Everycult: Brazil di Terry Gilliam, fonte d'ispirazione di Maniac su Netflix

L'Everycult della settimana è Brazil, capolavoro sci-fi di satira sociale scritto e diretto dal genio visionario Terry Gilliam.

speciale Everycult: Brazil di Terry Gilliam, fonte d'ispirazione di Maniac su Netflix
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L'Everycult della settimana inizia da qualche parte nel XX secolo, precisamente alle 8:49 di una mattina di lavoro la cui apatica normalità viene stravolta dalla carcassa di un insetto che, precipitando senza vita all'interno dei circuiti di un computer, per un solo istante manda in tilt l'intero sistema operativo, causando la sostituzione di una T con una B nella stesura di un importante documento di recupero crediti.
Il nome del terrorista reazionario Tuttle diventa quello del comune padre di famiglia Buttle, e la squadra di pronto intervento del governo viene mandata nell'appartamento sbagliato. Il sistema perfetto dello Stato totalitario di una distopia infallibile, ha fallito. Tutto quello che accadrà in seguito dipenderà da questo particolare, tanto infinitesimale quanto destabilizzante.
È così che funziona il cinema di Terry Gilliam e soprattutto è così che funziona Brazil: invasato ma cerebrale, pieno di sentimenti illusori e sconfitte cocenti, iconoclasta e profondamente nichilista, l'ex Monthy Python infonde la sua particolare e deprimente concezione del mondo, del futuro e soprattutto dell'umanità all'interno di quello che sarebbe diventato il film simbolo della sua quarantennale filmografia, capace di segnare tutti i film che avrebbe realizzato in seguito.
È per questo che in occasione dell'uscita della sua ultima, mitologica opera, L'Uomo Che Uccise Don Chisciotte, e a pochi giorni dall'arrivo su Netflix della serie TV Maniac (che omaggia Gilliam non solo nelle scenografie, ma soprattutto nel rapporto di escapismo che lega i sogni alla follia) abbiamo deciso di rituffarci nuovamente in Brazil e lasciarci catturare per l'ennesima volta dalle sue atmosfere grottesche, inquietanti e trasognate. A distanza di 33 anni il film non solo non è invecchiato di un'ora, ma anzi oggi appare addirittura più attuale di quanto già non fosse alla sua uscita.
Ciò la dice lunga sulle capacità artistiche e umane di questo straordinario regista, qui quanto mai profetico e allucinato come una sorta di sciamano tecnologico con una cinepresa in spalla e la libertà creativa di mettere in scena un intero mondo immaginario.

Brazil, la la la la la

Fu Aquarela do Brasil, tormentone di musica latina scritto nel 1939 da Ary Barroso, riarrangiato in chiavi diverse per tutto il film dalla sublime colonna sonora di Michael Kamen, Kate Bush e Ray Cooper, prima di essere suonato nella sua forma originale nel lugubre e amaro finale, a ispirare il titolo del film.
Gilliam lo preferì al più istrionico, divertente ma anche fin troppo didascalico 1984 ½, che il regista aveva preso in considerazione al fine di omaggiare le due massime forme d'ispirazione per la sua opera, la produzione letteraria dello scrittore britannico George Orwell e quella cinematografica del regista italiano Federico Fellini.
In parte sogno e in parte incubo, l'idea per il film sbocciò nella mente di Gilliam grazie a un tramonto scorto dalle spiagge gallesi di Port Talbot, località industriale dove la sabbia è diventata nera a causa del trasporto via mare del carbone. Lì seduto a fissare il mare e la fine del giorno, il regista immaginò una persona seduta al suo posto a fare esattamente quello che stava facendo lui, ma con l'aggiunta di una radio portatile al fianco dalla quale fuoriuscisse musica sudamericana.
A catturarlo fu il netto contrasto fra quel tipo di musica, così allegra e festaiola, e il paesaggio triste, decadente e malinconico davanti a lui, ambivalenza che poi sarebbe stata infusa nel film.
Era la metà degli anni '80, Gilliam veniva dalle co-regie col collega Monthy Python Terry Jones (Il Sacro Graal nel '75 e Il Senso della Vita nell'83), doveva dirigere il suo terzo film solista (dopo Jabberwocky e I Banditi del Tempo, che era stato addirittura un clamoroso successo al botteghino!) e l'anno descritto da Orwell si stava praticamente avvicinando (quando il film uscì, nel 1985, sarebbe stato superato).
Il progetto è scomodo, perché piuttosto che realizzare un film di fantascienza (erano gli anni di Star Wars, Alien e ovviamente Blade Runner) Gilliam è interessato a esagerare la realtà, a evidenziare le storpiature della società e a ridicolizzarne gli idoli, senza risparmiare nessuno dalle istituzioni ai marchi pubblicitari, dal raggiungimento di un'ideale impossibile di bellezza (la chirurgia plastica è un tema fondamentale del film) al terrorismo (il conflitto nordirlandese si stava inasprendo in quegli anni, e forse non è un caso che la madre del protagonista assomigli così tanto al primo ministro inglese Margaret Thatcher). L'ironia spregiudicata di Gilliam non salverà nessuno.

