Detective Pikachu e i migliori film tratti dai videogiochi

Con l'uscita nelle sale del primo live action Pokémon, proviamo a capire quali sono stati i migliori adattamenti cinematografici del genere.

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È mai esistito un modo efficace di adattare al cinema un videogioco? È una questione di grammatica del medium, di interazione e fruizione in sala di un prodotto nato per essere altro, esplorato, vissuto con immedesimazione e pad (o tastiera e mouse) alla mano. Probabilmente no: non esiste e mai esisterà un modo efficace di unire i due mondi, ma solo tentativi più o meno validi di farli incontrare.
Forse la realtà virtuale o aumentata, un giorno, potrebbero riuscire a far convivere coerentemente queste due forme dell'intrattenimento, ma per ora, quando si adatta un videogioco in sala, si traspone la storia e soprattutto lo spirito, senza guardare al lato puramente ludico.

A contare, in un adattamento di un videogioco, è l'anima del titolo, la sua sintassi mitologica (se si tratta di un saga) e narrativa, per non parlare di un curato e opulento world building nei casi di universi fantastici, che siano poi sci-fi o di stampo horror. Non si scappa: non potendo rivivere l'esperienza ludica-mediatica di un videogioco, al cinema se ne vuole almeno respirare e assaporare l'essenza, quella che ci ha fatto innamorare di alcune dinamiche tra i personaggi, della storia o del carattere di un determinato protagonista.
È davvero il minimo, se ci pensiamo, eppure dagli anni '90 a oggi poche trasposizioni sono riuscite a imporsi nella memoria degli spettatori affezionati al genere; o almeno, in pochi hanno saputo imporsi in modo positivo, perché dai film di Uwe Boll fino ai rimaneggiamenti artistici di Paul W.S. Anderson di elementi negativi, nei cosiddetti cinemagame, se ne trovano a vagonate.

Questione settoriale o culturale che sia, negli anni si è accumulata talmente tanta spazzatura in questo sottogenere (più specifico) che adesso smaltirla è davvero un lavoraccio, ma con tecnologie sempre più all'avanguardia e un approccio marcatamente più oculato, sembra proprio che qualcosa stia cambiando, smaltendo sempre più rifiuti e guardando invece a un ambiente più salubre e vivibile.

È comunque vera una cosa: non tutti i cinemagame usciti sono stati pessimi, anzi, alcuni hanno saputo lasciare un segno. L'ultimo in ordine di tempo è il Pokémon Detective Pikachu di Rob Letterman, ma già negli anni passati (e anche più di un ventennio fa) altri titoli si sono dimostrati dei validi avversari della deriva trash del sottogenere, le proverbiali rondini solitarie alla fine dell'Inverno.
La primavera non è ancora arrivata, purtroppo, ma vogliamo elencare in queste righe quelli che per noi sono le migliori trasposizioni tratte da alcuni videogiochi molto amati, prendendo in considerazione i punti sopra elencati. Ready? GO!

Mortal Kombat (di Paul W.S. Anderson)

Lo sappiamo: se il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson non è trash, allora noi non ci chiamiamo Everyeye. È però essenziale capire questo: l'adattamento cinematografico dell'omonima saga videoludica di stampo picchiaduro è decisamente figlia dei suoi tempi, di cui ne sfrutta ogni mezzo e ogni idea artistica o concettuale. Negli anni '90 se non si era tra i grandi con Star Wars, Jurassic Park o Titanic, il cinema d'intrattenimento era questo: un mezzo secondario dove tentare di avere successo. Pochi soldi per un adattamento senza troppa fidelizzazione, ancor meno rispetto se non eri George Lucas o James Cameron. Dura la vita!
In tutto questo, nel 1995 Anderson decide di infischiarsene del responso critico di quell'incredibile scult che è Super Mario Bros. e proporre una trasposizione cinematografica di Mortal Kombat, una serie piena di personaggi, mondi fantastici e azione brutale.
Ne viene ovviamente fuori un prodotto slegato da ogni dinamica videoludica ma che, per quegli anni, ha un suo deciso perché, partendo soprattutto dalla scelta dei protagonisti, dalla cura nel trucco e dalla messa in scena artigianalmente raffazzonata ma efficace.

