Everycult: Blade Runner di Ridley Scott

Inizia la nuova rubrica Everycult con un articolo dedicato a Blade Runner, classico del cinema neo-noir diretto da Ridley Scott.

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All'inizio degli anni '80 Ridley Scott, oggi considerato uno dei più importanti, visionari, poliedrici, versatili e prolifici autori che la storia del cinema abbia conosciuto, aveva diretto soltanto due film. Il primo, I Duellanti, nel 1977, che gli valse il premio per la miglior opera prima al Festival di Cannes e quello per il miglior regista straniero ai nostrani David di Donatello. Il secondo, due anni più tardi, Alien, sbalordì e affascinò per il modo realistico con cui fantascienza e orrore entravano in contatto.
In comune, i film avevano due cose: la cura quasi ossessiva delle inquadrature e il livello di dettaglio utilizzato per la creazione del mondo che faceva da contesto alla storia.
Nel 1982 uscì poi Blade Runner, il terzo film di Ridley Scott, uno dei più grandi film sci-fi di tutti i tempi.
Questo però lo diciamo oggi. All'epoca dell'uscita il film non piacque quasi a nessuno. Nemmeno a Michael Deeley, che lo produsse e sudò sette camicie per trovare i soldi necessari al completamento delle riprese - che si protrassero oltre la data e soprattutto i fondi stabiliti - e che alla fine, quando si ritrovò davanti il film come l'aveva pensato Scott, oppose il proprio veto e fece rimontare l'opera, aggiungendo una voce narrante per chiarire determinati passaggi altrimenti (a suo dire) incomprensibili.
E quel finale, poi: così equivoco, così cupo - tutto era cupo e bagnato nel film - senza il lieto fine che il pubblico si aspettava, quello sgargiante e pieno di sorrisi e applausi che si era visto qualche anno prima in Guerre Stellari.
La Warner era furiosa. Cos'era quella "roba" così triste e oscura? Perché non puntare sui colori, sulla meraviglia dello spazio profondo, sui pianeti esotici e i personaggi divertenti che avevano fatto la fortuna di LucasFilm e 20th Century Fox? Chi era quel Ridley Scott e soprattutto che cosa voleva dire con i suoi origami?

Il film fu un disastro, sia a livello di critica che di pubblico. Andare al cinema per ascoltare i sermoni filosofici di un tizio seminudo non era fra le attività preferite degli americani. Eppure, come l'industrializzazione, lo smog e il progresso tecnologico del mondo futuristico descritto nel film, il mito di Blade Runner è cresciuto silenziosamente, simile a un cancro, espandendosi ad altri autori e registi, che in altri film si sono ispirati successivamente alle idee di Scott e le hanno fatte proprie.
Piano piano gli studiosi e gli analisti hanno iniziato ad accorgersene, a rivalutarlo. Tutti quegli spunti, tutte quelle immagini, tutti quei modelli erano scaturiti da un solo prodotto, insospettabile, che anni prima era passato per i cinema e che nessuno aveva acclamato.
Blade Runner. Il terzo film di Ridley Scott. Adesso sì, una delle opere più visionarie di sempre.

In una Galassia vicina, vicina

La fantascienza "sporca" che George Lucas aveva portato in auge nel 1977 con Star Wars: Una Nuova Speranza era il punto di riferimento per il cinema fantastico americano di fine '70/inizi '80: un mix di pulp alla Flash Gordon (anni '30), un po' di letteratura di Asimov (anni '50) ed Herbert (anni '60), qualche elemento di cappa e spada europei e molti riferimenti a quelli di samurai di Akira Kurosawa; il tutto scandito dai tratti distintivi del fantasy, che richiamavano le vicende del ciclo arturiano e soprattutto molti, moltissimi stilemi del genere western.
Guerre Stellari è, ed è sempre stato a tutti gli effetti, una favola ambientata nello spazio. Un viaggio intergalattico alla scoperta di mondi straordinari e impossibili, creati nel nostro mondo con ingegno, effetti speciali analogici e arte cinematografica. Ma a Ridley Scott i misteri dello spazio profondo proprio non interessavano (già ce li aveva mostrati in Alien, e di certo non erano così spensierati). Al regista interessavano soprattutto i misteri dell'animo umano, per lui il futuro non sarebbe stato colorato ma buio e gassoso, caotico e rumoroso, costantemente inondato da un mare di pioggia (Scott è cresciuto nel nord dell'Inghilterra, e di piogge ne sa qualcosa) e violento, una sorta di estenuante e quotidiana lotta per la sopravvivenza.
Soprattutto l'esplorazione spaziale, sebbene presente, sarebbe stata qualcosa di esclusivo, di elitario, con le colonie extramondo (vendute per le strade dalle pubblicità giganti proiettate sui palazzi) che promettevano una vita migliore in altri mondi, magari proprio quelli descritti da Lucas in Guerre Stellari, che però per i terrestri abitanti del mondo di Blade Runner rimanevano irraggiungibili.
Vent'anni prima, Scott aveva visto 2001: Odissea nello Spazio del collega e maestro Stanley Kubrick, e ne era rimasto affascinato. L'ambizione filosofica, i temi universali, l'opprimente pessimismo e il realismo smisurato che caratterizzavano la seminale opera di Kubrick divennero i quattro temi principali del suo film, che per indole Scott - celebre cinico e profondamente ateo - riempì con tutte le sue previsioni più nichiliste.

