sistema produttivo della New Hollywood (poi definitivamente sepolto dall'uscita di Star Wars, due anni più tardi).

Una volta approdato nei cinema degli Stati Uniti - e poi in quelli di tutto il mondo - Lo Squalo è diventato uno dei successi commerciali più importanti della storia. A oggi, tenendo conto dell'inflazione, sarebbe il settimo maggiore incasso di sempre: per fare un paragone, Il Risveglio della Forza e Avatar si fermerebbero rispettivamente all'undicesimo e al quindicesimo posto.
Vien da sé quindi che il valore intrinseco dell'opera è stato in grado di trascendere quello meramente artistico, contribuendo a plasmare l'industria del cinema di allora per renderla quella che conosciamo oggi: la distribuzione cinematografica massiccia è nata proprio con Lo Squalo, che grazie all'enorme aspettativa del pubblico (generata dall'avveniristica campagna marketing di Sidney Sheinberg) è stato richiesto da tutti e in più parti d'America, costringendo la Universal ad aumentare sia il numero di copie che quello delle sale in cui proiettare il film (che prima venivano distribuiti solo nelle grandi città e poi sparpagliati nei loro dintorni, se apprezzati dal pubblico).
Da un possibile disastro commerciale, la Universal ha creato il blockbuster estivo per antonomasia, rivitalizzando una stagione storicamente povera per il box office. Il merito è stato dunque di Spielberg, che come il capo della polizia Martin Brody, il biologo marino Matt Hooper e il pescatore Quint non si è arreso di fronte a nulla.

Una tavola calda per pescecani

Al di là dei numeri, dopo oltre quarant'anni Lo Squalo resta non solo uno splendido film, un capolavoro di tecnica e maestria cinematografica, un thriller hichcockianamente teso con sequenze horror spaventosamente raccapriccianti, ma soprattutto un'opera tanto divertente quanto intelligente.
Prima di trasformarsi in una caccia allo squalo piena di cuore e suspense (e quindi spostarsi sul conflitto uomo vs natura che è da sempre al centro di ogni sfumatura dell'arte), il film di Spielberg sembra nella prima parte un esperimento sociale ideato per imparare il funzionamento del comportamento umano in situazioni estreme.
Il sindaco di Amity - ovvero l'istituzione statale incarnata - non fa che ignorare prima gli avvertimenti della legge (dal capitano di polizia) e poi quelli della scienza (dal biologo marino/ittiologo/pescecanologo), causando innumerevoli danni alla popolazione: il suo scopo è remare contro i protagonisti, tenere le spiagge aperte mentre i "cattivi" vogliono chiuderle e vietare la balneazione, tutto per salvaguardare l'economia dell'isola di Amity, che vive del turismo portato dagli ormai imminenti festeggiamenti del quattro luglio.

L'arrivismo capitalista acceca la coscienza delle istituzioni che, fallaci perché rappresentate da uomini, smettono di agire nell'interesse del popolo. Spielberg gioca con sapienza su questo elemento, basti notare come veste il primo cittadino di Amity, il Larry Vaugh di Murray Hamilton: giacche sgargianti, camicie ridicole, cravatte a dir poco esagerate.
Sembra un clown, in tutto e per tutto, dalle movenze al ciuffo di capelli ridicolmente spettinato dal vento. Riguardando il film nel 2018, inoltre, la figura del sindaco Vaugh non può non far venire in mente quella dei più noti esponenti politici odierni: se al tempo de Lo Squalo ci fossero stati i social network, sicuramente l'appariscente Vaugh avrebbe tranquillizzato i suoi concittadini a colpi di tweet.
Stupisce, poi, la reazione delle persone comuni: non solo gli isolani si schierano a favore del sindaco contro i timori dei protagonisti, ma addirittura persone da ogni parte del Paese si recano ad Amity (ribatezzata Shark City) quando la notizia dello squalo assassino e delle sue vittime ottiene risonanza nazionale.
L'uomo quindi non è solo attratto dalla sete di denaro (c'è una cospicua taglia sulla testa dell'animale) ma anche dal macabro, che esercita un fascino magnetico e canalizzante: neppure Spielberg ne è esente, dato che più volte indugia sui particolari di arti mozzati e ferite da morsi di pescecane, coltivando una pulsione che poi avrebbe sprigionato in Salvate il Soldato Ryan.

