Encanto, perché il nuovo film Disney è così divisivo?

Il 60esimo Classico animato della Walt Disney ha spaccato in due critica e pubblico, raccogliendo critiche positive e negative: ecco i problemi del film

Encanto, perché il nuovo film Disney è così divisivo?
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Byron Howard non è un novizio dell'animazione: il regista americano, che in Disney è arrivato nel 1994, dopo aver innovato il genere romantico dei Classici Disney insieme a Dan Fogelman (This is Us, Galavant) grazie a Rapunzel, nel 2016 aveva donato al mondo animato una riedizione delle favole antropomorfe con Zootropolis (trovate qui la nostra recensione di Zootropolis), col quale aveva vinto anche l'Oscar come miglior film d'animazione.

Che le aspettative su Encanto potessero essere alte era abbastanza scontato, soprattutto nel momento in cui l'azienda di Burbank aveva deciso di pubblicare e distribuire due Classici nell'arco dello stesso anno, col primo che non ha saputo rendersi memorabile come, invece, in molti avrebbero sperato. La capacità di dividere pubblico e critica è stata importante, a dimostrazione del fatto che Encanto (qui vi attende la nostra recensione di Encanto) in qualche aspetto narrativo ha fallito, mentre la tecnica continua a essere un eterno e sempreverde sciorinamento delle competenze e capacità di Disney.

Il villain che alberga dentro di noi

Partiamo con l'aspetto preponderante, che la Disney negli ultimi anni ha deciso di elidere completamente dalle proprie equazioni narrative: l'assenza di un villain.

Frozen ne è stato il capostipite, raccontandoci che l'antagonista dell'intera vicenda albergava in quella che era la stessa protagonista, in alcuni frangenti nemica di se stessa; Oceania, forse tra i più completi e soddisfacenti Classici degli ultimi dieci anni, aveva invece ragionato in funzione di un male naturale, da fronteggiare per prevenire l'estinzione di una tribù intera, che terminava con la riabilitazione di un demone a dea della benevolenza. Se quindi Raya è stata l'unica a proporci una vera e propria sfida contro un antagonista che potesse ostacolare il percorso dell'eroe, con Encanto la scelta di Byron Howard, che in Zootropolis aveva messo in piedi un thriller animalesco, è quella di annullare qualsiasi contrasto esterno e trasporlo all'interno. L'unico avversario che Mirabel Madrigal, la prima protagonista Disney con gli occhiali e tendente a una dimensione più umana e normale rispetto a tutti gli altri avventurieri Disney, è in se stessa. Spogliata della possibilità di avere un talento e quindi vera e propria pecora nera della sua famiglia, adorata e beatificata da tutto il villaggio, la ragazza si ritrova a dover combattere con il suo Io interiore, per vincere la battaglia che la sta spingendo a essere la rovina dell'intera casa.

Quello di Mirabel è un percorso di crescita piuttosto che una vera e propria battaglia contro un antagonista: è una lotta interiore che la spinge a ricercare Bruno, lo zio che non può essere nominato, per venire a capo di una visione che la vede vestire i panni della sciagura. Per questo la risoluzione dell'intreccio narrativo è risultata debole, artefatta, nel suo punto finale quasi scontata: Mirabel arriva a una sorta di autoaffermazione, nel ritrovare l'abbraccio con quella che pensava dovesse essere sua sorella Isabel, ma che in realtà si rivela Alma da giovane, per riscoprire che il proprio talento è proprio quello di non averne uno: di essere normale.

L'apparente esaltazione della normalità

Da questa esaltazione della normalità nasce il secondo punto che spinge Encanto verso una difficile notorietà nel corso degli anni che verranno: il 60esimo Classico Disney insiste sulla metodologia narrativa dell'accettazione del normale, del non speciale, quasi a volerci raccontare che in un mondo di talentuosi dobbiamo accettare di non avere niente di unico.

In realtà il messaggio che passa è un altro, velatamente infilato nelle crepe della casa di Encanto: Mirabel non è priva di talento, ma è spoglia solo dei doni che la casa ha deciso di fare alla famiglia Madrigal. Lei, come sua nonna Alma, che all'inizio del film le spiega di essere speciale come pochi, è l'unica reale erede dell'Abuela, destinata a rimettere insieme i pezzi di una famiglia sfaldata da ciò che ambisce a essere, non che realmente è. In un'ipotetica crisi familiare, là dove ogni talento risponderebbe solo a se stesso, senza mai una vera e propria azione corale, di cooperazione, Mirabel sarebbe l'unica in grado di riunire tutti sotto un'unica egida, quella della candela, e fare in modo che i Madrigal si ritrovino protagonisti della ballata iniziale cantata dalla protagonista per presentare la sua famiglia. Perché Encanto non è un racconto egoriferito, ma di amore verso la famiglia stessa: quello provato solo da Mirabel e da Bruno.

