Ema e Joker a confronto: la danza come modello espressivo della follia

Entrambi presentanti in Concorso a Venezia 76, i film di Todd Phillips e Pablo Larrain si incontrano in un parallelismo stilistico davvero sorprendente.

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Se nella forma cinematografica e nel lessico strutturale il Joker di Todd Phillips e l'Ema di Pablo Larraìn sono dei titoli agli antipodi, è nella cifra linguistico-espressiva che le due opere trovano il massimo comune divisore. Restano film differenti, pensati per raccontare uno le criticità sociali odierne, indagando le origini del personaggio DC in un caso-studio sulle possibili cause di una rivoluzione, mentre il secondo dedicato al ciclo di sfaldamento e ricostruzione della coppia, attraverso buchi neri relazionali che inghiottono famelici tutta la luce dell'amore, lasciando rabbia, rammarico e vuoto in un turbinio di gravità emotiva davvero schiacciante.

Intenti vettoriali dissimili vengono però sommati all'interno del grande utilizzo della danza come gigantesco modello di estrinsecazione motoria: frammenti sinuosi, ricchi di curve, grazia e passione che paradossalmente vengono sfruttati in entrambi i lungometraggi per descrivere l'aura di follia che marca stretta i due protagonisti, risultando magnifica, dinamica e a suo modo silenziosa manifestazione dell'alienazione di Arthur Fleck e di Ema.

La voluttuosità della fiamma...

Nel magnetico dramma di Larraìn, i protagonista sono un coreografo e la ballerina di punta di una compagnia. Nella sua articolazione e complessità narrativa, scandita anche da un montaggio "a marce" - a volte molto veloce, altre indugiante -, Ema utilizza quindi naturalmente il ballo e le sue molteplici sfumature per andare oltre la foresta del reale, sfrondandola a colpi decisi di raggaeton per raggiungere la metafora e utilizzare il mezzo per un fine ancora più alto. Si comincia con sonorità elettroniche e hip hop, che descrivono la vitalità e le vibrazioni del mondo introiettando ogni sentimento nel corpo di chi danza, in modo sì espressivo ma fondamentalmente riflessivo, dedicato a se stessi, a una sorta di scoperta del proprio intimo emotivo. Pur essendo incipit, è in realtà il punto d'arrivo della coppia protagonista, che esplode davanti agli occhi dell'audience a causa di problemi con un bambino in adozione, Polo, un ragazzino molto strano che convince Ema di non essere pronta per essere madre, lasciandole prendere la decisione - forse avventata - di riconsegnarlo ai servizi sociali.

L'opera comincia così lentamente a trasformarsi, approdando sulle derive del già citato raggaeton, che è il passaggio, la musica e la danza con cui Ema racconta la sua libertà, la sua emancipazione artistica in modo puramente anarchico e sessuale, come fosse un delicato atto di violenza nei confronti di una realtà fin troppo imprigionata in una moltitudine di luoghi comuni, che sbarrano la via verso un arbitrio passionale, istintivo e pericoloso. Ema è pericolosa: un'artista, moglie, madre e donna incendiaria, capace di manipolare persone e situazioni a proprio vantaggio, godendosi ogni momento, dalla scintilla al fuoco divampante. Dietro quei gesti sensuali, voluttosi, eccitanti e violenti si nasconde infatti l'essenza stessa della protagonista, che passo dopo passo, in un susseguirsi di orge fisiche e sensoriali (tanto nel letto quanto nell'atto stesso di danzare), esprime perfettamente la sua lucida follia, il suo grande piano, esternando direttamente nel gesto motorio un vibrante e assoluto delirio di onnipotenza.

... l'incanalamento del caos

Se Ema è fiamme, Joker è caos. Non quel tipo di caos che avete in mente, comunque, almeno non in relazione alla sua danza e alla sua malattia. Nella nostra recensione di Joker abbiamo analizzato il costrutto concettuale del film di Todd Phillips, che prima di tutto è un titolo post-ideologico e a-politico, che non indugia nell'inneggiare alla rivolta, analizzando invece la società degli ultimi attraverso uno di loro, l'Arthur interpretato da un sontuoso Joaquin Phoenix.
Come si è visto nei trailer, il personaggio è un vero e proprio emarginato sociale costantemente ignorato e messo da parte, tanto da arrivare a convincersi della sua inesistenza, gettando nero su bianco dei pensieri-fiume dove ammette di desiderare "che la sua morte abbia più senso della sua intera vita". Problematico, pieno di demoni, povero in canna e delirante: Arthur è lo specchio dell'indifferenza sociale e della solitudine, ma curiosamente rappresenta anche la maschera nella sua generalità, perché nasconde la sua tristezza, le sue psicosi e manie, dietro il trucco da clown, desideroso di portare "sorrisi nel mondo". È convinto della sua inutilità e della sua invisibilità ma vuole comunque seguire il sogno di sfondare nel mondo della stand-up comedy. Quando è Arthur è un ominino triste e stanco, chiuso nel suo rachitismo e nei suoi problemi, ma quando indossa l'abito da clown e copre i suoi deliri sotto pennellate di cerone si trasforma in un distributore ambulante di finti sorrisi, recitando e ballando la sua parte.

Quando tutto esplode in modo brutale e incontrollato, e il caos nella sua mente comincia a fuoriuscire per mettere tutto in riga, organizzando un discorso sul valore della sua stessa esistenza e sulle barriere di classe, Arthur inizia allora a incanalare questa travolgente necessità di esprimersi attraverso la violenza in un ballo ammaliante dove incanalare estasi e disordine in modo controllato, portandoli dalla mente all'intero corpo in un'autostrada di movimenti seducenti e barbiturici, fino a lanciarli nel suo stesso riflesso per abbracciare finalmente la sua vera natura, dimostrando di non essere poi così invisibile. Da lì la danza torna puntualmente a descrivere la sua presenza e la sua irrefrenabile ma controllata follia, ristagno psicologico di un substrato di danni familiari e sociali arginati sempre nel modo sbagliato e ora liberi di esprimersi in un incantevole balletto impossibile da dimenticare.

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