Povera sì, ma con stile, specie guardando al misero budget di 18 milioni per un adattamento con più di 10 protagonisti principali, coreografie (sulla carta) mozzafiato e universi intedimensionali da creare da zero; ma anche se pensiamo al coinvolgimento di Christopher Lambert nei panni di Raiden, in sostanza il big di Hollywood scelto per catalizzare l'interesse dei produttori.
"È un film tratto dai videogiochi, dove si menano e basta, la storia è molto secondaria, piena di personaggi strambi di cui ci importa poco e certamente non vogliamo spenderci tanto. Ah sì: Lambert ha accettato di interpretare uno dei protagonisti". Lo studio: "Facciamolo ma in economia".

Certo i 18 milioni del '95 non sono neanche lontanamente paragonabili ai 18 milioni di oggi, ma se pensiamo che con 20 milioni la Warner Bros. ci produce adesso un Annabelle qualunque o che M. Night Shyamalan ci gira Glass, il divario qualitativo (in senso tecnico e produttivo) è decisamente incredibile. Mortal Kombat resta comunque un titolo piacevole nella sua esuberanza, divenuto anche un cult di genere per gli amanti dell'action, pieno di assurdità che ne hanno decretato curiosamente il successo. È uno dei migliori adattamenti tratti dai videogiochi perché è sorprendentemente consapevole delle sue ridotte potenzialità, ma ci mette tutto se stesso per fare del proprio meglio con il poco che ha a disposizione. E perché c'è anche Christopher Lambert.

Resident Evil (di Paul W.S. Anderson)

Se analizziamo la carriera di Anderson, 3/4 dei suoi film sono dedicati alle trasposizioni di videogiochi, di cui la metà a Resident Evil. La saga Capcom dedicata all'Umbrella Corporation e a tutto il suo parterre di eroi è probabilmente il più grande amore del regista, tanto che tra un Death Race e un Pompei ha deciso di dedicargli tutte le proprie forze, risultando un po' il James Cameron degli ultimi.
Nella sua volontà revisionista, con tutte le esigenze di botteghino del caso, il primo Resident Evil è un horror di serie B davvero niente male, ancora oggi ricordato come una trasposizione abbastanza riuscita del primo, storico capitolo della serie survival horror.
Ha una struttura estremamente funzionale al comparto narrativo, che passa dalla quiete alla tempesta con i tempi della tensione ben calibrati, sfruttando bene gli ambienti claustrofobici e malati dei laboratori sotto Raccoon City.
Nel videogioco c'è di fondo una critica all'avidità umana che porta alle estreme conseguenze il discorso della sopravvivenza della razza, ma certo non è affiancabile ai capolavori di Romero e alla sua visione degli zombie.

Tanto nel prodotto originale quanto nel film, dunque, gli zombie sono mostri affamati, pericolosi e feroci da evitare con ogni possibile mezzo, e inserire un gruppo di protagonisti all'interno di un ambiente sigillato e non più asettico come quello degli Umbrella Lab è un po' una riscrittura cinematografica dell'Hunted House Movie, con tutte le dovute differenze. Resident Evil ha anche una forte protagonista femminile e alcune scene d'azione da capogiro (chi ha detto "la stanza dei laser"?), ma è nel mix di azione e horror che riesce a essere funzionale nello spirito al videogioco, il che ne decreta essenzialmente la validità.
Forse anche Apocalypse, il sequel, riesce in qualche modo a bilanciare bene i toni e le forme dei due generi mixati, ma è fin troppo dilatato nella narrazione e non sfrutta bene come dovrebbe Nemesis, l'arcinemico dei primi capitoli della saga. I successivi film, poi, è forse meglio dimenticarli.

Silenti Hill (di Christophe Gans)

Qui entriamo nel vivo degli anni '10 del 2000, a quattro anni di distanza da Resident Evil e con i produttori hollywoodiani intenzionati a spingere sempre di più sugli adattamenti dei videogiochi. Sono anche gli anni di Uwe Boll e delle sue disastrose trasposizioni (da Far Cry e BloodRayne) che tanto hanno fatto male ai cinemagame, rendendoli agli occhi del pubblico generalista una vera e propria barzelletta, facendo in modo che proprio i film di Anderson apparissero come l'apice del genere e quelli di Boll una punizione degna della giudecca infernale di Dante, dedicata ai "traditori dei benefattori".
Quasi a sorpresa arriva però il Silent Hill di Christophe Gans a ristabilire gli equilibri qualitativi, piazzandosi meritatamente al di sopra di tutti grazie a un adattamento straordinariamente curato soprattutto nelle atmosfere, ma anche capace di unire elementi dei primi due capitoli del videogioco Konami con intelligenza, sfruttando un linguaggio cinematografico maturo e violento, orrorifico anche in senso psicologico.