L'autore, inoltre, si allontanò quanto più possibile dalle atmosfere di Star Wars (ma reclutò la star Harrison Ford, la cui fama aveva raggiunto apici inediti dato che l'anno prima aveva impersonato anche Indiana Jones ne I Predatori dell'Arca Perduta), andando a cercare l'ispirazione per la sua Los Angeles del 2019 in quella degli anni '40. La LA di Philip Marlowe, di Chandler e Bogart, quella de Il Grande Sonno e del cinema noir, altro emblema della Hollywood classica che però stava agli antipodi rispetto al western che aveva guidato la mano di Lucas.
Il mondo che ne scaturisce, ispirato al romanzo di Philip K. Dick noto in Italia come Il Cacciatore di Androidi, è orribile, distopico e affascinante, velato da sfumature cyberpunk (il termine nasce al cinema proprio con Blade Runner) e popolato da individui pittoreschi, che parlano una lingua sconosciuta (il dialetto cityspeak), auto volanti e - soprattutto - androidi senzienti. Tali androidi, indistinguibili dagli umani e dichiarati fuorilegge, sono chiamati replicanti. Coloro che gli danno la caccia, sono conosciuti come Blade Runner.

Avvampando gli angeli caddero

Dopo una rivolta avvenuta su una delle tante colonie extramondo, cinque replicanti giungono sulla Terra in cerca del loro creatore, Eldon Tyrell (Joe Turkel). Metaforicamente si sentono gli echi di Paradiso Perduto di John Milton, con i replicanti che fungono da angeli caduti dal Paradiso (lo spazio) e rigettati all'Inferno (la Terra, luogo inospitale afflitto da disastri ecologici, sovrappopolazione e miseria), mentre dal punto di vista narrativo si entra nel campo tipico del cinema noir/investigativo, col blade runner in pensione Rick Deckard (Ford) che viene richiamato in azione per trovare e "ritirare" (termine politicamente corretto applicato agli androidi che sta per "uccidere") i replicanti fuggitivi, capitanati da Roy Betty (Rutger Hauer). Le cose si complicano a livello romantico e morale quando le indagini di Deckard lo portano dalla replicante Rachel (Sean Young). In un altro interessante connotato religioso, la figura di Deckard viene associata a quella di Giacobbe, padre dell'Ebraismo ed eroe d'Israele: sposato a Rachele (Rachel), Giacobbe è l'emblema della teomachia cristiana, colui che lottò contro un angelo (il replicante decaduto Roy Betty).

"I replicanti sono come ogni altra macchina, possono essere un vantaggio o un rischio. Se sono un vantaggio, non sono un problema mio."

Nella Bibbia si narra che l'essere umano fu sconfitto dalla figura divina, che però volle premiare gli sforzi dell'uomo facendogli dono di una benedizione. In pratica quello che accade nel finale di Blade Runner, con Betty che risparmia uno sconfitto Deckard (avendo imparato ad apprezzare l'unicità della vita) e il demiurgo ateo Ridley Scott che si diverte a rimodellare a suo piacimento la simbologia religiosa.
Simbolismo e potenza allegorica che diventano il motore trainante di una vicenda modellata e narrata in modo semplice e lineare, priva di un'abbondanza di trame secondarie (in piena tradizione noir, si seguono degli indizi per giungere al risolvimento del mistero) ma straripante di spunti intellettuali che riflettono malinconicamente su temi sociali e filosofici, investigando la condizione della natura umana e il suo rapporto conflittuale con la figura di Dio.

Hai fatto un gran lavoro, signore


Dall'onnipresenza degli occhi (specchio rivelatore dell'anima, nonché mezzo tecnico del regista che scruta e osserva) al design retrofuturista (ispirato tanto a Metropolis dell'espressionista tedesco Fritz Lang quanto alle opere del fumettista francese Moebius e ai dipinti dell'americano Edward Hopper), passando per i dialoghi iconici di Hampton Fancher e per quelli poetici di David Webb Peoples, Blade Runner creò un mondo vivo, sporco e pulsante, assolutamente credibile perché tangibile e intimidatorio, nel quale nessuno avrebbe voluto abitare ma che tutti sognavano di conoscere, di esplorare. Una realtà che, scandita dalle musiche di Vangelis (composte da un mix di suoni classici, jazz e futuristi amalgamati al sintetizzatore) sapeva essere seducente e micidiale inquadratura dopo inquadratura.

A oggi le due versioni principali dell'opera - ce ne sono altre, ma di minor rilevanza - vengono entrambe considerate imprescindibili per il genere fantascientifico e per tutto il cinema moderno, pesantemente influenzato. E questo nonostante le profonde differenze che le contraddistinguono.
Che preferiate la versione voluta dai produttori (con la voce narrante fuori campo che conferisce un tocco da film noir, con il lieto fine per Rick e Rachel) oppure quella di Scott, presentata prima nel 1997 col Director's Cut e poi nel 2007 nella versione definitiva del Final Cut (più brutale, senza voce narrante e nella quale viene insinuato che Deckard possa essere un replicante), Blade Runner resta un capolavoro artistico e culturale inestimabile, un cult senza tempo che non potrà essere "replicato". Denis Villeneuve nel 2017 ci ha provato con il suo Blade Runner 2049, un buon film sotto molti punti di vista, ovviamente incapace di reggere il confronto.

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