Speciale Di Leo Crime Collection

L'idolo di Tarantino finalmente in alta definizione!

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Del pugliese classe 1932 Fernando Di Leo, prematuramente scomparso il 1 Dicembre del 2003, si è sentito tanto parlare, nel periodo a cavallo tra la fine del XX secolo e l'inizio del XXI, grazie all'ascesa dell'enfant terrible di Hollywood Quentin Tarantino, il quale non solo lo annovera, da sempre, come uno dei suoi principali ispiratori, ma ha anche affermato: "La cosa che mi piace nei personaggi di Di Leo è che sono dei delinquenti figli di puttana, ma mai stereotipati o fasulli. E inoltre c'è sempre un'ironia di fondo, anche nelle cose più truci che vengono messe in scena, che rende i suoi film veramente unici. I miei debiti nei confronti di Fernando sono tanti, di passione e anche cinematografici. Non ho mai potuto esprimergli tutta l'ammirazione e il rispetto che provo per lui e per i suoi fantastici film. Lo faccio adesso, ringraziandolo e salutandolo come un grande maestro del cinema noir".
Una dichiarazione riportata anche sul retro del cofanetto blu-ray Di Leo Crime Collection, che, edito da RaroVideo, propone in alta definizione quattro dei migliori lungometraggi sulla malavita realizzati dal cineasta, la cui filmografia di oltre venti titoli ha spaziato un po' in tutti i generi; dal film bellico (Rose rosse per il führer, Razza violenta) all'erotico (Amarsi male, La seduzione), passando per la commedia (Colpo in canna) e il thriller a tinte horror (La bestia uccide a sangue freddo).
Un cofanetto ulteriormente impreziosito da un booklet in doppia lingua (italiano e inglese) che, a cura di Manlio Gomarasca e Luca Rea, fornisce non pochi aneddoti e curiosità.

Milano calibro 9

Datato 1972, è il secondo lungometraggio dileiano tratto da Giorgio Scerbanenco (Stazione centrale ammazzare subito, racconto incluso nella raccolta che da il titolo al film), dopo il dramma giudiziario I ragazzi del massacro, di tre anni prima.
Ne è protagonista un inedito Gastone Moschin che, proveniente principalmente dalla commedia, concede anima e corpo al granitico uomo della mala Ugo Piazza, tornato in libertà dopo tre anni di carcere e sospettato di essersi impossessato dei trecentomila dollari del potente boss per cui lavorava, l'"americano" alias Lionel Stander, scomparsi in una consegna.
A partire dal coinvolgente incipit, non privo di semina di cadaveri, non solo il capolavoro firmato dall'autore de Il poliziotto è marcio, ma, senza alcun dubbio, uno dei migliori esempi di cinema di genere nostrano; costruito su una dura lotta all'ultimo sangue destinata a tirare in ballo, tra gli altri, un magistrale Mario Adorf nei panni di Rocco Musco, uomo di fiducia dell'"americano", Philippe Leroy in quelli del killer Chino e Barbara Bouchet ballerina ed ex amante del protagonista.
Un capolavoro immerso nella bella fotografia di Franco Villa, che conferisce al capoluogo lombardo d'ambientazione quasi i connotati di una metropoli statunitense, e scandito dal montaggio dell'ottimo Amedeo Giomini, il quale, insieme alle splendide musiche di Luis Bacalov suonate dagli Osanna, finisce per regalare invidiabile lirismo all'insieme.
Un capolavoro il cui disco in alta definizione, al di là di galleria fotografica, biografia e filmografia del regista, include i documentari Calibro 9 (ventinove minuti), Fernando Di Leo: La morale nel genere (trentotto minuti) e Scerbanenco noir (ventisei minuti), ricchi d'interviste al cineasta e a coloro che lavorarono con lui, ma anche allo scrittore Andrea G. Pinketts, al fumettista Maurizio Colombo e al critico Luca Crovi.

