Speciale Dead Space - Conferenza Stampa

Movieye e Dario Argento esplorano l'intricato rapporto fra cinema e videogiochi.

Articolo a cura di

Cinema e Videogiochi.

In occasione della presentazione stampa di Dead Space, Movieye, grazie ad Electronic Arts, ha avuto la possibilità d'incontrare il Maestro dell'Horror Dario Argento (chiamato da EA a doppiare uno dei protagonisti del già celebre survival horror), e d'ascoltare le sue considerazioni riguardo il rapporto fra cinema e videogiochi. Un rapporto che, a dire il vero, non ha portato, finora, a dei risultati di rilievo, soprattutto quando si è trattato di adattare per lo schermo cinematografico delle sage videoludiche.
Dopo il resoconto della conferenza stampa, potrete trovare i consigli della redazione di Movieye su quelli che, ad oggi, possono essere considerati come gli adattamenti da videogioco meglio riusciti.

La redazione.

Dead Space - Conferenza Stampa

Un videogioco che introduce un nuovo metodo di approccio all'eliminazione dei nemici chiamato: “smembramento strategico” non poteva che coinvolgere un maestro dell'horror nel suo dietro le quinte.
Così, alla conferenza stampa di “Dead Space” (il nuovo survival Horror della EA games) Dario Argento ha presenziato dando voce alla sua esperienza.
“Dead Space” già dalle prime cruenti immagini mostra tutte le sue peculiarità, un astronave ostile dove i nemici orribilmente mutati non possono essere uccisi (nemmeno con il classico colpo in testa), ma solo resi inoffensivi tramite orrende mutilazioni, cosa potrà mai regalarci se non ettolitri di sangue e adrenalina?
Il regista, oltre ache per l'estrema quantità di orrore, ha dimostrato il suo interesse per la sceneggiatura e per le numerose citazioni cinematografiche presenti nel videogioco.
Alla conferenza stampa, in veste di intervistatrice, c'era anche Daria Bignardi che, a nome dei curiosi, ha rivolto numerose domande al regista italiano, focalizzandosi principalmente su tre temi: l'esperienza di Dario Argento nel mondo del doppiaggio, il suo pensiero riguardo il mondo dei videogiochi e, più in generale, sulla sua carriera. Daria Bignardi ha condotto i presenti attraverso l'esplorazione non solo di un grande del cinema italiano, ma anche di una nuova arte ancora da scoprire.
Argento ha avuto l'arduo compito di doppiare il “Dottor Kyne” figura chiave di ”Dead Space” mentore e guida del protagonista e voce che accompagnerà il videogiocatore attraverso i tenebrosi livelli del videogame, il regista però non si è limitato ad assumere il ruolo da “voce famosa”, ma ha partecipato attivamente con suggerimenti e consigli sul miglior modo di dar vita al Dottor Kyne, insomma una vera e propria collaborazione per creare un prodotto definito dallo stesso “puro terrore”.
Il capolavoro firmato EA vuole portare lo “spettatore” a nuovi livelli di coinvolgimento emotivo. L'utilizzo di una trama molto ben articolata e di scenari incredibilmente suggestivi non sono gli unici assi nella manica del progetto: come ci ricorda Francesca Damato, direttrice marketing di EA italia, la sceneggiatura di “Dead Space” affonda le sue radici in un humus citazionistico, sia nel campo letterario che in quello cinematografico.
Partendo dal nome del protagonista “Isaac Clarke” (unione dei nomi dei celebri autori di fantascienza Isaac Asimov e Arthur C. Clarke) per finire con il design delle creature chiaramente ispirate alla fantasia di Lovecraft, le attinenze non si esauriscono certo qui: la trama (ricca di colpi di scena) riesce ad essere originale nonostante i chiari richiami a “Alien” e “2001: Odissea nello spazio”, e anzi, gli sceneggiatori e lo stesso Argento fanno di questi rimandi cinematografici un forte punto d'orgoglio e di vanto.
“È del tutto normale che i videogiochi di un certo livello si mettano a omaggiare i grandi film” dice Argento “anzi devono farlo, il connubio tra videogames e cinema si assottiglierà sempre più.”
La conferenza è proseguita con un breve excursus sugli aneddoti più interessanti della filmografia di Dario Argento e con una piccola “sbirciata” al suo nuovo film di prossima uscita “Giallo” con Adrian Brody, tuttavia non sono mancati accenni anche sul “prequel” del videogioco: una terrificante storia introduttiva che si muove in un altro ambito molto legato al cinema e alla videoludica, i fumetti.
La graphic novel di Antony Johnston e Ben Templesmith (30 Giorni di Buio) racconta le ore precedenti al massacro nel quale il giocatore si troverà coinvolto in “Dead Space”, una piccola introduzione a un videogame che è già un classico.

