Everycult: Bone Tomahawk, tra Cannibal Holocaust e Non Aprite Quella Porta

L'Everycult di questa settimana è Bone Tomahawk, western sui generis del 2015 scritto e diretto da S. Craig Zahler.

speciale Everycult: Bone Tomahawk, tra Cannibal Holocaust e Non Aprite Quella Porta
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Questa settimana il nostro Everycult è dedicato all'opera prima di Steven Craig Zahler, lo splendido, inquietante e iperviolento horror-western Bone Tomahawk. Nonostante parta in un modo per poi andare a parare da tutt'altra parte, il film - del 2015 - per essere un esordio è sorprendentemente robusto e quadrato, in tutto e per tutto, e da opera prima diventa nel giro di pochissimi minuti un vero e proprio film-manifesto che permette a Zahler di mettere in chiaro stilemi e poetica della sua filmografia (allargatasi poi nel 2017 con Brawl in Cell Block 99, cui è seguito nel 2018 Dragged Across Concrete): uomini duri, guidati da codici cui si attengono rigorosamente, che prendono sempre e comunque le peggiori decisioni possibili in qualunque situazione, finendo di conseguenza ogni volta dalla padella alla brace.
Il destino, per i suoi protagonisti, diventa una specie di perverso gioco al rilancio, dove il banco vince sempre e dove le cose non fanno che peggiorare, in una discesa lenta ma continua fino a giungere letteralmente alle porte dell'inferno.
In Bone Tomahawk tutto questo c'era già. Tutti gli elementi che sarebbero tornati nei film successivi di Zahler erano già inseriti nel suo primo, spiazzante lavoro: l'essenzialità, con una sceneggiatura ridotta all'osso piena di dialoghi che dicono poco ma contemporaneamente rivelano tantissimo (sui personaggi, sulle loro fedi, sulle loro storie), l'ironia secca, tagliente, una violenza grafica inaudita, e soprattutto la voglia di andare dritti al punto, senza ghirigori inutili.

Pensate ad un Quentin Tarantino privato della sua parlantina ma con quello stesso gusto nel mescolare fra loro i generi, oppure ad un John Carpenter del ventunesimo secolo: anche lui, come Carpenter, compone le colonne sonore dei propri film, e come Carpenter ha il dono della sintesi; ha perfino collaborato con Kurt Russell, attore feticcio di Carpenter e star di Bone Tomahawk, nel quale l'attore sfoggia un look che Tarantino avrebbe ripreso per il suo John Ruth di The Hateful Eight. Quando si dice destino manifesto.

Uno spietato mash-up

Un gruppo di trogloditi cannibali assalta la pacifica e ridente cittadina di Bright Hope dilaniando un giovane stalliere e rapendo un forestiero appena giunto al villaggio, uno dei vice-sceriffi e Samantha O'Dwyer (Lili Simmons), moglie del falegname ed ex soldato Arthur (Patrick Wilson). Lo sceriffo Hunt (Russell), insieme al suo altro vice Cicoria (Richard Jenkins), al letale cacciatore di indiani John Brooder (Matthew Fox) e allo stesso Arthur, guiderà una spedizione per rintracciare il covo della tribù di trogloditi per impedirgli di fare scempio delle persone rapite.
Quella che parte come un'avventura alla John Ford però si trasforma nel corso del film in un vero e proprio viaggio infernale a metà tra Cannibal Holocaust e l'originale Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper, una tragica odissea nella quale i protagonisti continuano imperterriti ad avanzare e a prendere decisioni sbagliate. E' un film pieno di "cosa sarebbe successo se", Bone Tomahawk, cosa sarebbe successo se lo sceriffo Hunt non avesse sparato alla gamba del forestiero, cosa sarebbe successo se non avesse chiamato la moglie di Arthur per medicarlo, cosa sarebbe successo se John Brooder non avesse sparato ai messicani. Nonostante la sceneggiatura sia piena di questi se e ma, a Zahler non importa. Al regista tutte le altre possibili strade da percorrere non interessano affatto, lui vuole solo portare i suoi personaggi verso l'unica strada esistente, quella davanti a loro, animato dalla perversa curiosità di scoprire cosa troveranno una volta giunti a destinazione.

