Don't Worry Darling: oltre le polemiche su Harry Styles, è un buon film?

Gli screzi sul set, le relazioni amorose e quello sputo tanto chiacchierato. Ma la vera domanda è: com'è Don't Worry Darling?

Don't Worry Darling: oltre le polemiche su Harry Styles, è un buon film?
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Le domande attorno a Don't Worry Darling sono tutte sbagliate. Quali problemi intercorrono tra il cast del film? Olivia Wilde avrà costruito a tavolino la sua storia con Harry Styles? È vero che la cineasta è oramai come un'estranea per Florence Pugh, infastidita per la bieca operazione pubblicitaria di marketing che ha fatto passare le scene di sesso come il fulcro della pellicola, quando ne sono in realtà una parte marginale seppur importante?

Le questioni attorno alla seconda opera della regista di Booksmart sono degenerate soprattutto quando ancor più che a discutere e riflettere sulla ricezione pubblica e di critica dopo il suo passaggio in anteprima alla Mostra di Venezia, ci si è concentrati sullo sputo o meno lanciato dalla popstar britannica a Chris Pine - guardate la standing ovation a Venezia per Don't Worry Darling. Interrogativo che ha catalizzato l'attenzione spostandola notevolmente dal contenuto e la realizzazione in sé del lavoro della Wilde, forse per mancanza anche di un vero e proprio entusiasmo condiviso dalla maggioranza che non ha esaltato unanimemente - o anche nella sua parte sbilanciata in positivo - la riuscita del film.

Dai pettegolezzi al thriller

Oltrepassate le polemiche e cercato un appiglio che fosse più del semplice gossip da chiacchiera costantemente attorno a Don't Worry Darling, a interessare della pellicola è la dicotomia con cui viene recepita nella sua parte contenutista e quella invece della fattura.

Due parallele che dovrebbero essere in verità fin dal principio gli elementi di discussione principali invece che veder ruotare i quesiti attorno agli screzi e alle rappresaglie dietro la pellicola. I quali fanno comunque sempre parte della meraviglia del cinema, che influenza dentro e fuori la sala, ma che con Don't Worry Darling sembra aver fatto dimenticare completamente come si fa a giudicare un film distaccandolo da quella sua copertina pettegola e patinata. Perché se ci si fermasse un attimo più a lungo a pensare alla scelta intrapresa dalla regista per il suo secondo lavoro si coglierebbe un'audacia che fa parte di una volontà nel cercare di esplorare un altro registro cinematografico. Uno primariamente legato al genere e che l'artista utilizza per confezionare un thriller che sembra richiamare degli eco del passato, di un cinema delle attrazioni fatto di colori, simmetrie e passi di danza, mentre dietro si consuma un'enigma che la stessa Wilde palesa fin dall'inizio.

Un'intenzione spostata sul voler dedicarsi più sull'oggetto d'intrattenimento in sé che su discorsi femministi che sicuramente risiedono all'interno della sceneggiatura di Katie Silberman, ma che vengono fatti passare quasi in secondo piano nella costruzione di un impianto finzionale su cui la regista ha lavorato in particolare per la messinscena e la suggestione.

I riferimenti a classici della cinematografia mondiale, dai cult The Truman Show fino a La moglie perfetta, andando alla modernità che guarda ad un futuro tragico e dispotico come quello di Black Mirror, sono certamente evidenti. Ma è proprio per la libertà di mostrarsi immediatamente come un segreto da scoperchiare che Don't Worry Darling può concentrarsi totalmente sull'assemblaggio dei propri innesti e dei suoi frammenti perturbanti ai limiti dell'orrorifico - non perdete il tappeto rosso di Florence Pugh a Venezia79.

Tra innesti e suggestioni

Turbata da degli episodi di paranoia eppure estremamente convinta di un complotto che si cela alle proprie spalle - anzi dietro ad un'alta cortina di montagne -, la Alice di Florence Pugh mostra dal principio allo spettatore segni di squilibrio, che sono in realtà i tentativi per tornare ad una normalità che la protagonista non sa nemmeno esserle stata sottratta.

È per questo che avvolge il proprio volto in una pellicola mentre cucina, che ha l'impressione di essere oppressa dalle pareti della sua stessa casa, che vede un doppio di se stessa nell'angolo di uno specchio o in una versione insolita, non più lei stessa con i propri connotati bensì quella donna che ha visto suicidarsi davanti ai suoi occhi e che le è stato detto invece essere solamente scivolata. La società del controllo, tema che è ben chiaro nascondersi nelle case residenziali e nelle macchine colorate di Victory Town, non è argomento messo in discussione o visione politica e sociale. È certamente ciò su cui si fonda la pellicola e la sua sceneggiatura, ma non sono i tratti a cui si appella, come dimostra l'escalation della conclusione e l'assenza di una spiegazione compiuta su come viene esercitato il potere e le conseguenze di tale prigionia, lasciando il più aperto e interpretativo dei finali. Quello che interpella gli spettatori, sollecitati in continuazione dai frame e dalle sequenze oniriche del film. Fare del genere e farlo completamente, trovando una fuga nella sala cinematografica, come quella ricercata dalla protagonista e che l'intrattenimento sa effettivamente dare.

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