Daniele Daccò

Silent Hill

Nell’ultimo decennio l’industria del cinema e quella videoludica si sono avvicinate sempre di più: la prima producendo pellicole basate su famosi videogiochi, la seconda creando storie sempre più complesse e coinvolgenti e scelte registiche sempre più cinematografiche. Purtroppo, mentre quest’ultima sta raggiungendo vette di eccellenza sfornando svariati capolavori, lo stesso non si può dire della prima che stenta a creare film anche solo decenti tratti da videogame che pure avrebbero tutte le carte in regola per il passo verso la celluloide. Il panorama è purtroppo abbastanza desolante e, sebbene i bei film manchino completamente, ci sono comunque alcune pellicole che si lasciano guardare. Una di queste è Silent Hill, tratta dall’omonimo e celeberrimo videogame horror di Konami: un film alquanto cruento, che non ci risparmia scene anche eccessive e forse di cattivo gusto, ma che ha l’enorme pregio di cogliere efficacemente le atmosfere inquietanti ed opprimenti del gioco e di riproporre fedelmente allo spettatore molte delle sensazioni provate a suo tempo dai gamer aggirandosi nelle fitte nebbie o nell’angosciante oscurità della cittadina di Silent Hill. Per sua stessa ammissione il regista Christophe Gans (Il patto dei lupi) è stato un appassionato giocatore del titolo Konami e il risultato si vede: ci offre un titolo abbastanza curato, magari non fedelissimo all’originale, ma che ne conserva le qualità di fondo senza snaturarle come quasi sempre invece avviene nel passaggio dai bit alla celluloide. Tutto sommato una buona trasposizione, ammesso che non siate palati troppo raffinati.

Andrea Manni

Resident Evil: Extinction.

Dopo aver terminato la visione di questo terzo Resident Evil vi chiederete molto probabilmente quale merito abbia Mulcahy (che riscosse molto successo a cavallo tra gli anni 80 e 90, dirigendo anche il noto Highlander) eccetto quello di aver realizzato un buon collage, servendosi di nome e poc’altro del più venduto Survival Horror di tutti i tempi e di uno dei più “impegnati” film di George A. Romero, Day Of The Dead. E badate che quanto è preso in prestito o, per dire forse meglio, depredato selvaggiamente, non è né la sola trama, come accade di solito in questi casi, né due o tre inquadrature. Semplicemente Mulcahy riprende Day Of The Dead quasi scena per scena ( le poche novità provengono da saccheggi di altri lidi, e.g. Hitchcock ), ne mantiene pure intatto il contenuto socio-politico, ma lo involgarisce a tal punto mescendolo con alcuni tratti di Resident Evil che lo spettatore non dubita più, come invece accadeva con molte pellicole di Romero, di non trovarsi dinanzi a un semplice horror.
Alla fine dell’operazione ci ritroviamo una sempre più sexy Milla Jovovich in shorts (è lei di certo la cosa più bella vista nei 90 minuti scarsi) che, ricercata dall‘Umbrella, decide di contrattaccare e andare diritta al laboratorio dell’organizzazione. Questo è la brutta-copia del sotterraneo nel deserto visto nel film di Romero: c’è lo scienziato infatuato dal progresso, ci sono i militari rozzi e crudeli; non c’è l’atmosfera di un’umanità sull’orlo della (auto-)distruzione e neanche la nona di Beethoven.

