C'era una volta a Hollywood, incontro con Quentin Tarantino

Quentin Tarantino ha presentato a Roma la sua "Opera Violenta" accompagnato da Leonardo DiCaprio e Margot Robbie, star del film.

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Che opera magnifica, C'era una volta a Hollywood. Paradossalmente la meno tarantiniana di tutte ma una delle più personali e libere del grande autore americano, che con questo suo canto d'amore al cinema che fu e ai cambiamenti sociali e settoriali del '69 conclude la sua trilogia storico-revisionista, firmando un vero monumento alla settima arte. Tutto, nel film, fa respirare gli anni della nascita del movimento hippie, dei set giganteschi negli studios hollyowodiani, del boom degli spaghetti western. C'era una volta a Hollywood è metacinema ragionato, ponderato all'eccesso, nei dialoghi, nei momenti, nelle lungaggini che da sempre contraddistinguono il cinema di Quentin Tarantino, qui più disteso e rilassato, innamorato dell'immagine, infatuato delle sonorità dei Favolosi '60.

Dedicato com'è al genere e alla sue mille sfaccettature, che il regista plasma e miscela come vuole, anche e soprattutto nei termini del western, era auspicabile una grande presentazione del film a Roma, nella Capitale, evento che si è infatti tenuto al Cinema Adriano, dove abbiamo anche partecipato alla conferenza stampa alla presenza dello stesso Tarantino, accompagnato inoltre da due delle tre grandi star del progetto, Leonardo DiCaprio (Rick Dalton) e Margot Robbie (Sharon Tate). Ecco com'è andata.

Un viaggio nel passato

C'era una volta a Hollywood è il titolo più libero e diverso di Tarantino perché forse è il primo slegato dalla figura produttiva di Harvey Weinstein. A sostituire l'ex-colosso ormai caduto in disgrazia mediatica a causa delle varie denunce per molestie sessuali - con tanto di processo - è subentrata la Sony Pictures, mentre ad affiancare il regista alla produzione sono arrivati David Heyman (Harry Potter) e Shannon McIntosh. Anche loro due erano presenti alla conferenza stampa e non hanno nascosto minimamente il privilegio di poter lavorare con Tarantino: "Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti grandi registi", ha spiegato Heyman, "Ma questa è stata un'esperienza davvero unica. Quentin è un grande maestro e controlla ogni aspetto della produzione, riuscendo a portare in scena ogni dettaglio come pochi. Lavorare con lui è un'avventura senza fine che procede con grande piacere".
Per Leonardo DiCaprio si tratta invece della seconda collaborazione con il regista dopo l'ottima performance in Django Unchained e lasciatecelo dire: qui giganteggia davvero su tutti. È forse una delle sue più grandi e sfaccettate interpretazioni di sempre, che ha donato commozione, debolezza e insicurezza al suo personaggio, Rick Dalton, una star ormai vicina al viale del tramonto.

Ha spiegato in merito l'attore: "La sceneggiatura era davvero magnifica, anche per la costruzione di questo rapporto amicale e lavorativo con la sua controfigura [Cliff Booth interpretato da un fantastico Brad Pitt]. Quentin è riuscito a portare in sala il grande cambiamento della cultura hollywoodiana e culturale americana, affrontando tutto questo attraverso gli occhi di un attore e di uno stuntman in due o tre giorni della loro vita. Abbiamo molto discusso con Quentin di come tradurre l'anima di Rick in pochi giorni della sua esistenza e siamo arrivati a immaginare quei momenti particolari che potessero portare alla luce la sua vera natura. Forse è persino un personaggio bipolare, angosciato dalla sua franosa discesa e dal fatto che il mondo vada avanti anche senza di lui".

Lavorare a C'era una volta a Hollywood ha però anche significato fare un vero viaggio nel passato e nell'anima cinefila di Tarantino, che ha fatto scoprire a DiCaprio tanti cult e registi persino dimenticati o considerati ingiustamente minori: "È stata una fuga eccezionale", ha rivelato l'interprete: "Quentin è un cinefilo appassionato e grazie a lui sono entrato nel mondo dei western anni '50. Lui rispetta moltissimo tutti questi titoli ed è una riverenza impressionante, specie quando si tratta di film poco noti al grande pubblico. Ha messo nel progetto tutta questa passione che si nota soprattutto nella maniacale ricerca di tanti dettagli dimenticati".