La storia è una trasposizione vivida e affascinante di quella originale, che tenta però di dare delle risposte arrivate nei videogiochi solo nel secondo capitolo, quindi contraendo le trame per creare un unicum estremamente godibile e sì, anche agghiacciante, guardando alla rarefazione dell'ambiente e dei toni e a una colonna sonora magistrale, tratta in parte proprio dai brani dei videogiochi.
Per molti, Silent Hill è ancora oggi il miglior adattamento tratto da un videogioco, e anche a nostro avviso è sicuramente insieme a Detective Pikachu la punta apicale dei cinemagame.

Questo perché mantiene intatto lo spirito e il mondo del titolo originale, ma ne amplifica in parte anche la portata, rivelandosi un film a suo modo ambizioso nel tentativo di portare in sala un prodotto non conosciuto come Resident Evil e sicuramente meno amato dello stesso, con più grazia creativa e molto, ma molto più inquietante.

Il comparto narrativo, il lento svelarsi della trama e gli snodi all'interno del racconto sono poi molto consistenti e presentati con misura, così da arrivare chiaramente anche al pubblico che di Silent Hill, fino al momento della visione, non ne conosceva magari neanche l'esistenza.
È affascinante da vedere e vive di angoscia e tormento come grandi nutrimenti tonali, che arrivano per altro dritti al cuore del pubblico. Al tempo davvero inaspettato, oggi ancora molto amato: è così che si lascia una qualche parvenza di eredità artistica, insomma, specie in un genere che ne ha grande bisogno.

Warcraft - L'inizio di (Duncan Jones)

Quest'ultimo è nettamente il più divisivo, ma per noi il Warcraft - L'inizio di Duncan Jones è un fantasy visivamente strabordante, che non solo rispetta lo spirito e la narrativa del videogioco originale, ma ne riporta sul grande schermo anche l'Universo d'appartenenza in modo tecnicamente sontuoso, molto fedele alle linee ambientali e architettoniche. Guardando alla storia, il film ha un prologo eccezionale che racconta l'esodo dell'Orda dal loro pianeta natale, guidati dal perfido Gul'dan e dalla magia oscura del Vil, che come un cancro ha distrutto tutto ciò che avevano. Proseguendo, gli snodi del racconto sono identici o molto simili (ci sono delle scelte da compiere, nelle trasposizioni) al primo capitolo del videogioco, focalizzato di peso sull'incontro tra umani e orchi e sulla nascita della grande rivalità tra Orda e Alleanza.

Il realismo della armature non cozza con l'esuberanza delle stesse, così come il rendering visivo degli orchi risulta stupefacente, vicino ai grandi lavori tecnici di John Carter o Avatar. Seriamente: lato visivo e registico, il film ha poco da invidiare ad altri e ben più grandi titoli, ma il vero problema di Warcraft (quello che lo rende effettivamente divisivo) è la sua narrazione cinematografica e dunque l'editing e il montaggio.

Si nota già inizialmente, durante le presentazioni dei protagonisti: il filo logico e temporale è stirato e tutto avviene molto velocemente, rompendo il ritmo del racconto più e più volte, troncando di netto momenti che potevano essere più curati dialogicamente e strutturalmente, andando ad accelerare scene madri senza troppo ritegno.
È anche un problema di regia non capire le criticità narrative di un film, ma sappiamo che Warcraft ha perso 40 minuti della sua durata, tagliati dalla produzione per questioni di fruizione in sala e divergenze creative.

C'è dunque un problema di poca fiducia nelle reali capacità di Jones, che ha svezzato il progetto, lo ha cresciuto con affetto e poi lasciato libero nel mondo con le migliori intenzioni, riuscendo soprattutto a sorprendere nel world building e nella trasposizione dello spirito del videogioco, senza toccare chissà quali vette di epica ma con l'intenzione di lasciare qualcosa.
Visti i risultati al botteghino, è stato deciso di non procedere oltre con la produzione dei sequel, lasciando che "quell'inizio" fosse anche La fine di qualcosa che poteva regalarci emozioni ben più significative.

MENZIONI SPECIALI:

- Rampage - Furia Animale: perché declina un arcade in disaster movie, con un terzo e ferocissimo atto degno di Michael Bay e con un Dwayne Johnson divertito ma più composto del solito.

- Tomb Raider (2018): c'è tutta la volontà di approfondire le origini dell'eroina, basandosi peraltro sull'ultimo ciclo videoludico, ma manca una visione registica valida, che sappia valorizzare l'azione e le dinamiche relazionali della protagonista. Nella scrittura non brilla, ma in una faretra mezza vuota ha qualche freccia interessante.

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