Cristiano Caliciotti

Stalker

Una domanda a cui nessuno è in grado di rispondere. Fin dove ci si può spingere per ottenere tutto ciò che si desidera ardentemente con tutto sè stessi? Nè filosofi o arcani maestri religiosi troveranno mai una risposta. E perciò Tarkovskij mostra la ricerca spasmodica, e l'impossibilità di ottenere il come. Torniamo al connubio fantastico-esistenziale, dopo Solaris, con un altro grande capolavoro, sicuramente il più riuscito dal punto di vista visivo, che risponde al nome di Stalker. Tratto da un romanzo russo, ha una trama prettamente di fantasia, usata qui di nuovo per scopi che vanno al di là del semplice entertainment. La storia appare semplice, ma in realtà non lo è: in un luogo non precisato, dalle comunque chiare apparenze dell'Est Europa, esiste una posto selvaggio immerso nella natura, dove secondo una leggenda vi sarebbe una zona dove esprimere i desideri. Chiusa alla gente dalle forze militari, per evitare euforia spasmodica o follia di massa, si può penetrare all'interno di essa solo con l'aiuto degli Stalker, una sorta di esploratori fuorilegge, che previo pagamento, conducono i visitatori in questo arcano luogo. La pellicola è la storia di uno di loro, in crisi con la moglie e con una figlia malata, che farà da guida a due singolari personaggi, anch'essi delusi dalla vita: uno scrittore e uno scienziato. Superata senza non poche difficoltà la base militare di protezione alla zona, realizzata per altro con una carica visiva molto forte e potente, si arriva attraverso un carrello che si muove su un binario, nel mezzo della foresta magica. Il carrello pare essere una sorta di collegamento tra la prigionia e la libertà, tra l'ombra e la luce. Fattore che viene ancora più enfatizzato dal cambio del colore, da inizio film rappresentato in bianco e nero tendente al verde sfumato ocra e ora, giunti all'obiettivo, trasformato dal colore, che rende tutto vivido e energico. E qui inizia l'epopea dei tre protagonisti, tra superstizione e paura dell'ignoto. Un ignoto che si rivela nemico, veramente diabolico e "vivo", come una sorta di entità insita nella natura, o forse la natura stessa, che si ribella ai suoi visitatori, cambiando strade in una sorta di labirinto senza fine. Una natura incontaminata e bellissima nel suo selvaggio essere, reso ancor più maestoso dalle splendide inquadrature del regista, fermi immagine a volte lunghi, o che lentamente si spostano a mostrare ogni minimo dettaglio nel suo più insignificante particolare. Come nell'acqua, durante il riposo dei viandanti, della quale Tarkovskij coglie ogni piccolo flutto riuscendo a essere magico dove altri sarebbero solo noiosi. E così, tra mille peripezie, i nostri arriveranno infine alla suddetta stanza del desiderio, dentro alla quale però nessuno avrà il coraggio d'entrare. Come in Solaris, buona parte del film si gioca tutta su lunghi dialoghi esistenziali, laddove scienza e filosofia combattono attraverso la bocca dei due visitatori una battaglia epocale, dalle quali nessuno dei due sembra uscire vincitore. In fondo, chi sa cosa vogliamo veramente? Chi conosce il desiderio più profondo del nostro animo, che può essere così terribile da distruggere tutto ciò che amiamo? Lo Stalker, stanco e disilluso dalla vita e dai suoi due "datori di lavoro", torna a casa distrutto nello spirito e nel corpo, non sicuro più nemmeno lui se la leggenda sia verità, o se la verità sia leggenda. Una poesia ermetica lunga oltre due ore e mezzo, una magia mozzafiato che lascerà dentro un senso di malinconia e bellezza veramente unico.

Maurizio Encari

Final Fantasy: Advent Children

Square già nel 2001 aveva tentanto, con scarso successo, di portare la sua serie più famosa sul grande schermo. Nonostante l’enorme impegno produttivo, però The spirit Within fu un sonoro flop sia di critica che pubblico. Il fallimento costrinse Square (nel frattempo unitasi in una joint venture con la rivale di un tempo, Enix) a ripensare completamente tutta la sua strategia cinematografica, spinto dalla necessità di soldi facili e dalle pressioni dei fan, il management aziendale decise così di rimettere mano al mitico Final Fantasy VII. Nell’ambito di un ampio progetto di rilancio del marchio, fu così finanziata la produzione di FFVII: Advent Childern, il primo vero sequel diretto del gioco originale. Inutile dire che le reazioni degli appassionati andavano dall’estasi al terrore, e rimasero in questo stato fino all’uscita del film, presentato prima a Venezia 61. (con un brevissimo trailer) e poi in Giappone il 14 Settembre 2005. Stavolta andò un pochino meglio, i fan erano soddisfatti nel vedere i loro beniamini calcare di nuovo le scene e anche la critica recepì il film con insperata benevolenza. Advent Children, infatti, ha avuto successo non tanto per le sue qualità cinematografiche (invero piuttosto misere) quanto per il suo essere onestamente Fan service allo stato puro. Il pubblico voleva rivedere Tifa e Cloud? E’ stato accontentato. Voleva sapere se Aeriss era morta per davvero? L’ha saputo. Insomma, siamo davanti ad un raro caso di cinema rivolto espressamente ad una ristrettissima nicchia di fruitori con particolari necessità. Square ha capito meglio di chiunque altro che solo così i film tratti da videogames possono veramente sfondare, ed infatti, ad oggi Advent Children rappresenta l’unico esempio di game movie che possa definirsi riuscito. Questo non significa che sia un bel film ma, questa è un’altra storia.

Nicolò Carboni

Dead Space - Conferenza Stampa Siamo giunti al termine di questo primo speciale Cinema/Videogioco realizzato dalla redazione di Movieye. Restate sintonizzati sulle nostre frequenze in attesa del prossimo approfondimento nel quale tratteremo in maniera più prettamente tecnica i rapporti che legano questi due mezzi di comunicazione.