Dear Basketball, un saluto doveroso a Kobe Bryant

Il corto animato Premio Oscar appare oggi come uno struggente canto del cigno testamentario con cui vogliamo ricordare l'uomo e la leggenda.

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I media americani sono arrivati prima delle conferme ufficiali, come accade spesso in queste tragiche occasioni. La notizia della morte di Kobe Bryant, 41 anni, ha fatto velocemente il giro del globo fino a trovare infine veridicità, colpendo nel profondo l'intero universo sportivo. Un vero fulmine a ciel sereno, un tuono capace di risuonare in tutto il mondo all'unisono, toccando le corde più sensibili di un appassionato, di un fan, o di una persona lontana anni luce dal gioco del Basket ma comunque a conoscenza della grandezza del Black Mamba, divenuto presto leggenda.

Cresciuto cestisticamente in Italia, dove militò in varie squadre tra Pistoia, Rieti e Reggio Calabria, Bryant spese la sua intera carriera post-High School nei Los Angeles Lakers, primo nella storia dell'NBA a indossare per venti anni consecutivi la stessa maglia, vera e propria divisa da combattimento di uno dei più infallibili "cecchini" del Gioco.

Cinque titoli, tre medaglie d'oro e un nome impresso nel cuore di almeno due generazioni di appassionati, entrato anche nel mondo del cinema prima grazie al documentario Kobe Doin' Work di Spike Lee nel 2009 e poi al magnifico cortometraggio animato Dear Basketball del 2017, da lui scritto e narrato. E proprio con il corto diretto da Glen Keane vogliamo oggi ricordare il Kobe Bryant sognatore, artista e uomo.

Grazie

Alcuni personaggi nascono con la qualità nelle ossa, fin dentro al midollo. Il Mamba Nero era uno di questi e già a partire dal nome, Kobe, riferito alla pregiata qualità di carne giapponese che i suoi genitori mangiarono poco prima del suo concepimento. In Nomen Omen, insomma: era già destinato alla grandezza, ad essere uno dei migliori. Non senza sacrificio e duro lavoro, comunque, perché il destino va plasmato quotidianamente dall'inizio alla fine.
Non è stato esente da momenti brutti o sconfortanti, Bryant, pensando ad esempio alla faida con Shaquille O'Neal o alle accuse di violenza sessuale (ritirate, è importante) del 2003, ma il suo gioco, i suoi canestri, i salti, gli allunghi, la strategia e la filosofia dietro al suo modo di concepire e interpretare il Basket hanno ispirato i più piccoli ed entusiasmato i più grandi.
Attraverso una serie di lettere scritte di suo pugno e pubblicate poi sul The Player's Tribune nel 2015, il giocatore annunciò il suo ritiro dopo un'ultima stagione fortemente influenzata da un grave infortunio: era il momento di tornare con i piedi per terra, atterrare senza più abusare di un fisico sempre più usurato dal tempo e dagli sforzi titanici.

Ed è in quel momento, dopo l'addio al Basket, che Kobe Bryant decise di raccontare la sua storia e il suo amore per il Gioco in un corto animato, traslando quelle lettere cariche di emozioni in arte cinematografica, attraverso uno stile che potesse racchiudere al suo interno il suo spirito fanciullesco mai tradito, la sua dedizione alla maglia, il suo essere un sognatore che alla fine ce l'aveva fatta.
La delicatezza formale di Glen Keane ha così animato in una manciata di minuti, di intrecci e di tratti le parole del Mamba Nero, andando ad aprire questa immaginaria lettera scritta "alla Cara Pallacanestro" e lasciandosi travolgere da quel racconto.

Lo ha messo in movimento e lo ha reso cinema, tornando al Kobe bambino appena innamorato del Basket fino ad arrivare al Kobe leggenda, ormai spesosi completamente per lo sport. Bryant ha sempre assecondato il cuore e il suo desiderio di "uscire di corsa dal tunnel" per scendere in campo, partita dopo partita, ma crescendo ha infine compreso di dove ascoltare il corpo.
Ha raggiunto davvero tutto nella sua straordinaria carriera, saltando più in alto degli altri e in un allungo irripetibile, sudando in un fisico sempre più rigido e compromesso ma anche nell'anima, quella invece inossidabile, sempre giovane, sempre innamorata del Basket.

Con poetica leggerezza e una grazia espositiva encomiabile, ha poi seguito il flusso dell'animazione di Keane per riversare tutto se stesso nell'interpretazione emotiva delle sue lettere, esplicitando al meglio la sua concezione di gioco come estensione di una filosofia di vita che lo ha reso un padre affettuoso, un uomo stimato e u sportivo incendiario.
Quel fuoco si è purtroppo spento troppo presto, prima di poter divampare in panchina, magari, o in un qualche altro progetto cinematografico.

Il Black Mamba si è cimentato nel suo ultimo allungo, ed è quasi paradossale che un campione arrivato tanto in alto sia scomparso precipitando in un atroce schianto, lasciando il mondo dello sport basito davanti a una simile fine, a un destino davvero triste e impietoso anche nei confronti della figlia, di una parte della sua eredità umana.
Nel momento del suo concepimento e della sua uscita, Dear Basketball è stato un saluto artistico e caloroso di Bryant ai suoi fan, agli appassionati, al gioco che ne ha plasmato l'esistenza rendendolo una gigantesca icona. Oggi è invece un vero e proprio testamento. E riguardarlo è quasi struggente.

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