Ecco perché Brad Pitt ha meritato l'Oscar: storia di una consacrazione

Negli anni scorsi l'attore aveva già collezionato diverse nomination e stavolta era il super-favorito. Ma questa statuetta ci dice qualcosa di più.

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In una notte degli Oscar in cui tutto è sembrato andare per il verso giusto, con la vittoria schiacciante di Parasite che ha messo d'accordo chiunque, ci ricorderemo anche di quella volta in cui l'Academy ha certificato e garantito che Brad Pitt, oltre a essere un uomo estremamente affascinante, è anche un grandissimo interprete. Erano anni ormai che l'attore cercava di scrollarsi di dosso l'immagine di sex symbol attraverso la collaborazione con grandi registi e copioni scelti con cura. Non che, improvvisamente, Pitt abbia prediletto esclusivamente progetti autoriali o raffinati, continuando piuttosto ad alternarli a film di genere e blockbuster.
Indubbiamente, però, l'ex marito di Angelina Jolie ha avuto l'ambizione, anche rivestendo il ruolo di produttore, di partecipare alla costruzione di quel grande cinema americano che sa raccontare i personaggi, i problemi, le contraddizioni e lo spirito degli Stati Uniti che valgono la pena di essere narrati e tramandati.

Il successo, la svolta e l'impegno di Brad Pitt

Brad Pitt raggiunge il successo negli anni Novanta. Oggetto del desiderio in Thelma e Louise, va a caccia di sangue in Intervista col vampiro per poi raccontare la grande Storia in Vento di passioni, che gli vale la prima candidatura ai Golden Globe come miglior attore protagonista. Dal 1995 in poi cominciano i cult: Seven, L'esercito delle dodici scimmie (nomination agli Oscar e vittoria ai Golden Globe come miglior attore non protagonista), Fight Club e The Snatch. Nel mezzo, grandi successi commerciali come Sette anni in Tibet e Vi presento Joe Black.
Nel 2001 comincia la saga di Ocean's Eleven e nel 2004 avviene la svolta con Troy, che lo spingerà ad accettare ruoli di maggior peso. In effetti, da lì in avanti metterà a segno grandi interpretazioni in ottimi film lavorando con Iñárritu (Babel, nomination come migliore attore non protagonista ai Golden Globe), Dominik (L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, che gli vale la Coppa Volpi a Venezia), i fratelli Coen (Burn After Reading, con cui raggiunge la candidatura ai BAFTA come miglior attore non protagonista), ancora Fincher (Il curioso caso di Benjamin Button, nomination come miglior attore ai BAFTA, ai Golden Globes e agli Oscar), Tarantino (Bastardi senza gloria) e Terrence Malick (The Tree of Life).

Il 2011 è l'anno della prima prova generale per tentare di conquistare la statuetta grazie a L'arte di vincere, concorrendo sia come miglior attore che produttore agli Oscar e ai Golden Globes (e ai BAFTA per la recitazione). L'avventura per vincere un Oscar come produttore prosegue, riuscendoci nel 2014 con 12 anni schiavo e ottenendo una nomination due anni dopo con La grande scommessa.

Il momento giusto per la consacrazione

56 anni, le rughe di un uomo che ha superato con estrema difficoltà i problemi con l'alcol e quelli legati alla separazione con la Jolie ma, soprattutto, 53 film in 32 anni di carriera nei quali il Tyler Durden di Fight Club ha interpretato personaggi memorabili di antieroi e outsider. Non stiamo dicendo che fosse giunto il momento di dare il giusto riconoscimento a un attore che già altre volte avrebbe meritato la statuetta, ma dopo tanti traguardi Brad Pitt ha saputo sfruttare un'occasione d'oro. Da una parte, uno dei ruoli più iconici di sempre che entrerà di diritto nella storia del cinema, dall'altra una concorrenza di altissimo livello che, tuttavia, si portava sulle spalle meno profondità, meno fascino e una dose minore di conflitto di quella che Quentin Tarantino ha impresso nel suo Cliff Booth.
Stuntman, galoppino tuttofare, calmo e irascibile in perfetto equilibrio, la spalla di Leonardo DiCaprio è stata fondamentale per la magia complessiva di C'era una volta a... Hollywood, oltre a rappresentare la rivincita di tutti i gregari che mandano avanti la macchina del cinema senza la luce dei riflettori.

Tom Hanks, Anthony Hopkins, Al Pacino e Joe Pesci (l'unico che potesse davvero insidiare la prova di Pitt), seppur bravissimi, si sono ritrovati alle prese con ruoli tutto sommato già visti, in un modo o nell'altro.
Non sono bastate le sfumature inedite del conduttore televisivo sui generis, dell'uomo di potere religioso, del potente politico e del gangster a convincere l'Academy, forse proprio per l'assenza di quella carica dirompente e malinconica - fisica, espressiva e psicologica - che invece caratterizza l'assoluta novità di Cliff Booth.

Soprattutto, l'Oscar al miglior attore non protagonista è stato consegnato a un uomo che negli anni ha saputo fare un passo indietro, ripartendo da piccoli grandi progetti scelti con coraggio e spesso controcorrente (L'arte di vincere, 12 anni schiavo e La grande scommessa) e che ha recitato, stavolta, come se la sua consacrazione artistica potesse arrivare solo grazie al ruolo che più di ogni altro parlasse di abnegazione e amore nei confronti del cinema.

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