Tendenzialmente questi mash-up di generi spesso funzionano molto più sulla carta che nell'effettiva pratica, ma non è il caso di Bone Tomahawk. E lo è grazie a Zahler, anche autore della sceneggiatura del film, che mantiene gli archetipi del western senza però stravolgerli, e nel farlo consente a ciascun personaggio di avere il proprio spazio. E dopo essersi preso tutto il tempo necessario a descriverli e a presentarceli, a farceli conoscere (il pio e devoto uomo di legge, il determinato e fervente cristiano marito, il vecchio premuroso e gentile e il pistolero vanaglorioso) dalle atmosfere di un western classico li trasporta a quelle raccapriccianti del cinema di Eli Roth, dove gli scalpi delle persone vengono tirati via come bucce di banana, dove i corpi vengono letteralmente spaccati a metà dall'inguine alla gola e dove le fiaschette di whiskey vengono conficcate fra le costole per punizione: non solo roba per gli amanti del western, quindi, ma soprattutto roba per gli amanti del western che abbiano anche degli stomaci forti.

Silenzioso, letale e affascinante

C'è un'eleganza incessante dall'inizio alla fine di Bone Tomahawk, un'eleganza che non cede neanche di fronte al cuore di tenebra del terzo atto. Forse la più grande peculiarità di Zahler è la sua capacità di essere paziente, la sua disponibilità a lasciare che le scene si sviluppino da sole tramite le decisioni e le parole dei personaggi che le stanno recitando. E così la tensione si accumula, insinuandosi piano ma in maniera costante, e a quel punto per sprigionarla a lui non basta che intervenire. Il meccanismo è reiterato in continuazione ma calato in contesti sempre diversi, e quindi sempre sorprendenti: una chiacchierata fra Hunt e Cicoria stroncata da un colpo di pistola sparato da Brooder, il rumore di un osso che si spacca, il sibilo di una freccia che fende l'aria e si conficca nella carne cogliendo tutti di sorpresa.

In questo senso la musica, minimalista e comunque usata sempre con parsimonia, agisce contro le aspettative dello spettatore, perché non avverte mai dell'imminente pericolo. Le prime scene in città sono quasi innaturalmente silenziose, con le note che fanno da sottofondo solo alle immagini in campo lungo del viaggio dei protagonisti. La camera rimane sempre distaccata, spesso lasciata sul cavalletto e immobile a ritrarre con imparziale obiettività le conversazioni intorno al fuoco da bivacco.
Solo quando si innesca l'azione le inquadrature vanno a stringere, a ricercare quasi con ossessione il gesto violento, un'ossessione però metodica e mai frenetica, che prende in considerazione solo sguardi di un'estrema, meditabonda naturalezza e che non si lascia mai andare all'isterismo tipico dello splatter. E' un tipo di cinema molto vecchio stile, molto anni '70 (Carpenter, appunto), sempre rilassato e teso insieme, un tipo di cinema che oggi è talmente raro da risultare doppiamente affascinante.

Il vero male

Da notare, in conclusione, la scaltrezza con la quale Zahler si libera già in partenza di ogni possibile accusa di razzismo o demonizzazione della figura dei nativi americani. Questi feroci cannibali sono apostrofati dagli stessi indiani come "diversi", cannibali e incestuosi che nulla hanno a che vedere con le altre tribù di pelle rossa. A definirli così è il personaggio di Zahn McClarnon, che compare in una sola scena e che un anno dopo in Westworld avrebbe interpretato il leader della Tribù Fantasma, il cui look è chiaramente ispirato a quello dei trogloditi scaturiti dalla mente di Zahler: coperti di polvere bianca e sfigurati da zanne di animali chirurgicamente applicate ai loro volti, comunicano solo attraverso un ululato disumano, generato da un fischietto trapiantato nella gola.
La loro brutalità è talmente senza freni che il pubblico ben presto si dimentica che, esattamente come accaduto con tutte le altre tribù indiane, anche in questo caso è stato l'uomo bianco a invadere per primo il territorio dei trogloditi cannibali, e non viceversa: il film li dipinge come spietati assassini rapitori di donne e macellai di persone - terribile, inoltre, il destino riservato alle femmine della tribù, accecate e ridotte a veri e propri oggetti sforna bambini - quando in realtà la loro furia viene scatenata dalle azioni sconsiderate di due profanatori di tombe.
E' qui che il cerchio si apre e si chiude, quindi, su pessime decisioni e terribili reazioni: l'opera assume i toni dell'epica greca, il destino di tutti i personaggi sembra guidato dalla mano invisibile di un Dio assente, che non riesce a sostenere il male che troverebbe se avesse il coraggio di guardare in basso. Lo stesso Dio al quale il personaggio di Patrick Wilson si rivolge per tutto il film, senza mai ottenere risposta. Purtroppo per lui l'unico a replicare è Zahler, che come ogni grande regista riesce a diventare il Dio del proprio film. Un Dio nichilista e silente che parla solo attraverso azioni spiacevoli e terribili.

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