La mala ordina

Datato 1972 come il film precedente e tratto anch'esso da Scerbanenco, è il secondo tassello della ideale trilogia noir targata Di Leo.
In questo caso, tra apparizioni di un giovane Renato Zero e del Gianni Macchia che aveva già lavorato con il regista in Brucia, ragazzo, brucia e Amarsi male, abbiamo Mario Adorf nei panni del piccolo magnaccia Luca Canali, il quale, incastrato dal boss Don Vito Tressoldi alias Adolfo Celi, che scarica sulle sue spalle la responsabilità del furto di un ingente carico di droga, deve vedersela con due killer americani appositamente inviati da New York per punirlo.
Killer che hanno i volti di Henry Silva e Woody Strode, ovvero soltanto due dei nomi che vanno ad aggiungersi al ricchissimo cast, comprendente, tra gli altri, Franco Fabrizi, Cyril Cusack, Francesca Romana Coluzzi, Luciana Paluzzi e Sylva Koscina.
Tutti al servizio di un'operazione che, rispetto a Milano calibro 9, comincia a lasciar avvertire la presenza di quelle spruzzate d'ironia in seguito accentuate nei lavori di Di Leo; il quale, oltretutto, sembra in un certo senso anticipare il cinema gangsteristico di Martin Scorsese tramite sequenze come quella del pestaggio di Femi Benussi, accompagnato dalle note di Un'ora sola ti vorrei.
Sequenza che, insieme al lungo inseguimento da antologia e allo scontro finale all'interno dello sfasciacarrozze, che fa tanto moderno western, vale da sola la visione di un movimentato, violento esempio di celluloide nostrana qui accompagnato dal documentario Alle origini della mafia (venti minuti).

Il boss

Se la citata sequenza conclusiva de La mala ordina, come accennato, presenta i connotati di un moderno western, questo terzo e ultimo tassello della ideale trilogia noir di Di Leo - realizzato nel 1973 e tratto da Il mafioso di Peter McCurtin - li sfodera per la sua totale ora e cinquantadue.
Impossibile non notarlo nella cruda, violenta scalata attuata da Lanzetta, con le fattezze dell'Henry Silva del film precedente, killer che, agli ordini del boss mafioso Don Corrasco alias Richard Conte, decima la famiglia rivale degli Attardi compiendo una strage in un cinema; senza riuscire a evitare, però, che i pochi scampati rapiscano la figlia del suo padrino don Giuseppe Daniello, ovvero Claudio Nicastro, chiedendo che venga loro consegnato proprio quest'ultimo.
Violenta scalata che, quindi, viene orchestrata dal regista nel mezzo di una vera e propria guerra tra gang in cui nessuno fa la figura del "buono"; tanto che perfino il personaggio della ragazza rapita, portato in scena da Antonia Santilli, non appare del tutto positivo.
Man mano che sono l'azione ben dosata e mai prevedibili risvolti a far apparire in qualità di una delle migliori prove dileiane quello che, complici alcuni riferimenti all'attualità dell'epoca (vengono citati Lima, Manca e Gioia, noti democristiani legati ai mafiosi), riconferma la capacità dell'autore di fare del suo cinema l'altra faccia (quella di genere) delle fatiche dei vari Elio Petri e Francesco Rosi.
Con il documentario Storie di mafia (ventitré minuti) quale contenuto speciale di spicco.

I padroni della città

Il fassbinderiano Harry Baer è Tony, il quale, al servizio di un piccolo boss romano come recupero crediti, fa la conoscenza di Ric, interpretato dall'Al Cliver alias Pierluigi Conti poi visto in diversi film di Lucio Fulci e Joe D'Amato, decidendo di spalleggiarlo per fregare insieme un malavitoso americano che monopolizza tutte le attività illecite della città: lo "Sfregiato", incarnato da Jack Palance.
Mentre apprendiamo che Ric, in realtà, è mosso da ragioni personali legate alla vendetta, assume quasi i connotati di un buddy movie questa fatica dileiana datata 1976 che, a differenza delle altre tre incluse nel cofanetto, non affronta la grande criminalità, ma quella piccola.
E, pur facendolo senza dimenticare il ricorso alle consuete dosi di violenza, concede non poco spazio all'ironia; tanto che il tutto, forse, si avvicina al Quentin Tarantino di Pulp fiction più degli altri suoi lavori.
Fino al memorabile inseguimento-resa dei conti finale che, grazie anche al montaggio di Amedeo Giomini, possiede il respiro di un action-movie d'oltreoceano.
A testimonianza della grande capacità con cui, molti anni fa, in Italia venivano confezionati lungometraggi dal respiro internazionale, soprattutto grazie a maestri del calibro di Di Leo, che il citato Conti - nel corso del documentario Città violenta, incluso negli extra - ricorda come una persona anomala nel cinema nostrano; in quanto possedeva un atteggiamento da gentleman inglese e non si arrabbiava mai sul set.

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