C'era una volta a Hollywood, il cinema ritrovato di Tarantino

Quentin Tarantino rispetta e reinventa la sua cifra stilistica in un grande "film cornice", canto d'amore al genere e alla Hollywood che fu.

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Parafrasando il Jep Gambardella de La Grande Bellezza, la più sostanziosa scoperta fatta da Quentin Tarantino a 56 anni è che non si può perdere tempo a fare cose che non si ha voglia di fare. La vita si assottiglia e le prospettive si appiattiscono, dopo decenni di carriera e compiuta una certa età, elementi che sferzano con una decisa nostalgia anche il pensiero dei più stoici e irreprensibili ottimisti e appassionati, di chi insomma si è sempre divertito nel proprio lavoro, ricevendo in cambio il plauso del grande pubblico.
Da quel videonoleggio/scuola di formazione, Tarantino ne ha fatta di strada, imponendosi agli occhi degli spettatori e della critica cinematografica come uno dei massimi autori contemporanei, uno di quei cineasti capaci di plasmare la propria cifra stilistica - persistente e riconoscibile - sulle spalle sia dei giganti che delle formiche della settima arte, assottigliando attraverso il suo gusto il divario tra il cinema di serie A e quello di serie B (ma anche C, D e Z).

La filmografia di Tarantino è una livella di genere che non risparmia nulla: è citazionismo spinto e inventiva, ripresa forzata di un canone ormai topico e destrutturazione dello stesso, fino a renderlo altro. Dal suo cinema ci si aspetta un mix esaustivo di generi che dal western toccano il blaxploitation, passando per il pulp fino all'horror, e sotto questo aspetto anche C'era una volta a Hollywood non delude, dimostrandosi un opulento contenitore dell'ormai nota cultura cinematografica del brillante autore texano.

Canto alla musa

La differenza sostanziale rispetto alle sue precedenti produzioni è però nella libertà della messa in scena, nel carattere più ponderato e curiosamente meno tarantiniano della sceneggiatura, che porta alle estreme conseguenze l'ideale passionale di cinema secondo il cineasta, che qui ha modo di declinare in pelliccola i Favolosi anni '60 e il cambiamento sociale e settoriale della Hollywood del 1969, in piena trasformazione interna. Quello che ne esce è un film cornice che contiene ogni delicato e apprezzato aspetto della cifra artistica di Tarantino, che diventa però altro, si fa più libera e ragionata e muta in omaggio e riverenza a un cinema ideale per il regista, a un canto d'amore ai generi che lo hanno formato e portato al successo, che lo hanno reso prima di tutto un cinefilo intellettuale di stampo popolare e poi una delle grandi firme cinematografiche contemporanee.
In C'era una volta a Hollywood il regista revisiona attivamente la realtà, ricostruendo con dettagliata fedeltà la Los Angeles di cinquant'anni fa, in pieno mutamento, con il movimento hippie ad affacciarsi sullo sfondo e il presagio costante dei terribili delitti della Manson Family dietro l'angolo.
È però un gioco di specchi dove Tarantino riflette una sua precisa sensibilità e una sua personale conoscenza posticcia (nel senso di postuma) di quegli anni, che sono sì ricreati con esattezza, dalle luci ai costumi, fino alle sonorità del tempo, ma anche con estrema grazia e volottuosità, con quell'esatta nostalgia di cui parlavamo in apertura.

Si avvertono l'amore per quell'epoca e la cultura del cineasta, così come delle vibrazioni emotive che si dipanano lungo tutta la sceneggiatura, che si espandono dal cuore artistico di Tarantino fino al centro stilistico esatto della riesaminazione storica.

È anche questo un modo di rendere omaggio a un periodo cinematografico sublime, a un'America innamorata dei generi, del cinema popolare, e di una liricità artistica tutta italiana, dai polizieschi agli spaghetti western.
Esattamente come Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) sono personaggi modello, volti a rappresentare la caducità del mito, l'inconsistenza del singolo davanti al cambiamento e la forza dell'amicizia (quando disinteressata, quando opportunista), così Sharon Tate (Margot Robbie) e la parte luminosa e festaiola dello star system sono nel film per dare forma e sostanza all'impalcatura concettuale del progetto, che è nella sua essenza un immenso poema tarantiniano dedicato a un settore ormai profondamente mutato, tanto nella tecnica e nella tecnologia, quindi nella sostanza, quanto nel divismo, di cui l'autore ha una visione spesso ricercatamente esagerata (Bruce Lee) e a volte fin troppo edulcorata e magica ma sempre funzionale (la Tate).

C'era una volta a Hollywood è un meraviglioso affresco pop dipinto con straordinaria conoscenza del mezzo e geniali virtuosismi dall'autore, che dirige qui uno dei suoi titoli più personali e persino sentimentali, liberandosi in qualche modo dalla sua stessa eredità autoriale per muoversi con più grazia e leggerezza in un mondo che conosce alla perfezione, lavorandolo minuziosamente in ogni suo aspetto, elasticizzandone il contenuto per renderlo malleabile alle sue esigenze, che sono di confronto, analisi e rielaborazione.

È un film che se la prende comoda e indugia con estrema pazienza, C'era una volta a Hollywood, soprattutto compresso intorno alla figura di Dalton per raccontare l'interno del mondo hollywoodiano e stirato su quella di Booth per muoversi all'esterno, in una Los Angeles elaborata attorno alla cultura hippie e alla volontà (o ingenuità) del caso. Tarantino riesce comunque a far convivere la grazia dialogica della sua scrittura con una messa in scena strutturata per essere un grande racconto percettivo attraverso immagini e suoni, proprio come insegna poi il cinema, che resta nell'anima la musa del regista, che qui elogia infatti con una composizione unica e irripetibile, tanto che è lo stesso autore ad ammettere candidamente di aver dato davvero tutto al suo primo, indimenticabile e grande amore.

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