A tal proposito, l'aspetto musicale riesce a rimanere abbastanza impresso nella mente di chi ha visto il Classico. Se Katzenberg per il suo Rinascimento decise di affidarsi ad Alan Menken, l'uomo che ha risollevato le sorti della Disney, dal 2016 a oggi l'azienda di Burbank ha trovato in Lin-Manuel Miranda un nuovo Re Mida. La sua avventura con gli eredi di Walter è iniziata con Oceania, componendo How Far I'll Go, nominata agli Oscar come miglior canzone originale, per poi godere di un successo arrivato a posteriori con Hamilton, il musical che aveva realizzato nel 2015 e col quale aveva vinto il Premio Pulitzer per la drammaturgia, per poi essere acclamato al momento della distribuzione su Disney+.

Il compositore americano non arriva a realizzare nessuna ottima canzone per Encanto, non ci sono picchi, ma una omogenea proposta di melodie orecchiabili, latineggianti e danzanti, che permettono a Mirabel di essere al centro di un carnevale di colori e di esplosione di gioia: Miranda, che di musical se ne intende, finisce per amalgamarsi in maniera ottima con i movimenti di camera che, a riprova di quella grande capacità tecnica di Disney, esaltano l'allegria e l'euforia della famiglia Madrigal.

Le due maggiori assenze

Se, invece, in chiusura, volessimo riscontrare due vere e proprie lacune, in Encanto possiamo imbatterci in due vuoti della trama. Il primo riguarda l'edulcorazione di un tema che sarebbe potuto essere molto più incisivo, ossia quello del razzismo: è chiaro che la famiglia Madrigal è vittima, così come il resto del villaggio che decide di seguire Alma e Pedro, di una persecuzione, di un attacco razziale. Potrebbero essere militanti o anche banditi gli inseguitori, ma una fuga così intensa e soprattutto legata a una determinata etnia lascia pensare a un discorso di razzismo che avrebbe meritato, in tal caso, molta più attenzione e intensità.

Ne avrebbe giovato l'intera ambientazione à la Gabriel Garcia Marquez, che con i suoi Cent'anni di solitudine aveva raccontato una realtà molto vicina a Encanto, con i suoi Buendía. Atmosfera che la Disney conosce bene, perché già nel 1942 e nel 1944 aveva approfondito la conoscenza dell'America latina, luogo caro a Walter Elias, prima con Saludos, amigos e poi con I tre Caballeros. Entrambi realizzati per scopi di buon vicinato, prettamente politici, avrebbero potuto indicare la giusta strada a Howard, che avrebbe potuto premere l'accelerazione sulla disamina politica di una problematica tipica dei popoli latinoamericani.

Il secondo aspetto deludente di Encanto è il tentativo scialbo e incosistente di inserire degli elementi slapstick all'interno del lungometraggio: le uniche gag divertenti sono relegate a un bambino che ingurgita caffè come se fosse acqua, nonostante la giovanissima età, e si ritrovi a essere iperattivo per l'intera durata del film. Però di più ci saremmo sicuramente aspettati da Bruno, forse reduci dall'utilizzo scherzoso del suo nome anche in Luca, l'ultimo film Pixar di indubbio maggior valore artistico e narrativo.

Scritto e disegnato con tutti i crismi della follia e della destinazione comica, Bruno avrebbe potuto raggiungere dei picchi di ilarità ai quali contrapporre il suo esser stato destinatario del talento più affascinante e allo stesso tempo più inquietante: un'occasione persa per quello che poteva essere, accanto a Mirabel, il vero mattatore della seconda parte del film più di quanto non lo sia stato, relegato a strappare qualche risata per la sua convivenza con i topi e il suo presentarsi come scarso attore caratterista.

Il futuro dell'Encanto

Non vogliamo, insomma, ridurre l'intera questione critica di Encanto alll'assenza di un climax finale che ci conduca a una battaglia tra bene e male, ma semplicemente sottolineare come da Byron Howard, che in Zootropolis aveva dimostrato ben altre qualità, ci saremmo aspettati di più. I personaggi comici li ha saputi gestire, dal bradipo Flash fino allo stesso Nick Wilde, protagonista da vero primo attore, mentre in Encanto sembra quasi incespicare in quelle occasioni che avrebbe potuto sfruttare.

Quello che ci lascia il 60esimo Classico Disney è, però, la possibilità di aprire un grande nuovo filone narrativo, con la famiglia Madrigal tramutata in un ottimo prodotto seriale, con eventi episodici in grado di mettere tutti i suoi membri dinanzi alla necessità di adoperare i propri talenti, in attesa di scoprirne di nuovi.

Quello potrebbe essere un grande successo, più di quanto accaduto con la serie animata di Big Hero 6 e di Rapunzel, che a lungo andare hanno visto scricchiolare la già poco stabile premessa narrativa delle rispettive serialità. Alla Disney, invece, auguriamo maggior coraggio per Strange World, nella speranza di poter tornare a parlare di quelle conturbanti storie che fino al 2002 - l'anno de Il Pianeta del Tesoro - ci hanno emozionato.

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