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Everycult: Iron Man di Jon Favreau

L'Everycult della settimana è Iron Man, primo film del Marvel Cinematic Universe di Kevin Feige, diretto da Jon Favreau.

speciale Everycult: Iron Man di Jon Favreau
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Il 2008 sarà ricordato come l'anno più importante per il cinema supereroistico, quindi di riflesso come uno dei più significativi nella storia del cinema contemporaneo. Dal lato DC la Warner si preparava a lanciare Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, che non solo avrebbe influenzato buona parte dei cinecomic successivi con le sue atmosfere dark, ma addirittura cambiato per sempre il volto degli Oscar, costringendo l'Academy ad aumentare a dieci gli slot per la categoria di miglior film (senza dimenticare la statuetta postuma di Heath Ledger come miglior attore non protagonista).
Dal lato Marvel, invece, un certo Kevin Feige era finalmente pronto a condividere col mondo la sua particolare visione di "universo cinematografico condiviso": una scommessa, un progetto unico nel suo genere per grandezza e ambizione, una mossa commerciale che avrebbe condizionato pesantemente e definitivamente tutta Hollywood (e non solo).
Il 2 maggio di quell'anno usciva infatti Iron Man di Jon Favreau, anticipando di qualche mese il film di Christopher Nolan, uscito il 18 luglio. Allora nessuno poteva saperlo, ma i due film in pochissimo tempo si sarebbero consolidati come lo Yang e lo Yin della cultura popolare mondiale, con l'opera di Favreau a rappresentare il lato leggero, scanzonato e divertente dell'industria blockbuster, e quella di Nolan a incarnarne la serietà e le aspirazioni autoriali.
Dopo aver ricordato Il Cavaliere Oscuro in occasione del suo decimo anniversario, nell'Everycult di questa settimana approfittiamo dell'uscita nelle sale italiane di Ant-Man & The Wasp per parlare del film che ha dato il via all'avveniristico progetto oggi noto come Marvel Cinematic Universe.

Il fascino dell'arroganza

Ci vuole genialità per mettere in piedi un franchise dai propositi così imponenti, ma anche tanta arroganza. Più o meno la stessa dimostrata dal protagonista del film Tony Stark, che della smodata ambizione e dello smisurato egocentrismo ha fatto le proprie caratteristiche salienti. Merito di un Robert Downey Jr. su cui forse non avrebbe scommesso nessuno, reduce allora da un periodo eufemisticamente poco fortunato (con arresti, problemi di droga e altro) e che grazie a Feige e Favreau è diventato in pochi anni l'attore più pagato al mondo.
A oggi è semplicemente impossibile pensare a Iron Man senza Robert Downey Jr. La vera forza del ruolo di Tony Stark risiede proprio nel suo attore, che non ha praticamente bisogno di recitare: gli basta essere se stesso, in tutto il suo straripante carisma, la sua magnetica simpatia, la sua affascinante ed egocentrica arroganza. Era il casting perfetto e lo sapevano sia Kevin Feige che Jon Favreau.
Anzi, uno dei (tanti) meriti del regista è stato quello di riuscire a esorcizzare i demoni dell'interprete proprio attraverso il suo personaggio: la storia di Tony racconta di una delle persone più famose del mondo che, caduta in disgrazia, deve trovare la forza di rinascere. Pensate all'iconica scena iniziale: sulle note sregolate di Back in Black degli AC/DC, Favreau ci presenta Tony Stark con un drink in mano all'interno di un humvee, una situazione esagerata ed eccentrica. In un'affascinante lettura meta-cinematografica, si potrebbe affermare che l'armatura di Iron Man abbia salvato tanto Tony quanto Robert.