Ci serve una barca più grande

Oggi a Jason Statham serve uno squalo gigantesco per stupire gli spettatori (il più grande, il redivivo esemplare di megalodonte protagonista di Shark - Il primo squalo) ma nel 1975 Spielberg, per raccontare la sua storia, si è servito innanzitutto di tre personaggi, sviluppati talmente nel dettaglio da risultare realistici all'estremo.
Il fulcro centrale de Lo Squalo, infatti, non è tanto la spaventosa magnificenza degli animatronics o la genialità dei vari trucchi registici per renderli veri (come l'utilizzo dei barili o di pinne dorsali da far fluttuare a pelo d'acqua per indicare la posizione dello squalo, senza necessariamente doverlo mostrare, aumentando ancora di più la tensione), quanto la profonda umanità espressa dai tre protagonisti nel corso del racconto.
Quando il grande squalo bianco ci viene mostrato, oltre un'ora dopo i titoli di testa, Martin, Matt e Quint decidono di inseguirlo in mare aperto per dargli la caccia e ucciderlo una volta per tutte. Dalla terraferma quindi il film si sposta sull'Orca, la barca del pescatore ed ex soldato Quint: il pubblico - attraverso la cinepresa - viene portato a bordo e il timbro registico cambia.
Tutto diventa più ritmico, ondeggiante, coi vari punti camera che seguono i movimenti dell'imbarcazione, dolci se dovuti alla marea, bruschi come frustate se sferzati dallo squalo.
È bello come, nella prima parte, il film riesca a evolversi così naturalmente fino a cambiare pelle, partendo da un solo protagonista e poi allargandosi, includendone un secondo e infine un terzo: a quel punto è già diventato qualcosa di completamente diverso e il senso di avventura emanato dal viaggio in mare del trio è controbilanciato dal terrore delle apparizioni dello squalo, in un sottilissimo gioco delle parti nel quale il ruolo di cacciatore e quello della preda si confondono con la stessa armonia dello sciabordare delle onde.

Se per Matt (Richard Dreyfuss) si tratta di puro interesse professionale, per Martin (Roy Scheider) la questione è personale: lo diventa quando la madre della seconda vittima lo incolpa umiliandolo davanti a tutti, e poi ancor di più quando il suo primogenito ha un incontro ravvicinato con l'animale; il fatto che poi la sua grande debolezza sia l'acqua (la paura di annegare nello specifico) lo mette nelle condizioni di assurgere ad esempio perfetto del tipico eroe del cinema americano, quello che oltre a mettersi in gioco deve anche affrontare le proprie paure (pensate a Indiana Jones e i serpenti, giusto per restare in ambito Spielberg).
Poi, in un cambio di rotta repentino, è Quint a diventare il personaggio principale del racconto. Del resto siamo a bordo della sua barca, dove lui è "il nostromo, il timoniere e il comandante": in quella che è senza dubbio la scena migliore del film, il personaggio di Robert Shaw spazza via l'ilarità cameratesca formatasi nel trio rivelando alcune esperienze passate (di molto antecedenti ai fatti del film) e aprendo il proprio cuore ai due sconosciuti.
Il monologo sulla USS Indianapolis, la nave militare che ha consegnato la bomba atomica per distruggere Hiroshima e sulla quale Quint era a bordo, resta a oggi uno dei più terrificanti e crudi della storia del cinema. E soprattutto racchiude in maniera diretta ed essenziale tutta la forza di questo film memorabile.

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