Everycult: Crash di David Cronenberg

L'Everycult della settimana è dedicato a Crash, scandaloso thriller erotico del 1996 diretto da David Cronenberg con James Spader.

Everycult: Crash di David Cronenberg
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Probabilmente uno dei film più scandalosi presentati al Festival di Cannes dai tempi di Ecco l'Impero dei Sensi di Nagisa Oshima, arrivato nel 1976 e quindi esattamente vent'anni prima, Crash di David Cronenberg è una pietra miliare del cinema erotico.
Insignito del Gran Premio Speciale della giuria, un titolo non annuale che viene rispolverato solo su richiesta, è assolutamente pornografico nella forma filmica per come indugia nei particolari e li penetra, ma poi va oltre trasformandosi in una riflessione da body-horror iper-realista priva di sovrannaturale, in cui le botte, i lividi e le cicatrici sono le testimonianze di un'impasse evolutiva dell'uomo che dalla carne debole aspira alla rigidità della macchina.
Ne condivide infatti la glaciale assenza di sentimenti, una freddezza esistenziale che proprio nelle macchine è subito perfetta e negli uomini ancora si scalda, eppure vorrebbe averne di più, una fame inspiegabile e insaziabile che è febbricitante e paradossalmente carnale, umanissima.

Una Hollywood annoiata e nera

Osteggiato da Francis Ford Coppola, presidente di quella giuria che poi lo premiò, e che fino all'ultimo provò a far cambiare idea agli altri membri, Crash parte dalla pulsione dell'eccitazione sessuale per gli incidenti e la tragedia nota come sinforofilia per guidare fino al nucleo dell'anima nera dell'essere umano.
C'è un produttore cinematografico al centro della storia di Crash, tratta dal romanzo omonimo di James Graham Ballard, e anche se sappiamo che le riprese furono effettuate tra New York e Toronto, la città natale di Cronenberg, la metropoli che vediamo nel film non sarà mai identificata completamente.
Ricondurla a Los Angeles o Hollywood sarebbe facilissimo vista l'occupazione del ricco personaggio principale e la sua passione per l'audiovisivo, ma dietro l'intuizione del regista c'è un'idea ben più complessa e molto meno didascalica e immediata.
I palazzi, i vicoli, lo skyline sono già di per sé un calderone di artificialità che serve alla camera di Cronenberg per venerare il metallo, è freddo e immobile, lucente e grigio ed è facile perdercisi dentro, venirne risucchiati.
La stessa idea la si può trovare nel cinema di Shin'ya Tsukamoto, autore giapponese debitore di David Cronenberg e che a due anni da Crash, nel '98, avrebbe amplificato il senso di oppressione che può trasudare da una metropoli con Bullet Ballet.

Il thriller erotico con James Spader e Deborah Unger è primordiale e unico nel modo in cui illustra le contraddizioni della vita moderna, nella quale una maggior densità di popolazione non significa quasi mai una vicinanza più stretta con gli altri, anzi semmai genera l'esatto contrario.
I protagonisti si muovono in un'atmosfera surreale apparentemente slegata dal tempo, quasi onirica, una bolla suggestiva in cui tutto sembra lecito e nella quale chiunque può incontrare i propri demoni e dar loro libero sfogo.
Ancora una volta a un livello più superficiale sembrerebbe una riflessione sulla vita segreta di Hollywood, quella che si muove nell'ombra lontano dai riflettori, ma coi personaggi secondari travalica la classe elitaria e tira in ballo anche l'uomo comune, senza risparmiare nessuno.

Ematomi e pornografia

Oltre un decennio prima con Videodrome e La Mosca, David Cronenberg aveva teorizzato un progressivo abbandono dell'uomo dal corpo di carne verso qualcosa di nuovo, un involucro destinato a interagire con le tecnologie sempre in fase di innovazione.
Per stare al passo col progresso tecnologico l'unica soluzione che Cronenberg immagina è il passaggio a stati sempre ulteriori, sempre più estremi, e in questo senso Crash è un punto fondamentale per la sua filmografia.
Tre anni dopo infatti sarebbe arrivata la chiusa di eXistenZ, uscito nel 1999 quando il cinema iniziava a interrogarsi sulle potenzialità del digitale, e non è un caso che da lì in avanti l'arte di Cronenberg avrebbe cambiato totalmente forma, anche lui mutando il proprio corpo per spostarsi verso altri interessi, altre pulsioni.
L'evoluzione arriva per tutti quindi, ma è fondamentalmente da Crash che passa, è questo film che innesca la trasformazione definitiva.
Una soglia dolorosissima, però, che non può lasciare indifferente il corpo umano, che dal rapporto sadomasochista con il metallo è destinato a uscire ammaccato, pieno di ematomi e cicatrici e segni indelebili che ne rappresentano la natura mortale e quindi l'inferiorità.

Cronenberg intesse una complessa relazione tra il corpo umano e quello delle macchine, descrivendo gli incidenti automobilistici come lo scontro carnale impossibile tra due organi incapaci di accoppiarsi.
La trovata della sinforofilia è geniale perché contestualizza il Cronenberg-pensiero, Crash non è un film su una specifica pulsione o condizione psichiatrica ma da quella prende spunto per indagare e stabilire la tragica impossibilità di comunicazione tra i due mondi opposti.

Il metallo e la carne insieme sono associati esclusivamente alla morte, ma inconsciamente anche il coltello che penetra la protagonista femminile di uno slasher rimanda a connotati erotici sottintesi: David Cronenberg affronta l'argomento di petto, costringendo lo spettatore a guardare un'umanità in rovina che non sa dove andare, non sa come esprimersi o come "passare oltre" perché attratta da qualcosa che è fisicamente concepita per respingerlo.
Allo stesso tempo il film riflette sulla pulsione che attira lo sguardo dello spettatore verso le scene forti, quelle che suscitano un clamore incredibile, quelle pornografiche.
Questo è ciò di cui parla la sequenza in cui i personaggi si riuniscono per visionare videocassette di incidenti stradali, mette a nudo una decadenza così raggelante e così distaccata che sembra quasi di assistere in diretta a un controcampo impossibile in cui il film inizia a guardare verso lo spettatore.

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