Don't Look Up: se non vi è piaciuto allora ha fatto centro

Don't Look Up ha diviso critica e pubblico, ma se fosse stato questo il suo obbiettivo fin dall'inizio? Proviamo a capirlo assieme.

Don't Look Up: se non vi è piaciuto allora ha fatto centro
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Avete presente una delle citazioni più abusate di Oscar Wilde? Quella in cui dice che siamo tutti immersi nel fango ma alcuni guardano le stelle? Beh, sembra proprio che Adam McKay l'abbia presa e si sia divertito a saltellare sopra tutti, un gregge insozzato dove forse nessuno guarda davvero in alto, perché se ci prova viene comunque sommerso. Ed è qui che nasce il cortocircuito di Don't Look Up, una scossa inaspettata tra film e spettatori. In tanti lo hanno mal digerito, forse perché punti sul vivo, un prurito da coda di paglia che non lascia scampo, dai liberisti più convinti ai conservatori granitici.

Nella nostra recensione di Don't Look Up vi raccontavamo quanto il film ci fosse piaciuto, e forse era quasi fisiologico che a gran parte della società statunitense non andasse a genio. Perché Adam McKay li racconta in maniera talmente brutale e veritiera nella sua voluta esagerazione che guardarsi allo specchio, poi, non deve essere la cosa più piacevole del mondo. Visto che un po' di fango resta sempre attaccato sul vetro.

Don't Look Up e la rivincita della satira

Lucrezio nel De Rerum Natura diceva che per far ingoiare una medicina amara bisognava cospargere i bordi del bicchiere di miele. Adam McKay con Don't Look Up invece li scheggia, affilandoli il più possibile. E vedere gli spettatori che si tagliano la bocca bevendo è proprio quello che vuole ottenere.

La satira è il veicolo, la montagna russa che ci illude di poter uscire dai binari ma che in realtà sa esattamente come terrorizzarci. E più scendiamo negli abissi del menefreghismo umano più ci spaventiamo, convinti che nella realtà non potrebbe andare davvero così. È proprio in questo bias cognitivo che il film si insinua e infastidisce le coscienze di un Paese, ma in senso lato del mondo intero. Gli Stati Uniti sono presi a modello, come vi dicevamo nel nostro speciale su Don't Look Up, perché culla del capitalismo che calpesta la vita stessa. La satira però non si ferma lì, azzanna il resto del mondo, spesso spettatore inerme o complice consapevole della fine.

Adam McKay vuole essere odiato

Siamo davanti a un film che non vuole piacere. Anzi, che si impegna per farti stare scomodo sul divano. Più tutto è caricato e grottesco più ci sentiamo a disagio, e meno vogliamo scendere a patti con la fittizia realtà delle cose.

Quella in cui se un meteorite sta per colpire la Terra è molto probabile che si pensi prima al profitto che all'incolumità del mondo intero. Qui tanto pubblico si è diviso, con una larga fetta ostinatamente convinta che no, la situazione è troppo assurda per poter essere verosimile. Che le potenze mondiali collaborerebbero per salvarci tutti. Che non ci sarebbe mai e poi mai un rischio concreto di quel tipo. E invece. Invece Don't Look Up sfonda il velo di Maya con tutta la sua ricercata baracconaggine per dircelo chiaro e tondo: andrebbe esattamente così. La satira esagera, strizza, torce e sforma per ridare i contorni del mondo e farcelo vedere per quello che realmente è. O, a volte, sarebbe. E Adam McKay non si tira indietro: "spiacere è il mio piacere", come direbbe Guccini, quindi lascia pochissimi eroi spezzati contro un mondo pronto a fagocitarli. E ci rende complici e partecipi di una società che non ne potrà mai uscire migliore, perché troppo disintegrata da un egoismo frivolo, quotidiano, che devasta tutto in silenzio.

Vizi e scommesse

La splendida filmografia di Adam McKay è quasi tutta rivolta alla satira. A deformare la società statunitense per farcela vedere spogliata di ogni orpello, nella sua semplice malvagità. E forse è proprio questo che repelle di Don't Look Up, come già era successo con la crisi del 2008 di La grande scommessa e ancor di più con l'11 Settembre di Vice.

L'idea che il mondo in cui viviamo sia davvero quello. Quello in cui i banchieri non vengono arrestati per aver devastato l'economia, o quello in cui il vicepresidente degli Stati Uniti è a colloquio con il suo avvocato mentre le Torri Gemelle stanno crollando. Don't Look Up fa la stessa cosa, in maniera più caciarona e roboante, urlata in tv come i suoi due protagonisti. E forse proprio per questo è faticoso digerirlo, perché accettare la possibile realtà dei fatti non è facilissimo. Però, alla fine, anche se restiamo immersi nel fango, è sempre meglio farsi seppellire con una risata.

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