Everycult: Batman v Superman - Dawn of Justice di Zack Snyder

L'Everycult della settimana è Batman v Superman, settimo lungometraggio diretto da Zack Snyder con protagonisti Ben Affleck e Henry Cavill.

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Per la maniera autoriale con la quale Zack Snyder approccia la sua idea di cinema, i supereroi - termine inteso nella sua accezione più filosofica - sono sia oggetti politici che rivisitazioni mitologiche. Nell'Everycult su Watchmen abbiamo studiato quanto e come gli uomini in maschera possano celare una vena politica che si gonfia e implode, inondando i libri di Storia per offrirne una realtà distorta, estrema e anti-democratica. Tralasciando il remake de L'alba dei morti viventi, il delirio d'onnipotenza visiva di Sucker Punch e l'animato Il Regno di Ga'Hoole (che pure ha una sua identità precisa all'interno della filmografia dell'autore) è fra 300 e Man of Steel che si possono individuare le caratteristiche principali del cinema snyderiano.

Il primo, di grande impatto iconografico, fa di Leonida e dei suoi guerrieri spartani dei supereroi ante litteram, una sorta di team antenato dei giustizieri mascherati riproposti nel cinecomic del 2017. Il secondo, destinato a un pubblico più ampio e quindi (leggermente) meno estremista, prende Superman per enfatizzarne non tanto l'uomo, quanto il simbolo, riletto però nell'ottica cara all'autore.
Politica e mitologia, i due cardini fondamentali del cinema di un regista che è fra i pochissimi in grado di conferire autorialità alle grandi produzioni hollywoodiane. In Batman v Superman: Dawn of Justice, queste due tematiche si ritrovano faccia a faccia, si scontrano e si fondono, andando a pescare a piene mani in immaginari e dottrine estremamente care all'autore, tra le quali la Bibbia, il mito di Sisifo, Icaro e Schopenhauer.

Deismi e umanesimi

Nella confusa (se non inesistente) linea guida del DCEU pre-Walter Hamada, la S sul petto di Superman diventa chiaramente quella di Snyder. Per l'autore il personaggio di Henry Cavill è un Dio Salvatore ma spiacente, un essere deistico quasi appesantito dalla sua componente umana più che un uomo rinvigorito da un potere divino, che con sofferenza si lascia venerare dai suoi credenti. È una tesi, quella del Dio solo al mondo, già ampiamente affrontata tramite la figura del Dottor Manhattan tre film prima, alla quale però in Batman v Superman si frappongono anche antitesi e sintesi. Due punti di vista contrastanti, variabili che si concentrano entrambe su pensieri ben più umanisti. Abbiamo Bruce Wayne, un uomo (non esattamente) qualunque, che impotente assiste alla tragedia per i mortali dell'esistenza di un Essere Superiore. Abbiamo Lex Luthor, seconda faccia della medaglia/umanità, che non vede in Superman un Dio ma addirittura il Diavolo (il ribaltamento è offerto dall'enorme dipinto affisso alla parete del suo studio privato).

Snyder fa di Batman un moderno Sisifo, nella mitologia il più scaltro fra i mortali, che sfidò gli Dei con arguzia e strategia e che per questo fu punito. Il suo macigno, piuttosto che trasportarlo senza soluzione di continuità verso la cima di una montagna, nel film deve imparare a lasciarlo andare. Dall'altra parte, il Luthor di Jesse Eisenberg è l'incarnazione dell'arroganza di Icaro e del nichilismo schopenhaueriano. Crede in un Dio misoteista che può essere soltanto crudele e spietato e vuole destituirlo per prenderne il posto, arrivando perfino a creare lui stesso la vita, fallendo miseramente (come il presuntuoso figlio di Dedalo) e generando un abominio.
Tuttavia, suo malgrado, nella mitologia secondo Zack Snyder Dio converte Sisifo e salva Icaro. Quando Superman impedisce a Doomsday di uccidere il padre di Lex, Snyder ci ricorda che, per quanto geniale, l'Uomo non è in grado di eguagliare né tanto meno di superare Dio, che a sua volta sarà sempre disposto al suo sacrificio.


Il timbro snyderiano

Nella critica c'è chi tende a valorizzare maggiormente lo sguardo visivo e la messa in scena piuttosto che la coerenza adamantina di una sceneggiatura. Batman v Superman: Dawn of Justice da questo punto di vista ha il potenziale per offrire una delle gare di tiro alla fune più lunghe della Hollywood recente.

Chi è disposto a sorvolare su certe leggerezze narrative (in buona parte rattoppate dalla Ultimate Edition) non può non apprezzare il vigore dell'immagine che caratterizza l'impianto filmico dell'opera. Un muscolo teso e gonfio che pulsa di rabbia, meno estatico nei fotogrammi rispetto a quelli da arte pittorica di 300 ma in grado di suscitare la stessa vibrazione evocativa. Ottimo il lavoro fatto sull'icona di Batman, visto che il personaggio usciva dalla trilogia di Christopher Nolan, che aveva plasmato un determinato immaginario in grado di imporsi nella cultura popolare di tutto il mondo. Ma la forza del cinema di Snyder come una tabula rasa lo reinterpreta per riempirlo delle sue idee, concettuali e visive.
L'esempio più immediato - citando al volo l'entrata in scena: rannicchiato in un angolo come una creatura mostruosa - è quello della maxi sequenza Knigthmare. Diventata così celebre e subito acclamata per via di ciò che significa per Batman e per il suo immaginario.

Tralasciando gli appassionati di fumetti, nessuno prima lo aveva mai visto in quel modo, calato in quell'ambiente e con quella rabbia in corpo. Farlo significa scavalcare un'iconografia e ribaltarla totalmente, offrendola in pasto alla stessa coscienza collettiva per servirla su un piatto completamente nuovo. È un lavoro sull'immagine clamoroso, l'emblema di un genio visivo. La fantomatica director's cut di Justice League avrebbe dovuto ampliare quello che a oggi rimane - e a questo punto rimarrà - una sorta di cortometraggio su Batman montato a forza dentro un altro film. Racchiude tutta l'essenza di Batman v Superman, ma allo stesso tempo se ne distacca, una parentesi che è anche uno sguardo più ampio verso futuri che non vedremo mai, ma che sono stati immaginati per noi.

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