Come spiegavamo, comunque, il '69 è stato un anno di grandi cambiamenti interni ed esterni al settore cinematografico, a cui Tarantino ha cercato di dare una sua lettura personale e precisa, inserendo al contempo elementi revisionistici tipici invece dalla sua filmografia.

Per le star, ad ogni modo, rivivere quegli anni è stato davvero eccezionale: "Sono felicissima di lavorare ora in quanto donna", ha rivelato Margot Robbie, "ma quest'aria di cambiamento tirava anche cinquant'anni fa. Sono molti i film dell'epoca che oggi adoro, nonostante Hollywood sia radicalmente cambiata. Adesso il settore sta vivendo un altro periodo di trasformazione interna ed è in qualche modo connesso a quel periodo, il che rende tutto molto più appassionante". Tarantino ha ricordato invece di aver vissuto determinati eventi che ha voluto inserire nel film: "Ricordo quando andai in sala a vedere The Wrecking Crew con Sharon Tate [ride sguaiatamente quando gli ricordano il titolo italiano, Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm]. Ho trovato meraviglioso vedere la Tate, così elegante, così aggraziata, cadere, perdere l'equilibrio, mettersi in qualche modo in ridicolo. Erano grandi gag e il pubblico apprezzava quei film. Parte di quell'esperienza l'ho messa in C'era una volta a Hollywood".

Opera Violenta

Come sempre nella filmografia tarantiniana, l'amore per il genere e il cinema popolare esplode in modo significativo lungo tutta la durata del progetto, andando proprio nello specifico a individuare e a esplicitare nelle intenzioni lo stile della cinematografia dell'epoca, nella forma e nella sostanza. È una passione più grande di Tarantino stesso, quella per il genere e soprattutto per il cinema all'italiana, che cerca sempre di onorare e omaggiare. "Amo il genere in ogni suo aspetto", ha spiegato il regista, "Sono un grande appassionato di B movie e ho sempre apprezzato il modo in cui gli italiani hanno sviluppato il tema, dal western alla commedia sexy, dal cappa e spada ai polizieschi. Gli italiani hanno proprio reinventato i generi con modalità completamente nuove, per un nuovo pubblico, con nuova enfasi e una maniera pazzesca di ridare vita a tutto questo. Da Corbucci a Sollima fino a Leone, quindi con particolare riguardo al western, i registi italiani hanno avuto un po' lo stesso percorso degli autori della nouvelle vague: critici e appassionati divenuti poi autori. Il cinema di genere è qualcosa di appetibile per un cinefilo o per un regista e in questi spaghetti western c'è un'italianità molto particolare, qualità liriche e surreali, magnificamente sopra le righe. Il primo libro che ho letto sul western all'italiana è stato un tomo chiamato Opera Violenta. Li definivano proprio così: Opera violenta. Bene: io sto cercando di fare la mia, di Opera Violenta".

Il cinema del '69 di genere era molto diverso da quello odierno, soprattutto era destinato quasi interamente al divertimento del pubblico, pensato per essere popolare.

Lo dice anche Tarantino: "Il cinema di oggi è differente da quello degli anni '60: pensiamo anche solo ai grandi set, all'artiginalità che c'era nel '69. Ma anche solo nei primi anni 2000 o negli anni '90, i set venivano creati sul posto, non in post-produzione. Si creavano con manualità nuovi mondi da zero ed erano obbligati a farlo e costava ovviamente un occhio della testa, ma era magnifico. Oggi neanche le grandi produzioni lo fanno più, a meno che non vengano obbligate a farlo dai grandi autori. È un problema importante perché comporta una perdita enorme in termini di manualità, di artiginalità e di cinema. La cinematografia digitale è differente da quella in pellicola, ma non voglio fare il rincoglionito che guarda solo al passato, perché questa nuova tecnologia ha molti aspetti validi. Solo si perdono moltissime cose con il digitale". Sul fatto che il cinema, infine, possa poi cambiare la realtà, Tarantino ha dichiarato convinto: "Non credo possa arrivare a cambiarla, ma ad influenzarla in positivo sicuramente".

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