Il modello Stark

È un film di assemblaggi quello di Favreau. Non solo per la celeberrima sequenza di montaggio nel primo atto del film, quando Tony deve fabbricare i componenti della sua prima, raffazzonata armatura, anche perché nel costruire la struttura della storia di un uomo che deve - letteralmente - rimettere insieme i pezzi della sua vita, Favreau ha creato il modello perfetto per i Marvel Studios e le sue successive origin story.
C'è una comicità superficiale molto forte ed evidente, che però serve a trattare temi molto adulti come il terrorismo, il prezzo della fama, il lascito familiare e una pesante critica all'industria privata delle armi e alla politica estera aggressiva degli Stati Uniti. Una caratteristica, questa di nascondere la serietà sotto diversi gradi di commedia, che sarebbe diventata una peculiarità dei Marvel Studios: anzi, più comico sarebbe stato il film, più serio sarebbe stato l'argomento affrontato (pensate all'immigrazione toccata in Thor: Ragnarok, ai problemi adolescenziali di Spider-Man: Homecoming, ai drammi intimisti di Guardiani della Galassia o ai disastri ecologici di Infinity War).
Paradossalmente, poi, il film è risultato talmente glamour ed esuberante che molti non si sono neppure resi conto che il suo eroe, Tony Stark, uccideva praticamente dall'inizio alla fine. In Man of Steel e Batman v Superman il regista e produttore Zack Snyder è stato mediaticamente crocifisso per aver fatto compiere degli omicidi ai due supereroi DC, eppure nessuno ha mai battuto ciglio per tutte le volte che Iron Man ha assassinato qualcuno senza esitazione, spingendosi ben oltre la semplice difesa della propria città o l'assicurare i criminali alla giustizia.
Tony Stark era ed è quasi trumpiano nel modo in cui affronta i suoi problemi: è un super-punk ribelle e ricchissimo che vuole sempre apparire, che affronta le cose a propria discrezione e soprattutto che non risponde praticamente a nessuno delle sue azioni. Iron Man si reca in Medio Oriente per risolvere i problemi dell'America, impegnandosi a fare ciò che il governo non è stato in grado di fare, vale a dire assicurarsi che "i terroristi non escano dalle loro caverne".
Nel nostro mondo una figura come Tony Stark distruggerebbe l'Isis nel giro di un pomeriggio, poi andrebbe su Twitter a gioire e a bearsi dei commenti dei suoi follower. Visti da questa prospettiva, i film dei Marvel Studios non sembrano poi così infantili.

"Io sono Iron-Man"

Oltre alla spericolata regia di Favreau (la scena del duello con i jet militari statunitensi, a dieci anni di distanza, è ancora sensazionale) e all'interpretazione di Robert Downey Jr., il film si è dunque distinto soprattutto per il suo animo eclettico e irriverente - uno spirito diametralmente opposto a quello del suo fratello "gemello" nato qualche ora più tardi, Il Cavaliere Oscuro, che come abbiamo ricordato ha cambiato molte regole del gioco del cinema supereroistico.

Bruce Wayne, a circa metà del film di Nolan, indiceva una conferenza stampa per rivelarsi come Batman e consegnarsi alle autorità, ma solo per farsi sostituire all'ultimo secondo da Harvey Dent. Tony Stark, invece, faceva quello che voleva.
In una mossa innovativa, rischiosa e sorprendente, il film si lasciava scavalcare dalla personalità del suo protagonista, così dirompente da trascendere le aspettative del pubblico circa la sacralità dell'identità segreta del supereroe: paradossalmente, infatti, alla fine di Iron Man arrivava una scena identica a quella presente ne Il Cavaliere Oscuro, i cui esiti erano sono ovviamente opposti.
Il percorso compiuto da Tony Stark rivendicava tutto l'orgoglio di Kevin Feige e della sua mossa da gioco d'azzardo, forse la più rischiosa e vincente nella storia del cinema recente.
I Marvel Studios non volevano e non vogliono nascondersi, non hanno paura ancora oggi di mostrare la propria ambizione al mondo; sanno quello che vogliono ottenere e cosa devono fare per ottenerlo. Così come Tony Stark era pronto ad affrontare le conseguenze della scelta di rivelare la propria identità (e le affronterà eccome in seguito, soprattutto in Iron Man 3) anche la Marvel lo era: inizialmente screditata, sbeffeggiata e ritenuta "fenomeno passeggero", è diventata nel giro di dieci anni lo studio più popolare e commercialmente vincente di sempre, superando i franchise di Harry Potter, de Il Signore degli Anelli e quelli ben più longevi di James Bond e Star Wars. E non vuole certo fermarsi qui.

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