Bombe

La stessa cosa avrebbe fatto Alfonso Cuaron nel suo capolavoro distopico I Figli degli Uomini, con bombe che esplodono all'improvviso stroncando una scena a metà del suo svolgimento. Gilliam in Brazil utilizza questo stratagemma narrativo, volto ad attirare bruscamente l'attenzione dello spettatore (e, come detto, eco della guerriglia urbana che imperversava all'epoca in Gran Bretagna), ma lo spoglia di tutta l'enfasi drammatica del caso e lo usa per additare l'alta borghesia, rea di badare solo ai fatti propri e completamente disinteressata nei confronti dei mali che affliggono la società all'infuori della torre d'avorio che solo loro hanno il lusso di abitare.
Emblematica la scena del pranzo, dove il protagonista Sam Lowry (Jonathan Pryce), il grigio impiegato con la testa letteralmente fra le nuvole per cui Gilliam prova un disgusto quasi fisiologico, è a tavola con la sua orribile madre chiacchierona e disgustosamente rifatta, quando all'improvviso una bomba esplode nel ristorante e... niente. Loro se ne stanno lì, a continuare il loro pasto fatto di indescrivibili poltiglie e le loro conversazioni insulse, mentre dietro di loro quelli tanto sfortunati da essersi trovati nel raggio d'azione della bomba si contorcono fra le fiamme e i detriti.
Ne Il Senso della Vita c'era il mostruoso ciccione Creosote (sotto il cui trucco prostetico si nascondeva Terry Jones), che in quel ristorante francese mangiava e vomitava e poi mangiava ancora e poi rivomitava per continuare a mangiare, fino a esplodere e imbrattare tutta la sala di sangue, interiora e avanzi di cibo.
Quello sketch era geniale nell'offrire molteplici chiavi di lettura (i ricchi che mangiano fino a ingozzarsi a dispetto delle condizioni dei meno fortunati, la volontà autodistruttiva della razza umana vista come una bomba a orologeria) ma in Brazil tutto è più nichilista, ironico sì ma sottile.
Non si esplode più per il cibo (Sam Lowry non ha praticamente tempo per mangiare nel mondo distopico del film, in cui la burocrazia controlla ogni aspetto dell'esistenza) ma per gli ideali politici.

Terry-orista

Volendo scherzare si potrebbe provare a storpiare in questo modo il nome di Terry Gilliam, vero e proprio terrorista autolesionista che per il suo film crea un mondo praticamente dal nulla con il solo obiettivo di distruggerlo nei modi più sadici e divertenti che conosce.
Questa volontà si riflette maggiormente nel personaggio di Robert De Niro, il reazionario e sovversivo Archibald "Harry" Tuttle che incarna in tutto e per tutto gli ideali del regista (a differenza del protagonista, un ometto insignificante e profondamente illuso che Gilliam, da sadico qual è, si diverte a ridicolizzare ogni volta che può). De Niro veniva da due Oscar (Il Padrino - Parte II nel '75 e Toro Scatenato nel 1981) ma Gilliam con coraggio - e perché no, anche un po' di sfrontatezza da ego smisurato - decide di affidargli un ruolo secondario e non quello principale, più canonico e scontato. Il personaggio però, come l'insetto di cui sopra e il Joker di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, diventa, fin dalla sua prima apparizione, il vero simbolo del film, molto più di quanto non lo sia il suo protagonista: Tuttle è l'agente del caos che manda in tilt il sistema operativo di una società computerizzata e, nel suo ordine istituzionale, stagnante.
Quanto è cool il nostro Tuttle, che nella notte si infila negli appartamenti altrui per riparare problemi tecnici (e pure gratuitamente) solo per indispettire il Sistema. È agile e di nero vestito si muove nella notte come un ninja di Ang Lee, vola da un palazzo all'altro come un eroe pulp (V for Vendetta, l'imprescindibile graphic novel inglese sulla distopia scritta da Alan Moore, sarebbe uscita nel 1989) e ancor più importante fa sbellicare dalla risate, con le sue tipiche facce e i suoi discorsi sulle tubature.

È a lui che aspira il protagonista Sam, l'omuncolo sognatore e ingenuo, è lui che vuole diventare: le sequenze oniriche di felliniana memoria (in cui Sam si immagina come un cavaliere, un mix fra un angelo e David Bowie) ci dicono questo, che è nel mondo dei sogni che Sam trova la forza per perseguire un'ideale di vita migliore.
Il problema è che poi da quei sogni ogni volta si deve svegliare, e il grigio impiegato di Jonathan Pryce (che trent'anni dopo torna a collaborare con Gilliam in L'Uomo Che Uccise Don Chisciotte) non è il Rick Deckard di Harrison Ford, e per quanto Brazil abbia inevitabilmente attinto al mondo di Blade Runner per alcuni elementi della sua estetica, non ha alcuna intenzione di fare filosofia attraverso la poesia come nel film di Ridley Scott. Brazil è satira, e dalla satira non si scappa.

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