Doctor Sleep di Mike Flanagan: come distruggere il cerchio

Approfondiamo il nuovo horror di Mike Flanagan attraverso il lavoro di rievocazione dello sguardo e dell'immaginario di Shining di Stanley Kubrick.

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Mike Flanagan fa un lavoro sull'immagine nel suo nuovo horror Doctor Sleep davvero eccezionale. Un'opera pericolosissima che invece, grazie al livello di cura per i dettagli del suo regista, risulta riuscita praticamente in pieno. Con diplomazia, l'autore di Oculus e Il Gioco di Gerald assesta un colpo alla botte e uno al cerchio, muovendosi esattamente a metà fra le richieste letterarie di Stephen King (autore del romanzo dal quale il film è tratto, a sua volta sequel diretto dello Shining del 1977) e le necessità cinematografiche imposte dallo Shininig di Stanley Kubrick (tratto dal romanzo di King ma completamente diverso una volta arrivato sullo schermo).
Naturalmente operando all'interno del campo da gioco di Kubrick, e cioè il cinema, in quello stesso luogo che il maestro costruì personalmente e che filmò alla sua maniera iconoclasta, Flanagan deve muoversi in quel campo e non può prescindere da quelle immagini, da quelle moquette e da quei corridoi, e infatti le usa che è una meraviglia, dimostrando di aver capito una cosa fondamentale dell'arte visiva: la forza di un'immagine sta tutta nel modo in cui si filma, e per riprendere l'Overlook Hotel bisogna farlo come fece il suo Creatore. Il film diventa quindi una lotta fra passato e presente non solo narrativa, ma anche cinematografica.


Rompere il cerchio

Nell'Everycult su Shining abbiamo visto quanto l'horror del 1980 con Jack Nicholson fosse stato concepito come un cerchio perfetto, col protagonista che iniziava a mettere in dubbio la sua personalità già dai primi minuti (Jack Torrance?, dice presentandosi al colloquio di lavoro all'inizio del film, con l'inflessione della voce che fa pensare a una domanda) e che alla fine scopriva di essere sempre stato parte dell'Overlook (la fotografia del 1921):

Jack Torrance è folle fin dalla prima inquadratura - lo vediamo nello sguardo di Nicholson - perché il male esiste dall'alba dei tempi nell'animo dell'uomo e con Shining Kubrick lo spremeva fuori dal corpo per metterlo su pellicola.
Con il delicato, dolce e inquietante Doctor Sleep, Flanagan quel cerchio lo rompe inizialmente per poi ricomporlo alla fine: muovendosi sulla stessa palette cromatica di Hill House (molto più bluastra rispetto a quella di Shining) il regista riprende il duello costante fra ieri e oggi (una tematica fortissima nella sua filmografia) creando uno scontro di immagini inquietanti vecchie e nuove, che rivisitano e contemporaneamente espandono.
Dove Shining è claustrofobico - a parte qualche sequenza, siamo sempre all'interno dell'Overlook - Doctor Sleep va al contrario e gioca sull'agorafobia (meglio nascondersi dal mondo e stare al sicuro in luoghi chiusi), mentre allarga il mondo di King mescolandolo a quello di Kubrick, dicendo le cose dello scrittore ma riproducendole con lo sguardo del regista.

Anche il triangolo del primo film (Jack, Danny e Wendy), così raccolto prima, adesso si espande per latitudini e longitudini (Danny, Rose, Abra), e la splendida scena di montaggio alternato che arriva a circa metà del film non a caso serve a connettere i tre protagonisti, ad avvicinarli come se per la prima volta si trovassero nello stesso luogo contemporaneamente.


Ricostruzione

Tutto il film però, impostato in crescendo, è in una sola direzione che va, quella dell'Overlook Hotel, inteso non solo come luogo fisico ma anche come sguardo cinematografico.
E non potrebbe essere altrimenti: nelle pagine di un libro si può scrivere ogni cosa e lasciare che il lettore la immagini come preferisce, ma fissare una scena sullo schermo è un lavoro completamente diverso che trascende l'immaginazione e approda nell'immaginario, che nell'audiovisivo sta per immagine tangibile da creare, da vedere, da vivere.

Tuttavia, nonostante il calendario segni 2019, è ancora impensabile oggi per il cinema voler entrare in quel mondo immaginato da Stephen King prescindendo dall'immaginario di Stanley Kubrick, e Flanagan da questo punto di vista allestisce una ricostruzione encomiabile.
Non si tratta banalmente di ricreare le stesse inquadrature, cosa che uno sguardo meno esperto potrebbe percepire fraintendendo, ma di ricostruire quelle esatte sensazioni, le inquietudini e i silenzi che quelle medesime inquadrature evocano come immaginario da quasi quarant'anni. Ed è una sfida ben diversa!
Ne sa qualcosa Steven Spielberg, che in Ready Player One l'anno scorso aveva compiuto un'operazione simile ma contraria, riprendendo quell'immaginario per depotenziarlo del suo fascino horror e fargliene vestire uno più giocoso e spensierato (solo lui sarebbe stato in grado di riuscirci); quella di Mike Flanagan però è una sfida più subdola e rischiosa, molto più facile da fallire, perché deve letteralmente risvegliare l'Overlook Hotel in tutta la sua malvagità.

Che non sia un mero giochetto da easter egg e strizzatine d'occhio è evidente nel lavoro magistrale che Flanagan fa nella direzione degli attori: non solo nella splendida ricostruzione della scena delle scale, ribaltata affinché oggi sia una donna a salire minacciosa e un uomo a indietreggiare intimorito, ma soprattutto nel confronto Danny v Jack all'iconico bancone della Gold Room, dove Henry Thomas non è Jack Nicholson ma Flanagan lo riprende come lo fosse, con lo stesso sguardo, capelli e modi di fare, trasformandolo nel suo "personalissimo Jack Nicholson", in base alla stessa operazione con la quale nel corso del film ha trasformato l'Overlook di Kubrick in quello di Flanagan. Come distruggere un cerchio per allargarlo e ricostruirlo daccapo dopo aver creato spazio per elementi aggiuntivi.

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